Giovani liberi professionisti e loro guadagni in calo: i dati 2026


La libera professione invecchia e lo fa più rapidamente del lavoro dipendente. È la fotografia che emerge dal rapporto “Generazioni a confronto tra demografia e redditi”, realizzato dall’Osservatorio delle libere professioni di Confprofessioni e presentato il 7 luglio 2026 a Roma alla presenza della ministra del Lavoro Marina Calderone. Il documento, curato da Ludovica Zichichi, Camilla Lombardi e Alessia Negrini, incrocia dati demografici e serie storiche sui redditi. Il quadro che restituisce riguarda da vicino chi apre una partita IVA oggi: l’ingresso nella professione è diventato più lento, più tardivo e meno remunerativo di quanto fosse per la generazione precedente.

tot bonifici istantanei

Liberi professionisti under 35 fermi al 16%: sono meno dei lavoratori dipendenti

Il primo dato riguarda la composizione per età. Nel 2025 gli under 35 rappresentano circa il 24% dei lavoratori dipendenti, il 16% dei liberi professionisti e il 15% degli altri lavoratori indipendenti. La presenza giovanile nella libera professione vale quindi circa due terzi di quella registrata nel lavoro subordinato.

All’estremo opposto della piramide anagrafica il rapporto si inverte: la fascia 55-64 anni pesa per il 22,3% tra i dipendenti, per il 24% tra i liberi professionisti e per il 27,9% tra gli altri indipendenti, ai quali si aggiunge una presenza più consistente di over 64.

La spiegazione sta nelle condizioni di accesso. Il lavoro dipendente dispone di canali di ingresso standardizzati, mentre la libera professione richiede tempi di avviamento più lunghi, stabilità economica iniziale e reti consolidate: sono condizioni che favoriscono le generazioni più mature e rendono selettivo l’ingresso dei giovani.

L’età media dei professionisti sale a 48 anni: il ricambio generazionale si inceppa

Tra il 2015 e il 2025 l’età media dei liberi professionisti è salita da 45 a 48 anni. Nello stesso decennio il lavoro dipendente ha guadagnato due anni, passando da 44 a 46, mentre gli altri lavoratori indipendenti sono passati da 47 a 50. Nel 2025 il valore medio tra i professionisti tocca i 50 anni per gli uomini e i 46 per le donne.

Le differenze di genere sono più marcate di quanto suggerisca il dato aggregato. Tra i liberi professionisti, gli uomini under 45 sono il 34,8% del totale maschile, contro il 46,6% osservato tra le donne; specularmente, la quota di over 54 è del 39% tra i professionisti e del 25,2% tra le professioniste. Il rapporto attribuisce lo scarto all’ingresso più tardivo delle donne nella libera professione, che determina una struttura per età complessivamente più giovane rispetto alla componente maschile.

Non è però un fattore di riequilibrio. L’Osservatorio misura la capacità di ricambio confrontando gli under 35 con gli over 54: tra i dipendenti l’indicatore scende, ma resta su livelli prossimi alla parità per entrambi i sessi; tra i liberi professionisti era già debole nel 2015 e peggiora nel 2025, con una caduta particolarmente ripida sul versante femminile, che passa da una forte prevalenza delle più giovani a una situazione in cui anche le donne risultano meno numerose delle classi mature. Insomma, pure la componente femminile sta invecchiando.

Il peso dell’invecchiamento demografico

Sullo sfondo c’è la demografia del Paese. Nel 1976 metà della popolazione italiana aveva meno di 33 anni, nel 2026 il valore mediano è 49. La quota di under 14 si è dimezzata, passando da circa il 24% a meno del 12%, mentre quella degli over 65 è raddoppiata, da poco più del 12% a circa il 25%. L’indice di ricambio della popolazione attiva, che confronta chi si avvicina all’uscita dal mercato del lavoro con chi potrebbe entrarvi, è passato dal 71,9% del 1976 al 156% del 2026: le uscite superano ormai largamente gli ingressi potenziali.

Redditi, chi inizia guadagna sempre meno

La perdita di posizione economica delle nuove generazioni è documentata su quasi quarant’anni di serie storica. Nel 1987 i redditi della fascia 25-34 anni erano sostanzialmente allineati alla media complessiva, al 97%; nel 2022 valgono il 78%. Sono quasi venti punti persi in trentacinque anni.

Cambia anche la forma della curva dei redditi per età. La configurazione resta quella a campana, ma il lato sinistro si abbassa e il vertice si sposta in avanti: nel 1987 il picco cadeva nella fascia 45-54 anni, nel 2022 si colloca in quella 55-64. La piena maturità economica arriva più tardi e la fase di accumulazione si accorcia. Nello stesso tempo il lato destro della distribuzione flette meno che in passato, coerentemente con il prolungamento dell’età di uscita dal lavoro.

Prendendo come riferimento la fascia tra i 35 e i 54 anni, i giovani si collocano stabilmente sotto quel livello reddituale lungo tutto il periodo osservato, mentre i senior mantengono una posizione superiore. Lo svantaggio è più contenuto tra i dipendenti e più ampio nel lavoro autonomo, dove la distanza tra le coorti tende ad ampliarsi.

Il divario generazionale si è ribaltato

L’indicatore più severo è l’indice di divario reddituale generazionale, costruito come rapporto tra il reddito della fascia 25-34 anni e quello della fascia 55-64. Sul totale degli occupati scende dal 91% del 1987 al 69% del 2022. Tra i dipendenti passa dall’88% al 74%. Tra i lavoratori autonomi crolla dal 118% all’84%: trentaquattro punti persi, contro i quattordici del lavoro dipendente.

Alla fine degli anni Ottanta, i giovani liberi professionisti avevano un reddito superiore del 20% rispetto ai 55-64enni, nel 2022 la situazione è ribaltata, con un differenziale negativo del 16%.

La serie storica non è però lineare. Il primo punto critico si colloca all’inizio degli anni Novanta, un secondo in corrispondenza della crisi del 2008; il divario tra senior e giovani raggiunge il massimo intorno al 2012 e si riduce gradualmente negli anni successivi, restando comunque ampio.

Un’avvertenza riguarda il dato di genere. Le giovani donne mostrano divari leggermente inferiori rispetto ai coetanei uomini, ma il rapporto invita a non leggerlo come un vantaggio: dipende dal fatto che l’intera distribuzione dei redditi femminili è più compressa, quindi anche il termine di paragone è più basso.

Riforma delle professioni e indennità: due pesi e due misure

Il ricambio generazionale è uno degli obiettivi della riforma degli ordinamenti professionali, insieme all’equo compenso, alla revisione delle società tra professionisti e alla riduzione del divario di genere negli organi di governo degli ordini.

Il disegno di legge delega è stato approvato in prima lettura dal Senato il 3 agosto 2026, con 81 voti favorevoli, nessun contrario e 50 astensioni e passa ora all’esame della Camera. Riguarda quindici professioni regolamentate, tra cui consulenti del lavoro, ingegneri, architetti, geometri, geologi, assistenti sociali e giornalisti, per una platea di circa 699.000 iscritti agli albi. Restano fuori avvocati, commercialisti e professioni sanitarie, oggetto di deleghe separate. Non si tratta ancora di norme operative: il Governo avrà ventiquattro mesi dall’entrata in vigore della legge per adottare i decreti legislativi.

Sul punto che interessa più direttamente chi entra oggi nella professione, la delega prevede che al tirocinante sia riconosciuto il rimborso delle spese sostenute e anticipate per conto dello studio e apre alla possibilità di un’indennità o di un compenso per l’attività svolta, da disciplinare con un apposito contratto e da commisurare all’effettivo apporto professionale. La previsione su indennità e compenso non si applica ai tirocini svolti presso enti pubblici. Non è quindi un obbligo di retribuzione: saranno i decreti attuativi a definire criteri di calcolo, trattamento fiscale e previdenziale.

La riforma dell’ordinamento forense, ormai legge, prevede per il praticante che svolge il tirocinio presso uno studio privato il solo rimborso delle spese autorizzate sostenute per conto dello studio, senza alcun riferimento a un’indennità. In sostanza, due deleghe approvate a pochi giorni di distanza affrontano lo stesso problema con soluzioni diverse.

Gli incentivi

Sul fronte delle risorse, il decreto Coesione ha destinato un miliardo di euro all’autoimpiego per le professioni ordinistiche. Secondo la ministra Calderone i giovani scelgono soprattutto i voucher a fondo perduto, perché il loro modello resta quello dello studio monotitolare. Gli strumenti sono stati disegnati per incentivare le società tra professionisti e favorire il travaso di competenze, ma la domanda si orienta altrove, anche perché i professionisti più anziani non trasferiscono ai più giovani questa visione del lavoro.

Giovani liberi professionisti: domande frequenti

Quanti sono i giovani liberi professionisti in Italia?

Nel 2025 gli under 35 rappresentano il 16% dei liberi professionisti e il 15% degli altri lavoratori indipendenti, contro il 24% registrato tra i lavoratori dipendenti.

Perché i giovani guadagnano meno dei professionisti senior?

Il rapporto dell’Osservatorio Confprofessioni indica tempi di avviamento lunghi, necessità di stabilità economica iniziale e reti di clienti da costruire. A questo si aggiunge lo spostamento in avanti del picco reddituale, che nel 2022 cade nella fascia 55-64 anni anziché in quella 45-54.

La riforma delle professioni introduce il tirocinio retribuito?

Il disegno di legge delega approvato dal Senato il 3 agosto 2026 prevede il rimborso delle spese per il tirocinante e apre alla possibilità di un’indennità o di un compenso, senza renderli obbligatori. Il testo deve ancora passare alla Camera e sarà attuato con decreti legislativi entro ventiquattro mesi dall’entrata in vigore.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Ivana Zimbone

Source link

Di