Presidente Mercalli, stiamo vivendo un’estate eccezionale o dobbiamo ormai considerarla la nuova normalità? Quando smettiamo di parlare di “emergenza” e iniziamo a parlare di cambiamento permanente?
«Quando accetteremo che la crisi climatica è un effetto del nostro stile di vita, della nostra economia ingabbiata nel concetto di crescita infinita dei consumi, che su un pianetino limitato non è possibile. Quando accetteremo in sostanza che esistono limiti fisici invalicabili che condizionano i nostri desideri, ovvero i nove limiti planetari di cui sette sono già superati e ci spingono in un territorio pericoloso per il nostro benessere futuro. Il clima è uno di questi, in buona compagnia di altre criticità come la perdita di biodiversità e gli inquinanti pericolosi per la nostra salute».
L’Italia è stata progettata per vivere con estati da 30-32 gradi. Oggi affronta sempre più spesso giornate da 40 gradi. Le nostre città sono diventate inadatte al clima che abbiamo?
«Tutte le città europee sono figlie di un clima decisamente più fresco e quindi si trovano impreparate rispetto al clima più caldo di oggi e soprattutto di domani. Il Mediterraneo essendo un “hot spot climatico” ovvero una regione molto abitata, molto ricca di città storiche che si riscalda più di altre, è particolarmente vulnerabile».
Se dovesse indicare tre errori urbanistici che paghiamo ogni estate – asfalto, cemento, assenza di alberi, edifici – quali metterebbe ai primi posti?
«Prima di tutto la cementificazione che peggiora lo stato termico e idrologico delle nostre aree urbane e che non si ferma, nonostante gli allarmi del rapporto ISPRA sul consumo di suolo: 2,5 metri quadrati al secondo se ne vanno sotto il cemento. Il terreno sigillato si riscalda di più di quello vegetato e non assorbe le piogge intense, aumentando il rischio di alluvioni. Segue la scarsa coibentazione degli edifici, che andrebbero riqualificati con un massiccio programma nazionale dotato di fondi pari almeno a quelli che stupidamente destiniamo ora agli armamenti, e la scarsa cura per il verde urbano, che in molte città è trascurato e non rinnovato adeguatamente».
Quanto pesa davvero l’effetto “isola di calore” nelle città? Quanti gradi in più si registrano rispetto alle campagne circostanti e quanto di quel calore dipende da come abbiamo costruito le nostre città?
«Circa 2-5 gradi in più nelle zone urbane rispetto alle campagne circostanti».
Molti continuano a pensare che basti installare più condizionatori. Non rischiamo invece di entrare in un circolo vizioso, consumando più energia e aumentando ulteriormente il calore urbano?
«Il condizionatore è oggi una necessità, sia per evitare pericolose conseguenze sanitarie, sia per consentire un opportuno comfort negli ambienti di lavoro, dove altrimenti cala il livello di concentrazione. L’importante è che gli impianti di climatizzazione siano alimentati da energia rinnovabile (basterebbero i pannelli solari sui tetti degli stessi edifici!) e che i locali siano adeguatamente coibentati per limitare al massimo gli sprechi energetici (il che servirebbe anche per il riscaldamento invernale). Mi ha colpito l’ordinanza della città di Torino per obbligare i commercianti a chiudere le porte dei negozi in genere lasciate aperte, solo per far fronte alla crisi blackout per sovraccarico rete elettrica: ma sarebbe un provvedimento di buon senso da mantenere sempre non soltanto in alcune giornate».
Lei sostiene da anni che bisogna adattarsi oltre che ridurre le emissioni. Se fosse sindaco di una grande città italiana, quali sarebbero le prime tre decisioni che prenderebbe domani mattina?
«L’adattamento è la sconfitta della mitigazione, ovvero della cura della patologia climatica causata dalle emissioni globali. Poiché il mondo pensa più alle guerre che alla transizione energetica, è diventato purtroppo necessario, ma non permette di risolvere tutti i problemi, ne attenua solo le conseguenze. Quindi da sindaco: arresto radicale della cementificazione, riqualificazione degli immobili esistenti (anche con demolizione e ricostruzione con tecniche più efficienti), promozione massiccia delle energie rinnovabili».
Le ondate di calore oggi durano giorni, a volte settimane. È questa la vera differenza rispetto agli anni Ottanta e Novanta più ancora dei picchi di temperatura?
«Entrambe le dinamiche: fa più caldo e dura di più. A Torino abbiamo dati di temperatura dal 1753: i 40 gradi si toccano per la prima volta nell’estate 2003 e da allora diventano un valore ricorrente. I giorni con temperature sopra i 30 gradi sono fortemente aumentati così come quelli con minime notturne sopra i 20 gradi (notti tropicali). Al contrario i giorni di gelo invernali sono passati da oltre 50 a un numero che si conta sulle dita di una mano. Il clima di Torino è oggi più simile a quello di Roma trent’anni fa (Roma oggi è invece come Palermo, e Palermo come Tunisi…)».
Molti italiani hanno la sensazione che il Mediterraneo stia assumendo caratteristiche quasi tropicali. È una percezione corretta? Che cosa sta cambiando nel nostro clima?
«E’ vero, il Mediterraneo è un mare piccolo, con una stretta apertura a Gibilterra verso l’Atlantico e vicino al deserto del Sahara con i suoi anticicloni roventi: per questo si riscalda più in fretta. Basta osservare le mappe in tempo reale del sistema di monitoraggio satellitare europeo Copernicus: tutto rosso!»
Negli ultimi cinquant’anni quanto è aumentata la temperatura media delle principali città italiane e quanto incide questo aumento sulla salute, sulla produttività e sulla qualità della vita?
«In media in Italia la temperatura è aumentata di 2,5 °C nell’ultimo secolo, ma la maggior parte si concentra negli ultimi trent’anni. E’ un valore quasi doppio rispetto alla media globale. Ciò che incide sulla nostra vita non è la media (anzi, d’inverno un po’ di tepore in più abbassa perfino i costi del riscaldamento!) ma sono i picchi termici estivi e gli eventi alluvionali estremi. La massima temperatura italiana è stata toccata a Siracusa nell’agosto 2021 con 48,8 °C, un valore estremo che può essere fatale per la nostra vita. Il colpo di calore è una patologia in crescita che nelle estati come questa può avere un bilancio oltre le 10.000 vittime solo in Italia, circa 60.000 in Europa occidentale. Dati che vedremo a fine anno, con le statistiche demografiche. Poi c’è l’agricoltura, minacciata da siccità, grandinate e altri eventi estremi. Effetti dannosi anche sulla produzione idroelettrica e sulle attività industriali. E poi i danni sopportati dalle assicurazioni in forte crescita: una grandinata come palle da tennis produce anche miliardi di indennizzi. Per non parlare degli incendi: in Francia il conto dei disastrosi incendi in Gironda è di centinaia di milioni di euro e nell’insieme del Paese le ripetute canicole dell’estate 2026 presentano un costo di oltre 3 miliardi di euro».
Qual è il rischio più sottovalutato di queste ondate di calore? Si parla molto dei decessi, ma poco degli effetti su infrastrutture, agricoltura, trasporti ed economia.
«Non possiamo affatto sottovalutare l’aspetto della salute. Bastano i dati a ricordarcelo: ad oggi i dati ci dicono che i morti per caldo sono 10 mila, ma è facile stimare che entro fine estate potranno raddoppiare. Il problema è che verranno censiti a gennaio del 2027, quando farà freddo e il dato verrà relegato nelle ultime pagine dei giornali. Il fatto che i morti per il caldo non sono come quelli per i Covid che riempivano gli ospedali e l’emergenza occupava i titoli principali dei mass media. Il colpo di calore è subdolo, colpisce in casa anziani soli, o nelle Rsa. Poi, sì, c’è un tema economico. Prendiamo il caso della Francia. Oggi su Le Monde c’era un bel dossier: spiegava come l’emergenza caldo sia costata in termini di soldi qualcosa come tra 3 e 6 miliardi di euro impedendo alla politica francese di abbattere il deficit».
Lei è climatologo da decenni. C’è stato un momento in cui ha capito che il cambiamento climatico stava accelerando più velocemente di quanto ci si aspettasse? Quale episodio le è rimasto più impresso?
«È un problema che andrebbe posto ai piani alti della politica. Trent’anni fa i dati, già allarmanti, li esponevo ai sindaci, ai politici, ma oggi siamo qui a parlare e scrivere delle stesse cose. Eppure abbiamo avuto una data, l’estate del 2003, che doveva farci aprire gli occhi: quello è stato un punto fermo, purtroppo ignorato. Poi abbiamo avuto una sfilza di estati calde e questa, quella del 2026, è destinata a polverizzare ogni record».
Cosa dovrebbe fare la politica?
«Intanto interrompere la cementificazione. Non smetterò mai di dirlo. Invece le scelte tecniche sono sempre a macchia di leopardo, servirebbe una legge che oggi non esiste e che blocca il nuovo consumo di suolo. Capisco però che l’elemento climatico non è un bacino di voti. Non solo a destra si nega spesso il problema e basta vedere ciò che accade negli Stati Uniti, dove Trump addirittura sta smantellando le leggi per la tutela del clima, ma anche a sinistra non sento quasi mai nessun leader parlare di emergenza climatica e politiche da adottare per affrontare un tema così vasto. E poi poche città si stanno davvero attrezzando. Penso a cosa stanno facendo, ad esempio, le città di Bologna e Brescia. Ma sono pochi esempi».
Se tra vent’anni un bambino le chiedesse perché le città italiane sono cambiate – più alberi, meno asfalto, tetti verdi, nuove regole edilizie – quale sarebbe la lezione che oggi dovremmo imparare per non arrivare impreparati?
«Che l’esperienza di tanti anni prima, quella dell’estate del 2003, non è servita a nulla. La questione deve diventare tema di tensione sociale, allora sì peserebbe dal punto di vista elettorale».
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Giampiero Maggio
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