Quando a Roma avere i capelli lunghi era un reato: la strana legge del 416 d.C.



Roma, dicembre del 416 d.C.: un taglio di capelli sbagliato poteva costare una denuncia. È l’anno in cui gli imperatori Onorio e Teodosio II decidono di mettere fuori legge le chiome lunghe entro le mura della capitale e nei territori limitrofi — proprio mentre, negli stessi circoli intellettuali, un filosofo del tempo va sostenendo che gli uomini calvi sono per natura più sani, più saggi e più degni di fiducia.

Il legame, tutt’altro che ovvio, tra le leggi romane sull’acconciatura e l’antico Elogio della calvizie è al centro di uno studio dello storico Javier Arce, pubblicato sulla rivista Pyrenae. Secondo la sua ricerca, il divieto romano di portare i capelli lunghi non era un capriccio normativo sulla cura della persona, ma parte di una battaglia più ampia per lo status sociale, l’ordine pubblico e il contrasto alla crescente popolarità delle mode associate ai popoli che i Romani chiamavano “barbari“.

Non solo i capelli

La legge fu emanata il 12 dicembre del 416 d.C. da Ravenna, dove risiedeva allora l’imperatore Onorio. Il provvedimento vietava a chiunque di portare “capelli lunghi” entro i confini della città sacra di Roma. I capelli non erano l’unico bersaglio: la stessa norma proibiva anche gli abiti realizzati con pelli d’animale, persino se indossati dagli schiavi.

I cittadini liberi che ignoravano il divieto rischiavano sanzioni legali, mentre gli schiavi trasgressori potevano essere condannati ai lavori pubblici. Il regolamento valeva anche fuori dalle mura, nelle regioni limitrofe alla capitale.

Una legge contro le fashion victim

A prima vista sembrerebbe una legge anti-stranieri, pensata contro Goti, Franchi o altri gruppi germanici tradizionalmente raffigurati con capelli lunghi e vesti di pelliccia. Ma Arce individua un problema in questa lettura: se il bersaglio fossero stati davvero solo i residenti stranieri, Roma avrebbe dovuto ospitare una popolazione “barbara” talmente numerosa e visibile da rendere il loro aspetto un problema urbano di primo piano. Uno scenario poco plausibile.

L’ipotesi più credibile, secondo lo storico, è un’altra: erano gli stessi cittadini romani ad aver iniziato a imitare acconciature e abiti stranieri. Il governo imperiale avrebbe quindi cercato di impedire che i Romani finissero per somigliare troppo ai popoli che avevano da poco sfidato — e in alcuni casi sconfitto — l’impero.

A conferma di quanto questa moda fosse diffusa anche ai vertici del potere, un rilievo alla base dell’obelisco di Teodosio I, ancora oggi visibile nell’Ippodromo di Costantinopoli, raffigura nel registro superiore le guardie a capelli lunghi delle scholae palatinae, il corpo di élite al servizio dell’imperatore.

Quando l’abito faceva il romano

Le autorità romane avevano da sempre trattato l’abbigliamento e l’aspetto come strumenti di controllo sociale. Si narra che Augusto avesse cercato di far tornare in auge l’abbigliamento tradizionale, incaricando i funzionari di impedire l’accesso al Foro a chi non indossava la toga.

Gli imperatori successivi tentarono di assegnare forme di abbigliamento riconoscibili a funzionari, ranghi sociali e persone schiavizzate: un obiettivo pratico quanto simbolico, perché l’abito permetteva di riconoscere immediatamente il rango di chi si aveva davanti e riduceva il rischio di confondere schiavi, liberi ed élite. Altre leggi tardoromane vietavano ai senatori certi indumenti militari e limitavano l’uso di pantaloni, stivali e abiti associati ai costumi orientali o stranieri. L’aspetto esteriore serviva insomma a definire l’appartenenza sociale — e a individuare chi potesse rappresentare una minaccia.

La lex vestiaria

Il divieto del 416 d.C. si inserisce in questa tradizione: non era tanto una norma per i barbieri romani, quanto un tentativo di preservare la gerarchia della società. Anche la sicurezza urbana potrebbe aver avuto un ruolo: i prefetti delle città tardoantiche temevano rivolte capaci di danneggiare case, mercati e negozi e ci si aspettava che i funzionari monitorassero con attenzione il comportamento pubblico, abbigliamento compreso. Arce definisce la legge una vera e propria lex vestiaria, una normativa sull’abbigliamento e la presentazione di sé.

Sei anni dopo il sacco di Roma

L’emanazione della legge non è casuale. Nel 410 d.C., appena sei anni prima del divieto, il re visigoto Alarico aveva conquistato e saccheggiato Roma. In questo contesto, un romano che passeggiava per la città con i capelli lunghi e indumenti di pelliccia non stava semplicemente osando con la moda: quel look poteva evocare i popoli associati all’umiliazione subita dalla città.

Secondo Arce, le acconciature e gli abiti di ispirazione germanica si erano diffusi al punto da provocare la reazione delle autorità: la legge mirava a contenere una “germanizzazione” culturale della società romana e a ripristinare le distinzioni tradizionali su cui poggiava l’ordine imperiale. L’ansia, insomma, era culturale ma anche politica: imitare l’aspetto di Goti o Germani potenti poteva suggerire ammirazione per il loro successo militare, per il loro status elitario o per la loro crescente influenza dentro i confini dell’impero.

La rivincita dei calvi

Intorno al 400 d.C., pochi anni prima del divieto, il filosofo Sinesio di Cirene — allievo di Ipazia di Alessandria e futuro vescovo di Tolemaide — scrisse il suo Elogio della calvizie.

Il testo era in parte una raffinata presa in giro: rispondeva a un precedente Elogio dei capelli di Dione Crisostomo. Ma l’umorismo poggiava su presupposti culturali ben riconoscibili. Sinesio dipingeva gli uomini dai capelli lunghi come seducenti, inaffidabili e troppo attenti all’apparenza.

Gli uomini calvi, al contrario, incarnavano saggezza, buona salute, dignità sacerdotale e persino la perfezione geometrica del sole. Socrate, forse il più celebre intellettuale calvo dell’antichità, finiva ovviamente schierato dalla parte “vincente” di questa disputa. Non è un caso che tra i ritratti di età tardoantica sopravvissuti figuri anche quello, oggi conservato al Palazzo dei Consoli di Gubbio, identificato con Narsete, il generale dell’imperatore Giustiniano: un volto calvo che, alla luce di questa temperie culturale, poteva apparire come un’immagine di autorità più che di semplice età avanzata.




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