La valigia più grande è verde, quella più piccola è rossa. Sono spalancate nel salotto di casa della mia amica, vuota. La mia amica è andata via per l’estate, mi ha lasciato una casa vuota in un quartiere vuoto, un caldo pazzesco e un terrazzo pieno di piante che temo andranno in rovina e di cui mi ha chiesto di prendermi cura. Controlla l’irrigazione automatica, gira la manopola così, poi rigirala così, non è difficile, anzi è facilissimo, mi ha detto. Fidati, le ho detto io. La valigia verde e quella rossa sono piene, strabordano di vestiti che ho spinto lì dentro a fatica, male, appallottolandoli, infilandoli di forza, e poi mi sono buttata sulle valigie con tutto il corpo per riuscire a chiuderle.
Sono andata dal Pigneto, dove la mia amica mi ospitava da qualche giorno (sono arrivata da lei senza niente, di colpo, una mattina, con le mutandine che avevo addosso, la maglietta che avevo addosso, la gonna che avevo addosso, il computer, gli stivali neri alti fino al ginocchio anche con tutto quel caldo, molti pacchetti di sigarette di cui non so perché avevo ritenuto corretto fare scorta, e nient’altro), sono andata dal Pigneto a Monti alle due di pomeriggio, sotto il sole dell’agosto più asfissiante che ricordi (io, che amo il caldo), in bicicletta. A Monti c’era la casa da cui ero appena andata via. Non c’erano taxi, in questa città non ci sono mai taxi, mai più, non c’erano taxi e io avevo pochissimo tempo. Il tempo che avevo chiesto a Luca – puoi non farti trovare a casa quando arrivo, per favore? – il tempo che Luca mi aveva dato – ti va bene fino alle quattro? Se ti serve più tempo va benissimo. Mi va bene, mi va benissimo, mi va bene tutto: tanto non mi va bene niente. Il mio motorino non parte più, non si sa perché. Devo portarlo in via in Selci per farlo aggiustare. Non ho mai tempo. Non ho mai voglia. Il ragazzo che lavora in officina ha appena perso una falange perché ha avuto un incidente. L’ultima volta che l’ho visto, mi ha chiesto di salutargli tanto Luca. Ha i capelli neri e gli occhi neri, è giovanissimo, e adesso gli manca una buona parte del mignolo. Come ha fatto a perdere una falange in un incidente in motorino? Non gliel’ho chiesto ma continuo a immaginare qualcosa che passa e ripassa sopra un dito riverso sulla strada, e che lo spappola. Vedo il sangue e la carne e le ossa che si frantumano. Non riesco a smettere. Ho cercato di non guardargli il dito monco, fasciato (avevo tolto la fasciatura ma mi fa troppo senso, mi fa paura – mi ha detto). Non posso fare a meno di pensare: la sua tragedia è più grande della mia? Non si fanno le classifiche delle tragedie, mi diceva sempre Luca, non essere invidiosa, mi diceva sempre Luca, non ti sentire sempre da meno degli altri, mi diceva sempre Luca, sei tu il peggior nemico di te stesso, mi diceva sempre Luca, non fare la bambina, mi diceva sempre Luca, sei un’immatura, mi diceva sempre Luca, sei bravissima, mi diceva sempre Luca. Io agli insegnamenti, da quando ero piccola, non ho mai dato ascolto. È una tragedia più grande o più piccola di quella che mi sta succedendo ora?
Salutami tanto Luca, e mi ha sorriso, anche. Pure se non ha più un dito. Io Luca gliel’ho salutato, ma non avrei voluto.
Ho pedalato sotto il sole con la bicicletta elettrica che va lentissima e ti chiede sempre di pedalare un po’ di più, di sforzarti un po’ di più (chi l’ha detto che non c’è gusto senza sforzo?), che rallenta automaticamente nelle zone pedonali o dove qualcuno ha deciso che c’è bisogno che rallenti (e tu pedali più forte, perché lei va più piano, e ti stanchi di più), le voci della gente che ci conoscono io non le sento, non le posso sentire, ma so che stanno sussurrandosi a vicenda: chi è il colpevole, tra lei e Luca? Chi è la vittima? È una tragedia più o meno grave della mia?
Ho pedalato sotto il sole per andare a mettere in due valigie tutti questi anni, in un caldo impossibile, solo due ore per decidere cosa lasciare, cosa portare nella casa della mia amica trentenne coi capelli blu, ho preso tutto alla rinfusa, non ho preso niente (fai in fretta, mi aveva scritto un amico, prendi il minimo possibile, fai in fretta e corri via da lì), non mi sono data il tempo di farmi masticare dai ricordi che questa casa ha di noi (le case non sono persone, non sono animali, non sono piante, le case non ricordano), non mi sono fermata a guardare le due porte che ho voluto in cucina quando l’abbiamo comprata, troppi anni fa (sei pazza, ridevano i miei amici, a che ti servono due porte in cucina, ti tolgono spazio, non puoi metterci un tavolo; mi servono, mi servono, ridevo io – e pensavo che forse servivano per scappare, per non farmi prendere, per non permettermi di prendere Luca, o servivano per rincorrerci, per cercarci nella casa), non mi sono affacciata al balcone da cui per anni ho guardato cosa facevano i nostri dirimpettai e cosa facevano i bambini in cortile e cosa facevano i turisti dell’albergo (questi stronzi sono in vacanza e noi no; smettila di invidiare sempre tutti), non ho ascoltato i rintocchi delle campane della chiesa di Santa Maria Maggiore che Luca ha sempre amato – suonano ogni quarto d’ora –, che io ho sempre odiato (tu odi sempre tutto, non sei mai contenta; sarà che sono del sud; ma che c’entra il sud?). La campana rintoccava e io dicevo sempre: che invidia le persone che credono in qualcosa, lui mi guardava e diceva: ma a cosa ti serve invidiare sempre tutti? Mi sono sforzata di non provare niente quando ho sfilato il mio spazzolino dal bicchiere che conteneva il mio e il suo. Ho pensato che lo lasciavo solo.
Ma quel pensiero ho dovuto scacciarlo, Luca mi aveva lasciato un biglietto – in frigo c’è la Coca-Cola –, lo sa quanto mi piace la Coca-Cola ma io non l’ho bevuta, non ti puoi permettere niente quando stai andando via di casa. Non ti puoi permettere di bere neanche l’acqua. Io non l’ho bevuta. Devi chiudere il cervello – io l’ho chiuso – devi chiudere i ricordi – io li ho chiusi –, non devi pensare a quando hai visto quella casa per la prima volta, insieme a Luca, ormai chissà quanti anni fa, e gli hai detto: quella parete la buttiamo giù? E lui ha detto: certo che la buttiamo giù. Quella parete, infatti, non c’è più. Non c’era più mentre facevo le valigie, passavo attraverso la parete che non c’era più come fosse un fantasma – o ero io, sono io il fantasma, il fantasma delle me future che in questa casa non ci saranno più –, la parete non c’era più ma non è servito a niente buttare giù una parete. Quando abbiamo visto quella casa per la prima volta, ci abitava una donna coi capelli bianchi e ricci, piena di gatti. Io odio i gatti. I suoi gatti saltavano sul tavolino su cui stavamo firmando l’accordo privato per la vendita della casa e lei rideva, prendeva il gatto, diceva Ciccio (non ho nessuna intenzione di ricordare come si chiamava davvero quel gatto) smettila, se lo metteva in braccio. Ma Ciccio si divincolava e tornava sopra il tavolo, si insinuava tra le nostre penne, quando firmavo non vedevo niente, non riuscivo a compilare i miei dati, non vedevo più il mio nome, la donna dai capelli bianchi e ricci ci portava il caffè e i biscottini, Ciccio leccava i biscottini, c’era puzza di gatto dappertutto, io odio i gatti e la parete andava abbattuta ma tanto, quando saremmo entrati noi in quella casa, né pareti né gatti ci sarebbero stati mai più.
Ho chiuso le valigie, grondavo di sudore, ho preso un paio di libri che in seguito non ho letto (uno l’ho persino prestato, io che non presto mai i libri, e non mi tornerà indietro mai più), e ho lasciato tutti gli altri, non ti girare a guardare la libreria, non ti girare mai (fai in fretta, corri), non bere, non guardare il frigo con sopra le cartoline da tutto il mondo che hai spedito tu a Luca ogni volta che facevate un viaggio insieme. Inutile piangere sul latte versato, mi diceva mia madre da bambina. Io sono una che piange sul latte versato.
Ho chiuso tutto, ho trascinato tutto fuori (se ti serve un sostegno psicologico vengo con te, mi aveva detto un’altra mia amica, non mi serve niente), ho chiuso quella casa a chiave e mi è sembrato che me la chiudessi per sempre alle spalle. Che non mi sarebbe stato permesso di entrarci mai più. Ho chiamato l’ascensore grondante di sudore (quanto sei enfatica, quanto sei vittimista, portare via le cose da casa nel giorno e nell’ora più caldi della storia dell’umanità). Mentre aspettavo, sono usciti i nostri vicini. Mi hanno guardato stranamente. Un altro viaggio di lavoro?, hanno detto. Un altro viaggio di lavoro. L’ascensore è arrivato, ho messo le valigie dentro, ho spinto zero, l’ascensore ha gorgogliato e ondeggiato e scricchiolato, sono arrivata al piano terra, ho aperto le porte, ho portato fuori le valigie, ho richiuso le porte, la portiera di origini baresi mi ha salutato guardandomi un po’ stranamente, un altro viaggio di lavoro?, un altro viaggio di lavoro, ho percorso lo spazio che porta dall’ascensore al portone senza guardare niente, ho aperto il portone, è grosso, alto, pesante (c’è una foto che ci ha scattato mia madre, a me e Luca, tanti anni fa, quando i miei sono venuti a vedere il cantiere della casa per la prima volta, davanti a quel portone – ma io non ci ho pensato), ho trascinato fuori le valigie, ho richiuso il portone, mi sono seduta per terra (non ci si siede per terra), e ho chiamato un taxi.
Non c’erano taxi, come sempre. Ho aspettato il tempo che c’era da aspettare. Cinque minuti, dieci minuti, un’ora. Alla fine il taxi è arrivato. Il tassista è sceso, Alice?, mi ha chiesto, perché l’avevo prenotato online e c’era il mio nome. Alice, ho detto. Lui ha preso le valigie. Dove andiamo, allora, Alice?, mi ha detto, dolce. Non mi sono girata a guardare la casa che mi scivolava dietro le spalle e scompariva.
Adesso sono qui, a casa della mia amica coi capelli blu. La valigia più grande è verde, quella più piccola è rossa. Sono spalancate, tutte e due, nel salotto di casa sua. Non ho intenzione di disfarle. Solo di guardarle in tutto il loro caos (il caos di fuori corrisponde al caos di dentro, siate ordinati, bambini, ci diceva sempre la suora quando andavamo alle elementari). Mi annoio presto di guardarle, o mi spavento troppo, mi alzo, mi spoglio, lascio tutto per terra, in giro per la casa, vado in bagno e mi faccio una doccia ma non ho preso il mio accappatoio. Userò quello della mia amica, di nascosto, sento l’acqua sulla testa e sulla faccia e il cellulare che squilla e questa casa sconosciuta che respira. Mi lavo i capelli con lo shampoo della mia amica. Mi lavo il corpo col bagnoschiuma della mia amica. Il mio olio per il corpo, da casa, l’ho preso. Mi asciugo con l’accappatoio della mia amica e poi mi cospargo col mio olio. Il mio phon, anche, l’ho preso. Nonostante faccia caldissimo mi asciugo i capelli col mio phon. Mi infilo le mutandine e una maglietta, esco sul suo terrazzo e guardo quelle piante che non sarò in grado di curare.
In Furore di Steinbeck c’è un capitolo su una tartaruga che supera ordinari ostacoli incredibili, scampa a una macchina guidata da una donna che sterza di colpo per non prenderla e a un camioncino guidato da un uomo che cerca di investirla, ma la tartaruga non muore e ce la fa ed è viva (« I beffardi occhi rugosi guardarono avanti, e il becco corneo si aprì leggermente. Gli artigli gialli slittarono appena nella polvere »). Poi però arriva un’ombra di uomo e poi un uomo in carne e ossa. L’uomo la prende e se la mette in tasca per portarla in regalo al suo fratellino. Lei si dimena. Mi viene in mente adesso, questa scena, questa tartaruga, mentre guardo le piante che non curerò. La sento, questa tartaruga, che si dimena nella mia tasca anche se non ho alcuna tasca (sono in mutandine e maglietta). La tocco e sento chiaramente gli artigli gialli e la sua voglia di vivere. È una tragedia più o meno grande della mia? La tiro fuori dalla tasca che non ho. La poggio sul tavolo del terrazzo, bianco, di plastica. Gli artigli non ci sono più. C’è solo la corazza, verde chiaro, stinta dalla polvere e dal sole. Il corpo è rintanato là dentro. Sento una goccia piovere dal cielo. Nell’estate più calda della storia dell’umanità. Una goccia, poi un’altra, poi un’altra. Metto una mano sulla corazza della tartaruga. Le impedisco di muoversi, o la proteggo. Alzo la testa e il cielo è completamente nero. Come se fosse notte. Non mi sposto. Non me ne vado. Non mi riparo. Aspetto la pioggia, che venga a salvarci, oppure a condannarci.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Antonella Lattanzi
Source link



