L’ultima sfida ucraina è mandare in cenere l’Amazon russa


C’è una mappa che circola sui social, rilanciata da un account all’altro, elenca i trenta principali magazzini Wildberries, il luogo in cui si trovano, l’estensione in metri quadrati, se sono stati distrutti dai droni ucraini o soltanto danneggiati. La mappa è in continua modifica, perché un giorno dopo l’altro e con apparente, incredibile, facilità un nuovo hub viene colpito, prefigurando un possibile collasso di quella che viene da tutti definita l’“Amazon russa”, e conseguenze al momento imprevedibili per l’intera economia del Paese. 

Ieri è stato colpito il centro logistico di Krasny Bor, nella regione di Leningrado: centocinquantamila metri quadri di superficie e capace di stipare sessanta milioni di articoli. Era il sesto nella mappa in ordine di grandezza. Il giorno prima era toccato al magazzino di Vladimir, una delle più antiche città della Russia centrale, ancora più importante: centosettantacinquemila metri quadrati di estensione e una capacità di stoccaggio quasi doppia. 

Non è molto complicato imbattersi online nelle immagini delle imponenti colonne di fumo che si levano al cielo da un Wildberries, nonostante le autorità abbiano iniziato a perseguire chi diffonde i filmati, considerandoli degli atti di discredito per la nazione, e nonostante da lunedì ai dipendenti della catena sia vietato l’uso degli smartphone. Non era difficile, fino a qualche giorno fa, neppure trovare su X o Instagram (piattaforme proibite in Russia) i post di piccoli imprenditori disperati per la loro merce andata persa. 

Tutto era cominciato il 18 luglio con i centri di stoccaggio di Kotovsk, nella regione di Tambov e di Elektrostal, sessanta chilometri da Mosca: il più grande finora colpito con i suoi duecentocinquanta mila metri quadri. Il 20 luglio era stato evacuato il magazzino di Koledino, due giorni dopo a fuoco le strutture di Krasnodar e Nevinnomyssk, vicino a Stavropol. Il 24 luglio attaccati i Wildberries di San Pietroburgo e di Simferopol in Crimea; l’indomani evacuato il magazzino a Ekaterinburg, il 27 il centro di smistamento di Sarapul, il 29 Ryazan, il 30 droni a Penza e di nuovo a Sarapul per finire il lavoro, il 31 luglio doppio obiettivo a Volgograd e Zelenodolsk, nel Tatarstan. Uno stillicidio.

Volodymyr Zelensky aveva annunciato per tempo che la catena fondata nel 2004 da Tatyana Kim, un’ex insegnante d’inglese nata a Grozny, in Cecenia, da una famiglia “koryo-saram” (originaria della Corea) e oggi ritenuta la donna più ricca della Russia, sarebbe diventata un obiettivo degli ucraini perché accusata di contribuire a rifornire le forze armate di componenti per droni e materiali militari vari. 

In effetti, sulla piattaforma di e-commerce è acquistabile un’ampia gamma di equipaggiamenti e già nel 2022 fu oggetto delle sanzioni internazionali seguite all’invasione voluta da Vladimir Putin. La decisione di colpirla in maniera così sistematica, però, è il sintomo di una strategia più sofisticata: gli strike inferti a Wildberries somigliano a una specie di bomba ad orologeria per l’economia russa, sempre più legata a filo doppio alla necessità di alimentare la macchina militare.

Soprattutto, hanno l’effetto di far sentire la guerra ancora più vicina a milioni di russi che ne ignoravano l’effettiva portata. Fin quando si è trattato di “un’operazione militare speciale” affidata a un esercito di professionisti, di volontari o di ex galeotti, tutto è filato liscio. Quando hanno cominciato a saltare in aria le raffinerie, si è trattato del fastidio di mettersi in fila per un pieno di benzina o di rimanere senza elettricità per un po’, ma adesso sono messe in crisi l’intera rete logistica del Paese e le finanze di una miriade di piccole e medie imprese. Al tempo stesso, senza accanirsi sulla popolazione civile, sebbene sia da dire che non sono mancate le vittime (almeno otto) tra i dipendenti del colosso industriale.    

C’è chi ha fatto qualche conto. Wildberries dichiara un fatturato annuo di settanta miliardi di euro, una cifra che rappresenta non meno del due per cento del prodotto interno lordo. Dà lavoro ad almeno cinquantamila persone, e già nel 2023 versava allo Stato imposte per centoquaranta miliardi rubli (oltre un miliardo e mezzo di euro ai tassi attuali). Secondo Data Insight, il principale istituto di ricerca russo, al 2 agosto la superficie colpita era stimata tra 1,21 e 1,47 milioni di metri quadri pari a una percentuale tra il diciassette e il ventidue per cento del totale. Ricostruire dovrebbe costare tra i 670 e gli 870 milioni di euro. 

Secondo fonti meno coinvolte, le perdite sarebbero superiori al miliardo di euro, mentre solo un terzo dei grandi hub sarebbe ancora intatto: per gli analisti di Dnipro Osint, sedici delle ventisei strutture di proprietà di Wildberries sono inagibili e il quaranta per cento della superficie totale ormai in cenere, senza contare il valore della merce immagazzinata. In un Paese immenso come la Russia, Wildberries e la concorrente Ozon hanno finito per sorreggere e innervare l’intera rete distributiva: centinaia di migliaia di aziende di ogni dimensione conferiscono i loro prodotti alle piattaforme in grado di consegnare nei luoghi più sperduti. 

Alexander Maslennikov, vicesegretario del Consiglio di sicurezza russo, intervistato da Vedomosti ha provato a sminuire la gravità della situazione, parlando di un impatto solo psicologico degli attacchi e di un danno economico «in gran parte simbolico» sull’economia del Paese. Diversa la valutazione ancora di Data Insight, secondo la quale «le potenziali perdite per i venditori possono essere stimate in via preliminare tra 214,88 e 279,64 miliardi di rubli». Cioè, minimo 2,3 miliardi di euro. Mica cotiche. 

Le stesse dichiarazioni di Tatyana Kim possono aiutare a capire il numero dei commercianti coinvolti. La Bezos russa il 22 luglio ha reso noto che l’azienda è assicurata e che avrebbe rifuso i danni ai venditori che utilizzano la piattaforma, dimenticando di dire che solo quindici giorni prima Wildberries aveva cambiato la policy e inserito una clausola che la esonera da responsabilità in caso di attacchi terroristici o di droni. 

Wildberries per calmare gli animi ha stanziato i primi quaranta milioni di rubli, cioè spiccioli, con risarcimenti destinati a centottantacinquemila persone. Forbes Russia, per esempio, si è messa alla ricerca dei danneggiati, ricevendo risposte desolate, come quella di Oleg Svechkin che produce prodotti per lo yoga e ha perso merce per cinque milioni di rubli (cinquantaquattro mila euro): «Ho ricevuto un pagamento di 1.980 rubli, bastano appena per un pranzo». 

Un vero guaio, anche perché all’appello mancano i grandi marchi: i danni da rivalere potrebbero superare gli otto miliardi di euro, ed è evidente a molti che Wildberries sia troppo grande per vederla fallire

Ecco perché al Cremlino non resta altro che intervenire. Saranno i ministeri dello Sviluppo economico, delle Finanze e la Banca Centrale a dover elaborare entro il 10 agosto le misure di sostegno che finiranno per pesare sul sistema bancario già alle prese con una straordinaria crisi di liquidità (tanto che a luglio è stato necessario annullare diverse aste dei titoli di stato). Il peso maggiore potrebbe ricadere su Sberbank, con cui Wildberries è già molto indebitata e su VTB Bank, istituto di credito statale che ha in pancia una sostanziosa partecipazione nella società, a conferma dell’importanza sistemica dell’Amazon russa.

«È un significativo cambio di direzione nella guerra – ha sostenuto Jarno Limnell, deputato finlandese e docente di cybersecurity alla Aalto University –. Quando i centri logistici vengono distrutti, gli effetti si estendono ben oltre il singolo edificio: le catene di approvvigionamento rallentano, i trasporti subiscono interruzioni, i costi aumentano». In guerra, così, diventa decisivo non solo di che armi e rifornimenti disponi, ma anche in quanto tempo riesci a portarli dove ti servono. L’Ucraina punta, per Limnell, a paralizzare il sistema logistico russo: in che modo servirà allo scopo mandare in fumo i Wildberries è ancora da vedere.

 

 


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 Massimo Arcidiacono

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