Genzano – Simonetta Cesaroni, 36 anni dopo l’omicidio in Via Poma nuove indagini vicine a dare un nome al suo assassino


Arrivò in ufficio come in una giornata qualunque, con una scrivania, dei documenti da sistemare e una vita ancora tutta davanti. Non ne uscì viva.

Era il 7 agosto 1990 quando Simonetta Cesaroni, appena ventenne, venne brutalmente uccisa negli uffici di via Carlo Poma, nel quartiere Prati, a Roma. Trentasei anni dopo, quella data continua a pesare come una ferita aperta nella memoria collettiva italiana. E continua a farlo anche qui, ai Castelli Romani, perché Simonetta riposa nel cimitero comunale di Genzano di Roma, nella tomba di famiglia, accanto al padre Claudio.

Oggi, venerdì 7 agosto 2026, l’anniversario assume un significato ancora più forte. Non soltanto perché ricorrono 36 anni da uno dei delitti più inquietanti e discussi della storia giudiziaria italiana, ma perché proprio in queste settimane la nuova inchiesta della Procura di Roma sta riportando alla luce reperti, profili genetici, testimonianze e piste mai del tutto esplorate.

Per la famiglia Cesaroni, e soprattutto per la sorella Paola, è ancora una volta il tempo della speranza. Una speranza cauta, dolorosa, alimentata dalla consapevolezza che dopo oltre tre decenni nulla può cancellare quanto accaduto, ma che dare finalmente un nome all’assassino significherebbe restituire almeno una parte di verità a Simonetta.

Una ragazza di vent’anni, non soltanto “la vittima di via Poma”

Per tutti è diventata “la ragazza di via Poma”. Ma prima di diventare un caso giudiziario, Simonetta era una figlia, una sorella, una giovane donna con sogni semplici e normali.

Quel pomeriggio del 7 agosto 1990 si trovava negli uffici dell’A.I.A.G. per svolgere alcune mansioni amministrative. Doveva essere una giornata come tante altre. Il suo corpo venne trovato ore dopo, accanto a una scrivania, colpito con 29 fendenti.

Da allora l’Italia ha imparato a conoscere ogni dettaglio di quella stanza, ogni nome finito nel fascicolo, ogni pista aperta e poi abbandonata, ogni contraddizione. Sono trascorsi 36 anni e, nonostante processi, sospetti e indagini ripetute, il colpevole non ha ancora un volto.

Ed è forse questo il dato più inquietante: Simonetta è diventata uno dei simboli più forti di una giustizia rimasta incompiuta.

Le nuove indagini: 7 Dna esaminati, ma nessuna corrispondenza decisiva

L’inchiesta riaperta dalla Procura di Roma ha conosciuto negli ultimi mesi una nuova accelerazione. I magistrati hanno disposto l’analisi del Dna di sette persone, cinque uomini e due donne, mai iscritte nel registro degli indagati. Si tratta di professionisti che all’epoca abitavano nello stabile di via Poma o di persone considerate particolarmente vicine a chi frequentava gli uffici nei quali si consumò il delitto.

Gli accertamenti, affidati ai Carabinieri del RIS, hanno riguardato il confronto con le tracce biologiche conservate sugli indumenti di Simonetta, in particolare sul corpetto, sul reggiseno e sui calzini.

Al momento, però, nessuno dei profili genetici analizzati ha coinciso con le tracce repertate sulla scena del crimine.

Questo non significa che l’indagine sia arrivata a un punto morto. Anzi. Il fascicolo continua a muoversi proprio perché il giudice per le indagini preliminari aveva respinto la richiesta di archiviazione, sollecitando nuovi approfondimenti.

Da oltre un anno e mezzo i Carabinieri del Nucleo investigativo di via In Selci, coordinati dal sostituto procuratore Alessandro Lia, stanno tornando su verbali, reperti, testimonianze e documenti rimasti ai margini delle precedenti indagini.

Nei prossimi mesi saranno ascoltate anche persone che ebbero ruoli di primo piano nelle investigazioni dell’epoca, oltre a giornalisti, studiosi e criminologi che negli anni hanno approfondito il caso.

Paola Cesaroni: “Esiti del Dna interessanti, ma non ci sono ancora indagati”

A confermare quanto delicata sia questa fase è stata la sorella di Simonetta, Paola Cesaroni, che nei giorni scorsi ha affidato una lettera al Tg1.

Ha parlato di “forte speranza” per il lavoro che gli inquirenti stanno portando avanti, ma ha voluto anche chiarire un punto fondamentale: ci sono esiti genetici ritenuti interessanti, ma non ci sono ancora indagati.

Parole importanti, soprattutto in una vicenda nella quale, nel corso di 36 anni, ipotesi, sospetti e suggestioni hanno troppo spesso anticipato la prova.

Paola ha poi ricordato come Simonetta sia ormai “nel cuore dell’Italia tutta” e rappresenti simbolicamente tante donne uccise senza aver ancora ottenuto piena giustizia.

Una frase che restituisce alla storia di Simonetta una dimensione che va oltre il singolo caso giudiziario. Perché nel tempo il suo volto è diventato quello di tante donne la cui vita è stata spezzata e la cui memoria continua a chiedere verità.

Genzano, il luogo del riposo e della memoria

Se via Poma è il luogo nel quale la vita di Simonetta è stata spezzata, Genzano di Roma è il luogo nel quale oggi riposa. Le sue spoglie si trovano nel cimitero comunale, nella tomba di famiglia, accanto al padre Claudio Cesaroni, originario proprio di Genzano e scomparso nell’agosto di oltre vent’anni fa a causa di una pancreatite.

Claudio è morto senza sapere chi ha ucciso sua figlia. Per anni ha affrontato microfoni, udienze, domande, speranze e delusioni. Già nel 1991, insieme alla moglie Anna, fece celebrare a Genzano una Messa in memoria della figlia.

Eppure il rapporto tra la città e Simonetta resta quasi esclusivamente affidato alla dimensione privata della famiglia e del cimitero. Non c’è una via, un giardino, una targa pubblica che ricordi la sua storia.

Roma, invece, nel 2022 le ha intitolato un giardino nella zona di piazza Monte Grappa, non lontano dal luogo dell’omicidio, ricordandola come “vittima di femminicidio”.

E allora, anche a 36 anni di distanza, una domanda resta inevitabile: perché Genzano, città delle sue radici e del suo riposo, non ha ancora trovato un modo pubblico per ricordarla?

Trentasei anni dopo, Simonetta continua a chiedere verità

Il 7 agosto torna ogni anno. E ogni anno riporta con sé una fotografia, un volto, una domanda.

Chi ha ucciso Simonetta? Trentasei anni dopo, è ancora questa la domanda che attraversa il tempo.

Le nuove indagini non garantiscono che arriverà una risposta definitiva. Ma dimostrano che quella storia non è stata consegnata all’oblio. Che esistono ancora reperti da analizzare, testimonianze da rileggere, domande da porre. E soprattutto dimostrano che Simonetta non è stata dimenticata.

Oggi il suo nome continua a vivere nelle parole della sorella Paola, nella memoria di chi ha seguito il caso, nelle nuove generazioni che scoprono quella storia e, qui ai Castelli Romani, in quella tomba del cimitero di Genzano davanti alla quale riposa una ragazza che aveva soltanto vent’anni.

Una ragazza che il tempo non è riuscito a far invecchiare. Simonetta resta per sempre la giovane donna di quell’estate del 1990. Ma la sua storia, 36 anni dopo, non è ancora finita.

Perché finché resterà una domanda senza risposta, il 7 agosto non sarà soltanto un anniversario. Sarà ancora una richiesta di verità!




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 Daniel Lestini

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