Logica e buon senso per argomenti eterni.
di Antonio Calicchio
Cari lettori, in procinto di andare in vacanza o già in ferie, avete una idea di cosa discuteremo nel 2066? Parleremo ancora di riforma della giustizia, separazione delle carriere fra magistratura giudicante e requirente, conflitto di interessi, lunghezza dei processi, riforme istituzionali e leggi elettorali?
Non lo escluderei aprioristicamente, poiché sono questi eterni argomenti che consentono ai talk show e ai giuristi da social network di colmare ore di palinsesti. Eliminate tali argomenti – risolvibili ciascuno tutt’al più in mezz’ora, sol che si applicassero logica e buon senso – e di cosa discorrerebbero giornalisti ed opinionisti, ieri tuttologi di infettivologia, oggi esperti autodichiarati di diritto costituzionale? Occorre comprenderli: se si rimuovono gli argomenti scottanti, che cosa resta? Bisognerebbe vivere, anziché concionare, ma vivere è ciò che è più difficile.
Logica e buon senso, si diceva! Ma è necessaria pure la conoscenza del latino. Gli antichi Romani avevano elaborato un principio cardine, una regula aurea, conosciuta in campo medico, ma che può trovare applicazione ad ogni settore umano e, dunque, giuridico: “Primum non nocere”. In medicina, questo brocardo vuol dire che, dovendo decidere una terapia, il punto donde muovere è non arrecare pregiudizi al paziente. Pertanto, fra svariati trattamenti possibili, va considerato primariamente quello che genera meno effetti collaterali. Ora, le norme giuridiche che cosa sono se non trattamenti o terapie che uno Stato introduce allo scopo di correggere o curare condizioni di malessere sociale?
Un vuoto normativo non è interpretabile come mancanza di terapia onde curare un disagio che è sorto all’interno della società, determinato da circostanze nuove in confronto allo status quo? “Primum non nocere”.
Sempre più di frequente, le proposte legislative sono concepite non come modalità per amministrare l’esistente, per semplificare la vita dei cittadini, bensì come battaglie identitarie. Una legge, una proposta di legge sono giuste e vanno sostenute non tanto perché corrispondono a ragioni e questioni concrete, quanto, piuttosto, perché rappresentano la declinazione giuridica dell’ideologia del partito politico che le appoggia. Approvare una legge ha come finalità quella di ribadire, ratificare e consolidare l’identità di chi l’ha proposta, al di là delle conseguenze. Sicché, eventuali conseguenze negative colpiranno unicamente chi era e rimane contrario alla legge proposta, tanto che chi si oppone alla legge, si oppone alla cosa giusta.
“Primum non nocere” ci comunica pure altri elementi di riflessione. Per non nocere ad una realtà, è indispensabile prima conoscere la realtà medesima. Avere chiara la struttura di relazioni, rapporti, interconnessioni che disciplinano il contesto sociale cui la legge pensata dovrà avere vigenza. “Primum non nocere” costituisce l’antitesi assoluta delle proposte normative nate in laboratorio, in salotti accademici. Conoscere, inoltre, una realtà significa tener conto anche di ciò che non condividiamo, di ciò che ideologicamente è da noi lontano, ma che, nonostante il ripudio etico, tuttavia esiste. Le leggi riguardano tutto il corpo sociale, ma ciò non vuol dire che la maggioranza al potere – di destra o sinistra che sia – debba tacitare l’opposizione. Non nocere significa non nuocere a tutti, nessuno eccettuato, ivi compresi i dissenzienti, giacché coloro che sono eletti e assumono decisioni hanno l’obbligo di rispettate tutti, pure chi non li ha votati.
Purtroppo, sembra che in Italia nessuno ricordi questa norma elementare, tant’è vero che le leggi vengono istituite come rivalsa per sedicenti torti subiti in passato, al fine di vendicarsi di altre leggi emesse dalla maggioranza precedente, di punire, controllare, impartire lezioni di civiltà. Al punto che leggi, norme, regole, imposizioni si sedimentano una sull’altra, ciascuna in buona fede, ciascuna fondata su inappuntabili teorie etico-giuridiche, chiare sui manuali e nei salotti tv, ma rovinose allorché vengono calate nella vita reale. Logica e buon senso. Dove sono?
Così nel nostro Paese, come in molti altri, qualunque indagato gode della presunzione di innocenza: l’accusa è tenuta a dimostrare la colpevolezza. In teoria. Dal momento che in pratica la società segue non la regola della presunzione di innocenza, ma quella della moglie di Cesare.
Costui affermò che sua moglie doveva mostrare un comportamento esemplare, evitando di creare il minino sospetto su di sé, poiché questo avrebbe dato agio al popolo di sospettare dell’autorità dello stesso Cesare, senza appello e senza difesa possibile, nel senso che se la moglie di Cesare avesse ricevuto una accusa, per qualsivoglia nefandezza, sarebbe stata già colpevole, al cospetto del populus Romanus. Ciò non ricorda nulla a voi, cari lettori?
La moglie di Cesare deve essere candida ed immacolata: il pubblico amministratore, qualora accusato, deve rassegnare le dimissioni, anche senza passare per il vaglio del processo penale, dato che esiste il c.d. processo politico. In linea generale, il processo politico vale per gli avversari, appartenenti ad altri partiti. Solitamente, laddove ad essere accusato sia un rappresentante del governo, è la minoranza ad invocare le dimissioni per processo politico, auspicando – ipocritamente – che possa provare la sua innocenza, mentre nel caso in cui ad essere accusato sia un membro della opposizione, è chi governa che impiega lo stesso metodo.
Ciò che, al riguardo, meraviglia è questo: un amministratore, accusato, si dimette, affronta tutto il processo, che dura diversi anni, viene assolto, con formula piena. Per quale ragione essenziale non viene reintegrato nel posto che ha abbandonato? O non gli viene riconosciuto alcunché per ciò che ha perduto? Anzi, lo stigma della reità gli resterà in perpetuum.
La situazione, dunque, è assai più semplice o tragicomica di quella della moglie di Cesare. Il principio giuridico seguito da stampa e tv e che, conseguentemente, modella la psicologia delle persone, è: “Dove c’è fumo, là c’è arrosto”. Se tutti asseriscono che un soggetto ha commesso un fatto illecito, allora egli lo ha commesso, è colpevole a priori, talché appare giusto che venga immantinente condannato, senza, persino, attendere i tre gradi di giudizio. Pensate al caso-Tortora!
La presunzione di innocenza non interessa più a nessuno. Perché? Perché, a causa di un corto circuito comunicativo, la presunzione di innocenza è vista come presuntuosa. Come osa un soggetto proclamarsi innocente, se tutti, ormai, sanno tutto? E sanno tutto in quanto lo dicono loro giornali, tv, talk show, opinionisti, politici. E’ presuntuoso.
Oggi, Robespierre sarebbe a suo agio: dirigerebbe un giornale oppure condurrebbe un talk show. Forse lo fa già.
Buon relax estivo.
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Redazione OrticaWeb
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