Adamello, ecco come il caldo record di inizio estate si sta mangiando il gigante dei ghiacciai



Non è nemmeno la metà di luglio, eppure il gigante dei ghiacciai italiani – quello dell’Adamello tra Lombardia e Trentino – è già ampiamente in sofferenza. Chi non ha la fortuna di essere lassù lo può osservare a distanza grazie alla webcam installata sulla Punta del Venerocolo [https://www.meteopassione.com/webcam/punta-del-venerocolo] dal Servizio Glaciologico Lombardo e dall’associazione MeteoPassione. Anche a 3100 metri di quota, nel vasto plateau del Pian di Neve che ne costituisce – o, meglio, costituiva – il principale bacino di alimentazione glaciale con sembianze degne dei grandi paesaggi artici a soli quaranta chilometri dalle sponde del Garda, il grigio del ghiaccio vecchio e scoperto prevale ormai sul bianco della (scarsa) neve dell’ultimo inverno, mantello protettivo ridotto a pochi lembi che forse non sopravviveranno alla nuova calura della prossima settimana. Un ghiacciaio, per mantenersi in salute, non dovrebbe essere così nemmeno a fine stagione, a settembre, figurarsi a inizio estate, con davanti ancora due mesi almeno di caldo e fusione. Può apparire paradossale, ma quello che per adesso è ancora il più vasto ghiacciaio italiano con i suoi 13,5 chilometri quadrati di superficie – peraltro unico nostro rappresentante di ghiacciaio di tipo “scandinavo” con una sorta di calotta centrale da cui si diramano radialmente verso valle svariate lingue periferiche (effluenze) – è anche uno dei più vulnerabili all’aumento delle temperature. Infatti, se la morfologia quasi pianeggiante dell’ampio bacino che lo accoglie ai piedi della vetta favoriva – nonostante la quota non elevata come quella di altri grandi massicci alpini – l’accumulo di grandi masse di neve pronte a trasformarsi in ghiaccio nel clima che regnava fino ai decenni scorsi, il riscaldamento atmosferico medio di circa 2 °C dell’ultimo trentennio e accelerato soprattutto dal 2022 in poi ha spostato verso l’alto il limite delle nevi a fine estate di alcune centinaia di metri, quanto basta per portarlo oltre la sommità dell’Adamello (3539 metri). Così, nella maggior parte degli anni anche le porzioni più elevate del ghiacciaio sono escluse dalla possibilità di conservare la neve da un anno all’altro, a differenza delle masse glaciali del Monte Bianco, del Monte Rosa o del Bernina, che, traendo alimento da nevi e ghiacci che ancora riescono ad accumularsi sopra i quattromila metri, risultano un po’ più resilienti di fronte ai cambiamenti climatici. Risultato: la perdita di massa e dunque il consumarsi del grande ghiacciaio adamellino sono inesorabili già nel clima attuale, e delineano un destino ormai segnato verso l’estinzione che potrebbe avvenire già entro la fine di questo secolo anche con scenari futuri di contenimento delle emissioni-serra e riscaldamento moderato. Tutto ciò nonostante la profondità di questa maestosa massa di ghiaccio sia ancora di circa duecentocinquanta metri in corrispondenza del Pian di Neve (a metà Anni 2010 l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale e l’Università di Parma rilevarono ben 268 metri, massimo noto sulle montagne italiane). E poiché nei bacini glaciali pianeggianti in quota, rari sulle Alpi, il ghiaccio conserva una preziosa sequenza ordinata di informazioni sul clima e l’ambiente locale degli ultimi secoli o talora millenni, prima che questo archivio naturale scompaia o venga deteriorato dalla percolazione dell’acqua di fusione bisogna fare in fretta a salvarlo. Per questo è nato il progetto di perforazione glaciale ADA270 che, sotto il coordinamento della Fondazione Lombardia per l’Ambiente e con l’intervento tecnico-scientifico dell’Università Milano-Bicocca e del Politecnico di Milano, nel 2021 ha permesso l’estrazione di una sequenza completa di “carote” di ghiaccio fino al substrato roccioso a 225 metri di profondità, ora conservate al laboratorio EuroCold di Milano dove sono in corso le analisi chimico-fisiche nel quadro del successivo progetto ClimADA, focalizzato sull’evoluzione climatica e sull’impatto antropico in quest’area delle Alpi. Le carote di ghiaccio permettono infatti di analizzare pollini, ceneri vulcaniche, metalli pesanti e isotopi dell’idrogeno e dell’ossigeno per ricostruire le temperature e l’influenza delle attività umane degli ultimi due-tre secoli.

Un ghiacciaio così grande e importante – elemento geografico e storico centrale di una vasta area alpina tra le province di Brescia e Trento e laboratorio scientifico a cielo aperto di prim’ordine – meritava un libro tutto per sé. E infatti a fine 2025 è apparso nelle librerie “Adamello: storia di un ghiacciaio”, un bel volume di ampio formato e riccamente illustrato, curato da Riccardo Scotti, geologo e responsabile scientifico del Servizio Glaciologico Lombardo [https://www.servizioglaciologicolombardo.it/], e da Anna Maria Bonettini, biologa presso il Parco dell’Adamello [https://www.parcoadamello.it/], ente che ha sostenuto la pubblicazione avvenuta nel contesto del 2025 – Anno Internazionale della Conservazione dei Ghiacciai. Ciò che più colpisce dell’opera è lo straordinario apparato fotografico, risultato di un grande lavoro iniziato negli archivi a selezionare le migliori immagini d’epoca non solo del ghiacciaio principale dell’Adamello, ma anche delle decine di ghiacciai “satellite” del settore lombardo del massiccio, e continuato sul campo con la ripetizione degli scatti dagli stessi punti di ripresa da parte di ventisei operatori glaciologici nelle estati tra il 2023 e il 2025. Ne sono scaturiti ottantadue confronti di grande effetto nel documentare la deglaciazione dell’ultimo secolo, ma particolarmente appariscente già alla scala degli ultimi due-tre decenni di regresso glaciale accelerato. Pareti un tempo corazzate di ghiaccio si sono trasformate in orridi versanti di roccia franosa, come al Corno Baitone o sul lato settentrionale dello stesso Adamello, poderose lingue glaciali, battendo in ritirata e frammentandosi, hanno lasciato il posto a distese di rocce montonate e a nuovi laghi, come al ghiacciaio di Pisgana Ovest, o portano i segni di grandi collassi circolari preludio al disfacimento delle masse di ghiaccio, come al Mandrone, principale lingua effluente dal Pian di Neve verso la trentina Val di Genova. D’altronde i dati parlano chiaro: rispetto alla massima estensione della Piccola Età Glaciale, a inizio Ottocento, il ghiacciaio dell’Adamello oggi ha perso metà della sua superficie, e nello stesso tempo la lingua del Mandrone si è ritirata di 2,8 chilometri. Ma una buona parte di questa deglaciazione si è concentrata nell’ultimo quarantennio, dalla fine degli Anni Ottanta. Se nel 1988 il settore bresciano del massiccio contava ancora 91 ghiacciai e glacionevati per una superficie complessiva di 27,9 chilometri quadrati, oggi ne risultano scomparsi ben 52 – vari dei quali nelle estati 2022 e 2023, tra le peggiori mai documentate per i ghiacciai delle Alpi – e l’area di quelli sopravvissuti si è ridotta del 37 per cento da allora. Ma il libro racconta anche il ruolo più ampio dei ghiacciai negli ecosistemi alpini, la storia dell’esplorazione glaciologica della regione cominciata con il cartografo ed esploratore boemo Julius von Payer (1841-1915), primo salitore dell’Adamello nel 1864, fino alle moderne campagne di rilievo condotte dall’attivissimo Servizio Glaciologico Lombardo. E c’è anche spazio per “frammenti” della Guerra Bianca che nel 1915-1918 ha visto combattere soldati italiani e austrungarici in uno dei “teatri” più estremi e significativi del primo conflitto mondiale. Che siate semplici appassionati di montagna, che vi accontentiate di guardare l’Adamello dall’arrivo degli impianti del Presena (Tonale) o vogliate raggiungerne la sommità con la consapevolezza di quanto rapidamente si stanno trasformando tali ambienti, questo libro fa per voi.


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 Daniele Cat Berro

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