Com’è in crisi il Festival di Venezia


La perfetta cornice dei festival sono le critiche che li precedono e, se succede che li accompagnino, il successo è assicurato. La Mostra di Venezia (2-12 settembre) diretta da Alberto Barbera parte, in questa prospettiva, con il vento in poppa. Prima che si alzi il sipario, con Ink del regista premio Oscar Danny Boyle, si è già detto di tutto, che non c’è Hollywood, che non ci sono registe donne, che ci sono troppi film italiani. Per ogni accusa c’è una difesa, Barbera si è già sottoposto al processo, ma forse, sollevando lo sguardo sul panorama cinematografico mondiale e andando un po’ oltre le apparenze, il discorso potrebbe spostarsi su un altro piano, per esempio sul senso di questo genere di manifestazioni, sulla necessità di adeguarsi ai mutamenti nella fruizione di film, sulle eventuali nuove tecniche di sopravvivenza: «I festival sono radiografie del cinema del momento – osserva Carlo Chatrian, direttore del Museo Nazionale del Cinema di Torino ed ex-direttore della Berlinale -, quindi, nel caso di Venezia, riflettono la situazione di luglio e agosto, magari a dicembre, e poi ad aprile, sarà tutto diverso. Credo che alla Mostra ci siano tanti film italiani perché sono pronti adesso e non lo erano prima. E poi gli italiani amano andare a Venezia, dove il ritorno di visibilità è molto grande». Discorso diverso sul cinema Usa latitante: «Da tempo i grossi blockbusters non vanno ai festival perché seguono logiche di lancio diverse. Andarci significa esporsi al giudizio degli addetti ai lavori e non essere padroni della comunicazione, quando si investono quantità di denaro altissime, si cerca di correre il minor numero di rischi possibile». La stessa definizione di Hollywood è tutta da rivedere: «Per tanti anni si è associato il nome Hollywood a un pugno di case di produzione, la verità è che quella grande scritta sulla collina troneggia su un territorio molto più ampio e molto cambiato. A Warner, Disney, Paramount, Universal, si sono aggiunte le piattaforme e anche lo stesso cinema indipendente, che si chiama così ma in realtà lavora spesso nei dipartimenti delle major, penso alla Focus Features». Secondo Chatrian «i festival vanno ripensati, mi colpisce, per esempio, quello che succede a Bologna, con il “Cinema ritrovato”: non viene proiettato nessun film nuovo, ma il pubblico è enorme, e appartiene a tutte le fasce d’età».


Tra una pausa e l’altra delle riprese della serie Gotico Padano, Pupi Avati formula la sua analisi: «Oggi i festival servono agli sponsor e sono fatti di red carpet, se si dice che Venezia quest’anno è debole, vorrà dire che lo è il red carpet. Sono sicuro che Barbera abbia scelto film di qualità, ma non è quello che fa la differenza, conta soprattutto l’interesse mediatico». Eppure anche lì incombono pericoli: «Di star americane al Lido – ridacchia – ne sono venute talmente tante che ora si rischia l’effetto marziano a Roma descritto da Flaiano. Incontri Brad Pitt in via Condotti e ti giri dall’altra parte». In attesa che la sua proposta, ovvero la creazione di un agenzia per il cinema, diventi realtà operativa, Avati aggiunge che «la Mostra rientrerebbe tre le manifestazioni da valutare anche in considerazione dei loro costi. Bisognerebbe insomma fare somme e sottrazioni, guardare quanto ci costano e quanto ci rendono». C’è anche, dice ancora il maestro, un problema di entusiasmo: «Da parte di chi organizza c’è una certa rassegnazione, forse noia, l’hanno fatto già troppe volte e, quando le persone rimangono sempre le stesse, è difficile che si ricarichino, che siano portatrici di sogni. Barbera è una bravissima persona, ma forse non ha più la carica dei primi anni in cui ha gestito la Mostra».


Sul tema assenza di film diretti da donne, la regista Wilma Labate ha idee chiarissime: «La questione va a analizzata a monte – spiega – certo, sarebbe bello avere più autrici, soprattutto in concorso, ma la realtà è che le donne ricevono finanziamenti con molte più difficoltà rispetto ai colleghi maschi. Fanno meno film e quindi, in termini percentuali, sono sempre in minoranza». Il nodo quindi non riguarda né Venezia né il suo direttore: «Il festival è l’ultimo elemento di una piramide che inizia con altri pregiudizi, per esempio quello secondo cui, in base a non si sa quali regole di mercato, certi argomenti vengano trattati meglio dagli uomini che dalle donne». E, parlando del cartellone della Mostra, Labate confessa: «Una volta i festival erano profondamente utili al lancio e alla sopravvivenza dei film. Ora meno, forse anche perché sono diventati come quelle grandi librerie che sembrano supermercati. Io per esempio preferisco le piccole librerie».


Produttrice di lungo corso, figlia di Fulvio, figura storica del cinema italiano, Federica Lucisano dice che sul cartellone di questa Mostra «bisogna accendere un faro per capire se c’è una crisi di sistema oppure se si tratta di un cambiamento in corso». I film italiani sono oggettivamente tanti: «A Cannes non ce n’erano, qui sono talmente numerosi che si rischia di non poter dare loro il giusto risalto. Forse bisognava avere il coraggio di dire di no a qualcuno». Poi si aprono interrogativi, ad esempio su Guadagnino che alla Mostra presenta un doc su Bertolucci, ma non il film Artificial su OpenAI: «Sono andata a Parigi a vederlo, non sarà a Venezia, e ho pensato: strano che non sia alla Mostra, perché? Politica di marketing? Argomento trattato, visto che parla di influencer e Ai? Penso che se i film creano dibattito, sono sempre benvenuti. Insomma, è un’assenza che mi incuriosisce». Quanto alle donne, Lucisano è convinta «che uno sforzo in più poteva essere fatto, ma sempre, naturalmente, nel nome della qualità. Le quote rosa vanno rispettate, ma solo in considerazione del talento artistico». Dal programma di quest’anno mancano le serie, che negli ultimi anni avevano guadagnato al Lido vetrine significative: «I festival – osserva Pietro Valsecchi, produttore di classici tv come Ultimo, Distretto di polizia, Rosy Abate e di vari campioni d’incassi di Zalone – hanno un po’ lo stesso ritmo delle annate del vino, ci sono stagioni straordinarie e altre meno. Vediamo come andrà questo festival, noi italiani siamo strutturalmente criticoni. Io credo che, prima di partire con i grandi processi, sia giusto aspettare e vedere». D’accordo anche sull’assenza delle serie: «Sono d’accordo con Barbera, non vedo grandi serie di qualità, e poi i giovanissimi sono tornati al cinema, la generazione precedente è cresciuta con le piattaforme, ora si è stancata, mentre i diciottenni vanno in sala». Alla Mostra, Valsecchi presenterà, alla Sic, un corto di cui è produttore («senza tax credit», sottolinea), regia di Blue Fasoli e Caterina Bertini, titolo Dove le lacrime aspettano: «Io i miei dieci giorni al Lido li ho prenotati, voglio capire dove sta andando il cinema».



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 Fulvia Caprara

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