Il valzer del commercio in Sicilia: meno negozi, più occupati



Confcommercio: dal 2018 al 2023 l’Isola ha perso il 6,9% dei punti vendita. A soffrire di più sono i piccoli esercizi. Sempre più lavoratori in discount (+44,3%), farmacie (+19%) e tecnologia (+56%), ma è fuga dagli ipermercati (-72%)

La fotografia del commercio siciliano che emerge dai dati delle Camere di Commercio è quella di un settore in trasformazione, con dinamiche non sempre lineari e con segnali che vanno interpretati con attenzione. I numeri del primo trimestre 2025 elaborati da Infocamere mostrano una realtà in movimento: meno imprese attive nel commercio al dettaglio, ma più addetti. Un paradosso apparente che racconta, in realtà, il consolidamento di strutture più grandi a scapito delle micro-imprese tradizionali.

Meno negozi ma più occupati: il paradosso del commercio siciliano

Al 31 marzo 2025, le imprese attive nel commercio al dettaglio in Sicilia sono 85.357, in calo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (-1,2%, pari a oltre mille unità in meno). Parallelamente, gli addetti nel settore sono cresciuti del 2,3%, toccando quota 162.847. Il dato suggerisce che, mentre le piccole realtà commerciali chiudono, quelle più strutturate crescono in termini di forza lavoro. Una concentrazione del settore che rispecchia tendenze nazionali, ma che in Sicilia assume caratteristiche proprie legate alla conformazione del territorio e alla struttura del tessuto produttivo locale.

La grande distribuzione avanza

A guadagnare terreno è soprattutto la grande distribuzione organizzata: supermercati, ipermercati e catene della grande distribuzione aumentano le proprie quote di mercato, attirando clientela e addetti. Il commercio di prossimità, invece, continua a soffrire: la concorrenza dell’online, l’aumento dei costi fissi, i canoni di locazione elevati nei centri urbani e il cambiamento delle abitudini di acquisto dei consumatori mettono sotto pressione gli esercizi tradizionali.

Nel commercio all’ingrosso, i numeri raccontano una storia leggermente diversa: le imprese attive sono 19.847, sostanzialmente stabili (-0,3%), mentre gli addetti crescono in modo più marcato (+3,1%, per un totale di 81.432). Anche qui, il consolidamento sembra essere la parola d’ordine, con le aziende più solide che assorbono quote di mercato e lavoratori dalle realtà più fragili.

Palermo e Catania guidano, le aree interne arrancano

A livello provinciale, il quadro si differenzia in modo significativo. Palermo e Catania si confermano le province con il maggior numero di imprese commerciali attive e di addetti, riflettendo il loro peso demografico e la concentrazione dei flussi economici. Le province più interne e con tessuti economici meno sviluppati — come Enna e Caltanissetta — mostrano dinamiche più critiche, con contrazioni più accentuate nel numero di esercizi e difficoltà maggiori nel trattenere forza lavoro qualificata.

Messina presenta un andamento particolare, influenzato dalla sua posizione geografica e dalla doppia vocazione di area di transito e di destinazione turistica. Ragusa e Siracusa, con le loro economie più legate all’agroalimentare e al turismo, mostrano segnali relativamente più positivi rispetto alla media regionale.

Commercio online e cambiamento dei consumi

Le sfide strutturali che il commercio siciliano deve affrontare non sono di breve periodo. L’e-commerce continua a crescere, sottraendo quote ai negozi fisici soprattutto nei segmenti dell’abbigliamento, dell’elettronica e dei prodotti per la casa. Le imprese che riescono a sopravvivere e prosperare sono quelle che hanno saputo integrare il canale digitale con quello fisico, offrendo esperienze d’acquisto che il commercio online non può replicare.

La qualità del servizio, la specializzazione merceologica e il radicamento nel territorio rimangono le leve principali su cui i commercianti siciliani possono fare affidamento per distinguersi dalla concorrenza delle grandi catene e delle piattaforme digitali. Ma per farlo servono investimenti, formazione e un contesto istituzionale che supporti la transizione invece di ostacolarla con burocrazia e costi eccessivi.

Le politiche di sostegno: tra incentivi inutilizzati e bisogno di una strategia di sistema

Sul fronte delle politiche di supporto, il quadro è frammentato. Esistono strumenti regionali e nazionali pensati per sostenere il commercio di vicinato — dai fondi per la riqualificazione dei centri storici agli incentivi per la digitalizzazione — ma la loro efficacia è spesso limitata dalla scarsa capacità delle imprese di accedervi e dalla mancanza di una strategia di sistema che coordini gli interventi.

I centri storici delle città siciliane restano un nodo critico: la presenza di immobili sfitti, i canoni di locazione elevati e la concorrenza delle aree commerciali periferiche rendono difficile il rilancio del commercio nei cuori urbani. Alcune amministrazioni locali stanno sperimentando politiche di detassazione e incentivazione per attrarre esercizi commerciali nei centri storici, ma i risultati sono ancora limitati e disomogenei.

Prospettive 2025-2026: il settore si consolida, ma la sfida per le micro-imprese resta aperta

Le prospettive per il resto del 2025 e per il 2026 sono incerte. Da un lato, la ripresa dei consumi legata al turismo — in crescita in Sicilia — offre opportunità per il commercio nelle aree a maggiore vocazione turistica. Dall’altro, l’incertezza economica generale, l’inflazione ancora elevata su alcune categorie di prodotti e la pressione competitiva dell’online continuano a pesare sulle prospettive delle micro-imprese commerciali.

Il valzer del commercio siciliano — con la sua danza di chiusure e aperture, di concentrazioni e trasformazioni — continuerà probabilmente a caratterizzare il settore nei prossimi anni. La sfida per le istituzioni è accompagnare questa trasformazione in modo che non si traduca soltanto in desertificazione commerciale dei territori più fragili, ma in un riposizionamento competitivo che preservi la vitalità economica e sociale delle comunità locali.


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 Salvatore Rocca

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