“Il Distretto del Cibo della Frutta continua a programmare, progettare e investire con un obiettivo preciso: promuovere e valorizzare sempre di più la nostra frutta e il territorio che la produce. Il Distretto, però, è molto più di uno strumento di promozione. Rappresenta il risultato di un lungo percorso iniziato nel 2019, costruito giorno dopo giorno grazie alla collaborazione tra amministrazioni comunali, aziende agricole, organizzazioni dei produttori, associazioni di categoria, sindacati, enti di ricerca, istituzioni e tutti coloro che credono che la nostra frutticoltura rappresenti un patrimonio economico, sociale e culturale da tutelare”.
Così il sindaco di Lagnasco Roberto Dalmazzo, alla guida di un’organizzazione che riunisce 46 Comuni e circa 4.500 aziende agricole, per oltre 16.000 ettari coltivati a frutta, rappresentando una delle realtà frutticole più importanti d’Italia.
All’interno del Distretto trovano spazio anche gli undici Comuni sottoscrittori del Protocollo Prefettura, il modello organizzativo che coordina l’accoglienza dei lavoratori stagionali impiegati nella raccolta della frutta: un comparto che ogni anno coinvolge circa 7.000 persone e genera oltre 12.000 contratti di lavoro, poiché molti lavoratori seguono le diverse campagne di raccolta e vengono regolarmente riassunti durante la stagione.
“È proprio questo uno degli aspetti che più ci sta a cuore – racconta Dalmazzo –. Da anni lavoriamo con determinazione per promuovere non soltanto la qualità delle nostre produzioni, ma anche il grande impegno che Prefettura, Regione, Comuni, produttori, associazioni di categoria, sindacati, Asl, Consorzio socio-assistenziale Monviso Solidale, Caritas, Questura e forze dell’ordine mettono quotidianamente in campo per garantire un’accoglienza dignitosa, organizzata e rispettosa dei lavoratori”.
Da questo impegno la ferma posizione del Distretto quando le politiche di accoglienza e gestione degli stagionali in arrivo annualmente nel Saluzzese vengono raccontate senza tenere nel debito conto l’opera di contrasto messa in campo contro fenomeni quali lo sfruttamento del lavoro e il caporalato.
“Riteniamo ingiusto quando il nostro territorio viene descritto dai media in modo generico, utilizzando termini come ‘caporalato’ o ‘sfruttamento’, senza conoscere realmente la realtà del Saluzzese. Sono parole che attirano inevitabilmente l’attenzione del lettore, ma che rischiano di cancellare con poche righe anni di lavoro condiviso tra istituzioni, produttori, associazioni, volontari e forze dell’ordine. Sono parole che fanno notizia, ma che non raccontano ciò che realmente accade nel nostro territorio”.
Le parole del presidente non vogliono evocare un sistema perfetto.
“Certamente no, sarebbe poco serio sostenerlo. Ogni anno emergono nuove esigenze e nuove criticità, ma proprio per questo il nostro modello continua a evolversi. Il modello del Saluzzese è oggi studiato e preso come riferimento in numerose realtà italiane. È il frutto di un confronto costante tra tutti i soggetti coinvolti e della volontà condivisa di migliorarsi continuamente”.
Tra i cardini di questo modello c’è il Protocollo Prefettura.
“Non parliamo di un documento statico, ma di uno strumento dinamico, che viene aggiornato ogni anno sulla base dell’esperienza maturata nella stagione precedente. Ogni stagione porta con sé nuove esigenze e nuovi strumenti, ed è proprio grazie a questo continuo confronto che il sistema cresce, migliora e viene riconosciuto come una buona pratica anche al di fuori del nostro territorio”.
L’ultima modifica ne è una dimostrazione concreta.
“Da quest’anno viene riconosciuto come lavoratore stagionale anche chi ha prestato servizio nella frutticoltura anche per un solo giorno durante la stagione 2026 e si trova in attesa di un nuovo contratto. E’ un esempio. Questi continui aggiornamenti sono la dimostrazione concreta che, per noi, la raccolta della frutta non rappresenta soltanto alcuni mesi dell’anno, ma un sistema produttivo complesso che richiede organizzazione, programmazione e presenza costante durante tutto l’arco dell’anno”.
Anche i numeri raccontano con chiarezza questa realtà.
“Degli oltre 7.000 lavoratori stagionali, oltre il 95% viene accolto direttamente dalle aziende agricole. È un dato che parla da solo. Le aziende non hanno alcun obbligo normativo di mettere a disposizione un alloggio, ma continuano a farlo per senso di responsabilità e per una tradizione consolidata nel tempo. Un tempo i lavoratori arrivavano principalmente dal Sud Italia, poi dall’Albania, successivamente dalla Polonia e dalla Romania; oggi provengono in gran parte dai Paesi africani”.
Le aziende agricole hanno saputo adattarsi a questi cambiamenti?
“Lo hanno fatto mantenendo lo stesso spirito di accoglienza che ha sempre contraddistinto il nostro territorio. Molte imprese hanno investito nella realizzazione di strutture dedicate proprio per offrire un’abitazione dignitosa ai propri lavoratori ed evitare situazioni di disagio. Accanto a queste realtà, il Protocollo Prefettura mette a disposizione oltre 300 posti letto, mentre una parte minima di lavoratori vive autonomamente in abitazioni prese in affitto da privati, risultando pienamente inserita nel tessuto sociale dei nostri Comuni”.
Le polemiche sul parco Gullino a Saluzzo?
“Quello è un tema che, più di ogni altro, viene spesso utilizzato per descrivere in modo semplicistico l’intero sistema: la presenza di alcune decine di persone che, nei periodi di maggiore intensità della raccolta della frutta, trovano riparo nell’area di quel parco”.
Cosa vi accade esattamente?
“È una situazione che nessuno sottovaluta e che nessuno considera accettabile. Proprio per questo è importante raccontarla nella sua reale dimensione, senza fermarsi all’immagine che può suscitare maggiore impatto mediatico. Parliamo infatti di un numero che mediamente varia tra 30 e 50 persone, a fronte di oltre 7.000 lavoratori stagionali che ogni anno operano nella nostra frutticoltura e che, nel corso della stagione, danno origine a circa 12.000 contratti di lavoro, poiché molti di loro vengono regolarmente riassunti per seguire le diverse campagne di raccolta. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone in cerca di lavoro che, non appena ottengono un contratto, o anche una semplice promessa di assunzione, entrano immediatamente nel sistema di accoglienza predisposto dalle aziende agricole oppure nelle strutture del Protocollo Prefettura”.
Come viene gestita questa presenza?
“A supporto di queste persone opera quotidianamente una rete composta dal Comune di Saluzzo, dall’Info Point, dalle forze dell’ordine, dalla Caritas e dalle numerose realtà del volontariato, che le accompagna nella ricerca di un’occupazione e nel successivo inserimento nel sistema abitativo. Le strutture caritative sono costantemente impegnate e, non appena un posto letto si libera perché una persona ha trovato lavoro, viene immediatamente occupato da un nuovo aspirante lavoratore”.
C’è chi vi rimane per scelta anche dopo aver trovato lavoro, è vero?
“Ci sono alcune persone, pur avendo già trovato un’occupazione e disponendo di una sistemazione, scelgono comunque di trascorrere parte del proprio tempo al Parco Gullino insieme ad amici o conoscenti ancora in cerca di lavoro. Si tratta di una scelta personale sulla quale è estremamente difficile intervenire senza specifici strumenti normativi. Non entro volutamente nel merito di questo aspetto, non essendo di mia competenza territoriale. Ritengo però doveroso esprimere un sincero ringraziamento al Comune di Saluzzo che, in qualità di capofila di questo complesso sistema di accoglienza, insieme alla Prefettura, Regione e a tutti gli enti coinvolti, continua ogni giorno a gestire una realtà delicata con grande senso di responsabilità e spirito di collaborazione”.
Il sistema costruito nel Saluzzese è il risultato di oltre dieci anni di esperienza.
“Chi vive questo territorio ricorda bene gli anni in cui si registravano concentrazioni di quasi mille persone, accampamenti improvvisati e situazioni estremamente più difficili di quelle che conosciamo oggi. Da allora è stato compiuto un enorme lavoro di squadra. Sono nate nuove strutture di accoglienza, si sono rafforzati i rapporti tra istituzioni e aziende agricole, è stato creato l’Info Point, sono aumentati i posti letto messi a disposizione dalle imprese agricole e ogni anno il Protocollo Prefettura viene aggiornato per rispondere alle criticità emerse nella stagione precedente”.
Tra le ultime novità?
“Una delle più significative, già citata in precedenza, prevede che da quest’anno venga considerato lavoratore stagionale anche chi ha svolto un solo giorno di lavoro regolarmente contrattualizzato nella stagione in corso. Può sembrare una modifica marginale, ma in realtà rappresenta un cambiamento molto importante. Durante la stagione della frutta capita frequentemente che un lavoratore termini un contratto perché è conclusa una raccolta e debba attendere alcuni giorni prima di iniziare quella successiva presso un’altra azienda. Fino allo scorso anno, in quel periodo di attesa, quella persona perdeva i requisiti per accedere al sistema di accoglienza”.
Oggi non è più così?
“No. La continuità lavorativa viene riconosciuta e il lavoratore può rimanere all’interno del sistema anche durante il passaggio da una coltura all’altra o da un’azienda all’altra. Questa modifica consentirà di ridurre ulteriormente la presenza di persone al Parco Gullino nei periodi di transizione, rafforzando un modello che continua a migliorare anno dopo anno. È la dimostrazione concreta che il nostro territorio non si limita a gestire un problema quando si presenta, ma lavora costantemente per prevenirlo, affrontarlo e migliorare continuamente gli strumenti a disposizione”.
Ridurre il Distretto del Cibo della Frutta al solo tema del lavoro stagionale significherebbe però non coglierne la vera natura.
“Esatto. Il Distretto nasce infatti con un obiettivo molto più ampio: mettere in rete istituzioni, imprese, enti di ricerca e associazioni per costruire insieme il futuro della frutticoltura piemontese. In questi anni sono stati avviati numerosi progetti che spaziano dalla promozione delle produzioni locali alla valorizzazione del territorio, dalla ricerca scientifica all’innovazione tecnologica, fino all’educazione alimentare e alla sostenibilità ambientale. Uno degli obiettivi principali è rafforzare il legame tra il consumatore e il territorio di produzione, facendo conoscere non soltanto la qualità della nostra frutta, ma anche il lavoro, la professionalità e la passione che ogni giorno migliaia di persone dedicano a questo settore”.
Questo impegno abbraccia anche la ricerca.
“Certamente. Il Distretto collabora stabilmente con università, istituzioni regionali ed enti di ricerca nella convinzione che innovazione e sostenibilità rappresentino le chiavi per affrontare le sfide future della nostra agricoltura”.
E la promozione.
“Sì. La frutticoltura non rappresenta soltanto un comparto economico di primaria importanza, ma contribuisce a modellare il paesaggio, a preservare l’ambiente, a sostenere l’occupazione e a mantenere vive le comunità locali. Dove esiste un’agricoltura forte, infatti, continuano a vivere famiglie, imprese, servizi, scuole e attività economiche. Proprio per questo il Distretto considera agricoltura, turismo, cultura ed enogastronomia come elementi di un unico sistema di sviluppo. In questa direzione si inseriscono anche i progetti dedicati alla promozione turistica, alla valorizzazione dei cammini, del patrimonio storico e culturale, delle eccellenze enogastronomiche e delle produzioni tipiche che caratterizzano il nostro territorio”.
Per quanto riguarda i più giovani?
“Tra le iniziative avviate quest’anno figura ‘La Festa della Salute’, progetto che coinvolgerà migliaia di bambini dei centri estivi e degli oratori dei 46 Comuni del Distretto, con l’obiettivo di promuovere il consumo della frutta fresca e diffondere una corretta educazione alimentare fin dall’infanzia. Educare le nuove generazioni significa infatti investire nel futuro dell’intero comparto agricolo”.
Accanto a queste iniziative prosegue poi il percorso per la valorizzazione del marchio del Distretto del Cibo della Frutta.
“L’obiettivo qui è quello di rendere sempre più riconoscibile il nostro territorio, rafforzando l’identità di un’area che rappresenta una delle principali realtà frutticole italiane e un punto di riferimento per qualità, innovazione e capacità organizzativa. Dietro ogni mela, ogni pesca, ogni kiwi, ogni susina o piccolo frutto raccolto nei nostri campi non c’è soltanto il lavoro dell’agricoltore. C’è una filiera composta da migliaia di persone: produttori, tecnici, cooperative, organizzazioni dei produttori, imprese di trasformazione, trasportatori, vivaisti, ricercatori, consulenti, amministrazioni comunali, istituzioni, volontari e operatori sociali”.
Una comunità intera.
“Assolutamente. Che ogni giorno lavora affinché questo territorio possa continuare a crescere. Per questo motivo riteniamo importante che, quando si parla del Saluzzese, lo si faccia raccontandone tutta la complessità. Riconoscere le criticità è doveroso e affrontarle con serietà è un obbligo delle istituzioni. Ma è altrettanto doveroso riconoscere ciò che funziona, valorizzare il lavoro di migliaia di persone oneste e raccontare un modello che, pur perfettibile, continua a evolversi anno dopo anno grazie alla collaborazione tra enti pubblici, imprese agricole, associazioni e mondo del volontariato”.
Dovesse definire in sintesi il Distretto del Cibo della Frutta.
“Un territorio che non si limita a produrre eccellenze agricole, ma che ogni giorno costruisce relazioni, sviluppa progetti, investe nelle persone e guarda al futuro con la consapevolezza che soltanto lavorando insieme si possano affrontare le sfide che attendono la nostra agricoltura”.
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