TERMOLI. A mezzogiorno è arrivata, improvvisa e crudele, una di quelle telefonate che ti tolgono il fiato e fanno calare il buio davanti agli occhi. Ci ha lasciati prematuramente un carissimo amico, il nostromo della Capitaneria di Porto di Termoli, l’ufficiale Vincenzo Mazzone.
La nostra amicizia nacque quasi per caso, mentre ero alla ricerca di qualche notizia. Da quel primo incontro, grazie alla sua naturale disponibilità, alla sua educazione e a quel modo sempre composto di rapportarsi agli altri, si creò subito un legame sincero. Quelle amicizie che non hanno bisogno di essere spiegate, perché nascono semplicemente tra persone vere.
Ogni volta che ci incontravamo al Porto turistico o lungo i moli, lui nell’eleganza della sua divisa e noi con il taccuino o una telecamera, se poteva cercava sempre di agevolare il nostro lavoro. Lo faceva con discrezione, nel pieno rispetto dei ruoli, senza mai oltrepassare quel confine che distingue un ottimo servitore dello Stato da chi cerca facili protagonismi.
Vincenzo era benvoluto da tutti, in modo particolare dai giovani militari. Forse perché, essendo padre di Francesco e Federico, sapeva parlare ai ragazzi con il linguaggio della comprensione prima ancora che dell’autorità. Per loro era un punto di riferimento, una guida, un esempio.
Ma chi lo conosceva davvero sapeva anche apprezzare un’altra sua qualità: il sorriso. Era sempre pronto alla battuta e quella sua inconfondibile cadenza barese rendeva ogni frase ancora più simpatica. Bastavano pochi minuti con lui perché una giornata pesante diventasse improvvisamente più leggera.
Mentre scrivo queste righe, davanti ai miei occhi scorrono come le immagini di un film tutti i momenti vissuti insieme. Le feste di San Basso. Le processioni in mare. Lui e i suoi colleghi impegnati a contenere con fermezza, ma sempre con educazione, l’entusiasmo della gente che cercava di salire sui motopescherecci già colmi di fedeli.
Vincenzo non ha mai abusato della divisa che indossava. Anzi. Era proprio quella sua umiltà a distinguerlo. Aveva sempre una parola buona per tutti. È vero, qualche rara volta l’abbiamo visto anche arrabbiarsi. Ma accadeva soltanto quando, dopo aver spiegato con pazienza e rispetto le ragioni di un divieto, trovava davanti qualcuno deciso a non capire. E allora quella mancanza di rispetto verso le regole la viveva quasi come un’offesa personale. Perché per lui il dovere veniva prima di tutto.
C’è una fotografia a cui sono particolarmente legato. Gliela scattai mentre, ancora in divisa, sorseggiava un caffè al bar del Porto Turistico. Era venuta bene. La guardò con quell’orgoglio semplice di chi ama il proprio lavoro e mi disse sorridendo: “Michè, mandamela subito.” Quella foto oggi vale molto più di mille parole. È il ritratto di un uomo che portava la divisa con dignità, mai con vanità.
Quando, da giornalista, avevamo bisogno di chiarimenti o informazioni, il primo nome che ci veniva in mente era sempre il suo. E lui non si tirava mai indietro. Cercava sempre la risposta giusta, quella corretta, quella utile. Ma Vincenzo è stato molto di più di una preziosa fonte. È stato un amico vero.
Come potrei dimenticare la vicinanza dimostrata alla mia famiglia quando, nel 2016, mio figlio Antonio fu vittima di una vile e gravissima aggressione? Mi telefonava. Oppure, se ci incontravamo, la prima domanda era sempre la stessa: “Come sta Antonio?”. Non era una frase di circostanza. Nei suoi occhi si leggeva una sincera partecipazione al nostro dolore. In quei momenti capii ancora di più che persona fosse.
Poi arrivò quel maledetto incidente che, un paio d’anni fa, segnò profondamente gli ultimi anni della sua vita. Io, in quei giorni, ero fuori Termoli proprio per questioni legate alla vicenda di mio figlio. Lessi la notizia di un grave incidente stradale, ma non immaginavo che la vittima fosse proprio lui. Lo scoprii soltanto al mio rientro.
Da allora ci siamo incontrati diverse volte per le vie di Termoli. Era sempre accompagnato dalla sua amatissima moglie, che con un amore silenzioso e instancabile non lo ha lasciato solo nemmeno per un istante. E ogni volta mi sembrava di vedere un piccolo miglioramento. Ci speravo. Tutti ci speravamo.
Ultimamente, però, il fatto di non incontrarlo più con la frequenza di un tempo ci aveva fatto intuire che qualcosa non stesse andando come avremmo voluto. Anche pochi giorni fa, durante la cerimonia del cambio del comandante della Capitaneria di Porto, avevamo notato la sua assenza. Oggi è arrivata la notizia che nessuno avrebbe mai voluto ricevere.
Confesso che queste ultime righe le sto scrivendo quasi senza vedere la tastiera. Le lacrime appannano gli occhi, perché persone come Vincenzo Mazzone meritavano un destino diverso. La Capitaneria di Porto perde un ottimo ufficiale. Termoli perde uno dei suoi volti più belli. Ma soprattutto perdiamo un uomo di valore, uno di quelli che lasciano un segno senza fare rumore.
Il comandante uscente Giuseppe Panico e quello entrante Fabrizio Saverio Strusi non hanno avuto il tempo e la fortuna di poter continuare ad avvalersi della sua esperienza. Ma chi ha lavorato con lui sa bene quanto fosse diventato, negli anni, una vera istituzione della Capitaneria di Porto di Termoli.
Pugliese della zona di Bari di nascita, termolese d’adozione, era ormai uno di noi. Sarà difficile passare sul porto senza immaginare quella figura elegante, quella divisa impeccabile, quel sorriso pronto ad accoglierti. E sarà ancora più difficile non sentire le sue battute, soprattutto quando era insieme al collega e amico Matteo: bastavano loro due per strappare un sorriso anche nelle giornate più complicate.
Oggi la famiglia Mazzone perde un marito, un padre, un fratello. La Capitaneria perde un servitore dello Stato. Noi perdiamo un amico. E quando se ne va un amico così, resta un silenzio che nessuna parola riesce a colmare.
Chi vi scrive si stringe con immenso affetto al dolore della signora, di Francesco, di Federico e di tutti i familiari. Voi avete perso la vostra nave guida. Noi abbiamo perso un uomo che ci rendeva migliori ogni volta che lo incontravamo.
Buon vento, “Mazzò”. Da qualche parte, ne sono certo, ci sarà un porto tranquillo dove il mare è sempre calmo. E sono sicuro che anche lì, con quella tua eleganza, il tuo sorriso e quella battuta inconfondibile che iniziava sempre con un “Michè…”, avrai già conquistato tutti.
Ciao, amico mio. Grazie per tutto quello che sei stato. Non ti dimenticheremo mai.
Michele Trombetta
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Redazione
Source link




