Tra le pochissime cose che mi è capitato di leggere intorno al possibile impatto dell’intelligenza artificiale sul modo in cui scriviamo – sì, ho questa istintiva diffidenza per le novità di gran moda, per cui tendo a rinviarne l’approfondimento fino a quando io non sia proprio sicurissimo che alla fine non potrò risparmiarmi del tutto la fatica, e non farò la fine di quel mio amico che gettò via una preziosissima collezione di vinili per ricomprarsela tutta in compact disc – c’è l’articolo di Adam Kirsch uscito sull’Atlantic il 15 giugno. Secondo Kirsch potrebbe accadere alla scrittura quello che accadde alla pittura dopo l’invenzione della macchina fotografica nel XIX secolo, che la sostituì per la maggior parte degli scopi pratici (essendo, ovviamente, più pratica), ma non per questo ne decretò la fine, tanto meno nel campo artistico. Al contrario, «liberati dall’obbligo del realismo, i pittori svilupparono modi di vedere radicalmente nuovi, come l’impressionismo, il cubismo e l’espressionismo astratto».
Non aprirò qui la discussione su se e quanto questa tendenza ci abbia eventualmente preso la mano. Non c’è bisogno di condividere e apprezzare ogni puntino bianco in campo bianco come rappresentazione del vuoto dell’esistenza – mi pare – per cogliere il punto del ragionamento (sì, sto mettendo molti trattini, e intendo anche continuare a usare spessissimo lo schema “questo non significa x; bensì y”, proprio come tendono a fare, oggi, i testi prodotti dall’intelligenza artificiale: considerando la probabilità che da qui alla pubblicazione di questo articolo anche simili tic siano scomparsi, e magari siano sostituiti da altri completamente diversi, non intendo fare pure la fatica di cambiare il repertorio dei cliché).
La questione di fondo è che l’intelligenza artificiale non ha uno stile, perché si basa semplicemente sul calcolo statistico: avendo immagazzinato tonnellate di testi, produce un’imitazione del nostro linguaggio basata sulla frequenza con cui determinate parole le, espressioni, costruzioni si presentano all’interno di certi contesti. Dunque, quel che scrive è banale e stereotipato per definizione, e non può non esserlo (ecco perché nessuno scrittore banale e stereotipato sembra poter resistere alla tentazione di scrivere il suo banalissimo pezzo in cui dialoga con l’intelligenza artificiale, ogni giorno, senza curarsi di quanti lo abbiano già fatto prima di lui, con non maggiore estro).
Qui però viene la parte veramente interessante, secondo me. Perché tra Ottocento e Novecento diversi pensatori arrivarono, ciascuno per proprio conto, all’idea che il linguaggio fosse qualcosa di simile agli scacchi (Saussure, Croce, Wittgenstein), dove il valore di ogni pezzo sulla scacchiera è dato dalla posizione di tutti gli altri. La differenza fondamentale però è che negli scacchi non è possibile inventare nuovi pezzi, né cambiare in alcun modo le regole in base alle quali si possono muovere, ragion per cui il numero di combinazioni possibili, per quanto incalcolabile per la mente umana, è pur sempre un numero finito, e dunque non (più) incalcolabile per una macchina. Il che ha reso da tempo semplicemente insensata qualunque sfida tra uomo e computer in questo campo. Ma non è così nel linguaggio, perché le lingue sono organismi viventi, in cui ogni giorno miliardi di parole e modi di dire nascono, si diffondono, muoiono e poi magari qualche tempo dopo risorgono. Ecco perché, almeno nel campo della letteratura, è ragionevole pensare che la corsa tra uomo e macchina vedrà ancora e sempre vincere l’uomo, allo stesso modo in cui Monet, Picasso o Pollock hanno stracciato tutte le macchine fotografiche del loro tempo. La mia impressione è insomma che l’intelligenza artificiale potrà produrre quadri perfettamente identici a quelli di Picasso o anche nuovi quadri che appaiano anche all’occhio più esperto come indistinguibili da quelli di Picasso, ma non potrà mai fare quello che ha fatto Picasso alla storia dell’arte.
C’è però un campo in cui la funzione e il modo di operare dell’intelligenza artificiale sono già da tempo assunti dagli esseri umani, che tendono naturalmente a produrre dei testi composti secondo lo stesso criterio statistico-imitativo di un large language model, ed è ovviamente la politica italiana. Qui davvero non penso sia possibile distinguere l’opera dell’intelligenza artificiale da quella di un medio spin doctor, consulente o social media manager in carne e ossa. Motivo per cui sospetto che dal punto di vista dell’impatto sui livelli occupazionali le professioni più colpite saranno proprio le loro. Nel giro di pochi anni, non se ne abbiano a male gli interessati, temo che avremo più negozi di videocassette che agenzie di comunicazione politica.
Sarebbe bello pensare che tutto questo spingerà, anche nel campo della politica, a cercare nuove strade e a far valere la propria irriproducibile creatività, come Kirsch confida possa accadere nel campo della letteratura, ma devo ammettere di non essere altrettanto fiducioso, almeno per quanto riguarda i partiti.
Gli interminabili elenchi in cui si impalla Salvini in ogni comizio lo fanno assomigliare già oggi a un prototipo scadente, a una sorta di versione beta di ChatGPT; i vendutissimi libri del generale Roberto Vannacci sembrano scritti da un assemblatore automatico di luoghi comuni fascistoidi; Elly Schlein dà sempre l’idea di una che non passerebbe nemmeno le prime due domande del test Voight-Kampff di “Blade Runner” (quello per identificare i replicanti).
Giorgia Meloni ha molti difetti, quasi tutti, ma forse non l’ultimo motivo del suo successo è che è uno dei pochi leader politici che non sembri un replicante, che quando parla non dia sempre l’impressione di ripetere una lezione imparata a memoria senza neanche averla capita.
Ma naturalmente può darsi che mi sbagli, e le mie scarse conoscenze dell’argomento mi inducano in false analogie. Magari invece nei prossimi anni assisteremo a una nuova fioritura delle agenzie di comunicazione politica, che proprio grazie all’utilizzo dell’intelligenza artificiale riusciranno a far sembrare esseri umani anche i tanti replicanti già oggi in circolazione. È un’ipotesi suggestiva, che purtroppo non ho il tempo di approfondire. E ora scusatemi, ma devo finire un saggio molto interessante sulla globalizzazione dell’economia.
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 02/26 – “Inciviltà delle macchine”, ordinabile qui.
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Francesco Cundari
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