Identità termolesi: il viaggio di Michele Trombetta tra radio, giornalismo e memoria


TERMOLI. L’identità termolese, questa volta, ve la racconto attraverso una storia scritta tra le mie dita. Una storia passata prima attraverso gli occhi di un bambino, poi tra le mani di un ragazzo e infine nella voce di un uomo che, per oltre quarantacinque anni, ha avuto il privilegio di raccontare la sua città.

È una storia che corre insieme a quella di Termoli. Una città che ho visto cambiare, crescere, trasformarsi, senza mai perdere il legame con le proprie radici.

Nel 1959 avevo appena cinque anni quando, per ragioni familiari e di lavoro, fui costretto a lasciare la mia città. Mio padre non c’era più e mia madre, con una forza straordinaria, fu per me madre e padre allo stesso tempo.

Così, dal piccolo Borgo Vecchio di Termoli, mi ritrovai catapultato nella Milano già metropoli. Per molti un cambiamento del genere sarebbe stato traumatico. Per me, invece, fu una scuola di vita.

Quei sedici anni trascorsi in Lombardia mi fecero crescere prima del tempo. Mi insegnarono ad osservare, ad ascoltare, a confrontarmi con una realtà completamente diversa da quella che avevo lasciato.

Senza saperlo, stavo costruendo le basi di quella che sarebbe diventata la mia professione e, soprattutto, la mia passione.

Già allora avevo dentro qualcosa che mi spingeva verso l’informazione. Era una predisposizione naturale.

Passavo ore ad ascoltare le radio con il vecchio transistor. Erano gli anni in cui esisteva soltanto la radio nazionale e gli speaker cominciavano appena a diventare i compagni di viaggio degli italiani.

Ascoltavo ogni programma, ogni voce, ogni sfumatura.

Poi c’era lo sport. La domenica andavo a San Siro e tornavo a casa con un grande quaderno pieno di ritagli di giornale. Ma non mi limitavo a conservarli: sotto ogni articolo scrivevo le mie impressioni sulla partita, commentavo, analizzavo, criticavo.

Senza rendermene conto stavo già facendo il cronista.

Il destino, però, mi stava aspettando a Termoli. Quando nel 1975 tornai nella mia città, a ventun anni, fu come ricominciare una seconda vita. Ed ebbi la fortuna più grande: incontrare le persone giuste. Si chiamavano Icilio Caprioli, Dani Caruso ed Enzo Nucci. Furono loro ad aprirmi la porta di un mondo che fino a quel momento avevo soltanto sognato.

Erano gli anni delle radio libere. Grazie all’entusiasmo e al coraggio di quei pionieri nacque Radio TRT 103 Adriatico, una delle primissime emittenti private del Centro-Sud Italia, la sessantatreesima radio libera italiana.

Io c’ero.

Ma il mio esordio davanti a un microfono rischiò seriamente di essere anche il mio addio. C’è un episodio che ancora oggi mi fa sorridere e che avrebbe potuto far finire la mia avventura in radio… ancora prima di cominciare.

Dani Caruso ed Enzo Nucci decisero di mettermi alla prova affidandomi il mio primo programma radiofonico. Volevano capire se quel ragazzo pieno di entusiasmo avesse davvero le qualità per stare davanti a un microfono.

Mentre io ero chiuso nello studio a parlare agli ascoltatori, loro due erano in macchina, in giro per Termoli, ad ascoltare la trasmissione per giudicarmi.

L’inizio andò bene. Ero emozionato, ma tutto sembrava filare liscio. Poi arrivò il momento di mandare in onda uno spot pubblicitario registrato su cassetta. E lì il destino decise di metterci lo zampino.

Il registratore si bloccò. Provai una volta. Niente. Riprovai una seconda. Ancora niente. Io cercavo di mantenere la calma davanti al microfono, ma dentro stavo andando nel panico. Alla fine, esasperato da quell’aggeggio che sembrava avercela con me, dimenticai completamente una regola fondamentale della radio.

Lasciai aperto il cursore del microfono sul mixer.

E, convinto di non essere ascoltato da nessuno, rivolsi al registratore una colorita imprecazione. Una di quelle che sarebbe stato meglio tenere per sé. Appena me ne resi conto mi si gelò il sangue.

Pensai: “È finita. Questa è stata la mia prima… e anche l’ultima trasmissione.” Continuai il programma con il morale sotto i piedi, aspettando il verdetto. Quando Dani ed Enzo rientrarono in radio mi guardarono in silenzio per qualche secondo. Io ero già pronto alla sentenza.

Invece, all’improvviso, alzarono il pollice. «Bravo. Sei dei nostri».

Ancora oggi mi domando se non abbiano davvero sentito quella mia involontaria “esplosione” in diretta. Forse la fortuna, quella sera, decise di darmi una mano. Oppure capirono che, dietro quell’incidente, c’era soltanto un ragazzo emozionato con una voglia matta di fare radio.

Da quel giorno iniziò un’avventura durata oltre quarantacinque anni.

Un altro ricordo che porto nel cuore è quello della mia esperienza in radio, una delle più belle della mia vita. Trasmettevamo da una stanza di via Don Luigi Sturzo 17. C’erano un mixer, due giradischi, qualche microfono, registratori che oggi sembrerebbero reperti da museo e tanta, tantissima voglia di comunicare. Ma bastava accendere quel microfono per sentirsi i padroni del mondo. Sapere che dall’altra parte centinaia di persone ci stavano ascoltando era qualcosa di indescrivibile.

Con appena cento watt di potenza il nostro segnale arrivava ben oltre il Molise. La banda FM non era ancora affollata come oggi e ricevevamo telefonate perfino da regioni lontane.

Era magia. La radio non era soltanto musica. Era compagnia. Era amicizia. Era emozione. Ogni telefonata diventava un volto. Ogni ascoltatore un amico. Ancora oggi, quando incontro qualcuno che mi dice: “Io ti ascoltavo”, dentro di me rivivo quegli anni meravigliosi.

Forse Dani Caruso ed Enzo Nucci notarono il mio entusiasmo. Forse fu anche quell’accento milanese che tradiva solo in parte le mie origini termolesi. Qualunque fosse la ragione, decisero di credere in me. E non smetterò mai di ringraziarli.

La radio mi ha regalato oltre quarantacinque anni di felicità.

Mi ha fatto conoscere migliaia di persone e, indirettamente, mi ha anche permesso di costruire la famiglia che oggi rappresenta il mio bene più prezioso. Naturalmente il tempo è passato. Qualcuno non c’è più. Penso con affetto a Dani Caruso, Marco Fiorelli, Loreta De Fanis e a tanti amici che hanno lasciato un segno nella mia vita. Altri hanno raggiunto importanti traguardi professionali, come Linda e Patrizia Critelli, Giorgio Giovannetti e Giorgio Buscaglia. Poi ci sono gli amici di sempre: Aldo Ciccone e Nicola Montuori, oggi mio editore a TermoliOnLine.

Ma quella fu soltanto la prima tappa.

Dalla radio arrivarono la televisione, i giornali cartacei e, infine, il web. E come ogni giornalista ricordo perfettamente la mia prima vera intervista. Davanti a me non c’era un artista qualunque, ma Arnoldo Foà. Solo il suo nome incuteva rispetto. Io ero emozionatissimo. Mi avvicinai quasi in punta di piedi e gli dissi con estrema timidezza: «Maestro, se vuole possiamo fare un’intervista…»

Lui mi guardò, sorrise e capì immediatamente il mio imbarazzo. Con l’eleganza dei grandi uomini mi mise subito a mio agio.

«Certo. Vieni qui… appoggiami pure un braccio. Ho una certa età. Facciamoci una passeggiata nel parco e ti racconto tutto quello che vuoi sapere».

In quel momento sparì tutta la tensione. Camminammo insieme parlando di teatro, di cinema, della vita. Io non stavo soltanto intervistando uno dei più grandi attori italiani: stavo ricevendo una lezione di umanità. Arnoldo Foà era un gigante del palcoscenico, ma prima ancora era una persona straordinaria, capace di mettere a proprio agio un giovane cronista al suo battesimo del fuoco. E, ripensandoci oggi, non avrei potuto desiderare un inizio migliore.

Ogni esperienza ha aggiunto un tassello alla mia crescita.

In questi decenni ho avuto la fortuna di conoscere e intervistare personalità straordinarie. Da Germano D’Aurelio, il nostro indimenticabile N’Duccio, al meteorologo Mediaset Andrea Giuliacci, con il quale ancora oggi mi sento spesso. Franco Oppini, al quale siamo riusciti perfino a far imparare qualche parola in dialetto termolese. Ivan Cardia, Pio e Amedeo, Rocco Papaleo, Giorgio Colangeli, Lino Banfi, Gianmarco Tognazzi, Gigi D’Alessio, Alessandra Amoroso, Fabri Fibra, Donatella Rettore, Tullio De Piscopo, Paola Turci, Franco Mussida, Biagio Antonacci agli inizi della carriera, Ivan Graziani, il compianto Pino D’Angiò.

E ancora grandi campioni dello sport come Gianni Rivera, Fabio Quagliarella ed Eranio. Sono soltanto alcuni dei tantissimi incontri che il giornalismo mi ha regalato.

Ma, alla fine, la protagonista è sempre rimasta lei.

Termoli.

La città che ho lasciato bambino e che ho ritrovato uomo. Una città che nel frattempo è cresciuta, si è aperta al turismo, alla cultura, allo sport, agli eventi. Una città che ha imparato a credere nelle proprie capacità. Per troppo tempo qualcuno ha continuato a ripetere, quasi per scherzo, che “il Molise non esiste”.

Io ho sempre sorriso davanti a quella battuta. Perché il Molise è sempre esistito. Forse aveva soltanto bisogno di imparare a raccontarsi meglio. Di credere di più nelle proprie qualità. Di avere il coraggio di mostrarsi al mondo.

Oggi Termoli e il Molise sono una realtà conosciuta e apprezzata.

E, come qualcuno ha scritto, non solo esistono, ma resistono. Io aggiungo una cosa. Non hanno alcuna intenzione di fermarsi.

L’identità termolese è viva. È forte. È orgogliosa. E se oggi siamo arrivati all’80 per cento delle nostre potenzialità, sono convinto che quel cento per cento non sia un sogno irraggiungibile. È lì, davanti a noi. Serve soltanto continuare a crederci. Perché, in fondo, la storia di Termoli è anche la mia.

E la mia storia, da oltre settant’anni, continua a essere scritta… tra le mie dita.

Michele Trombetta




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Redazione

Source link

Di