Il mare aveva un colore malato. La barchetta lo fendeva sicura, procedendo veloce si lasciava a poppa una scia candida che divideva in due la distesa d’acqua. Ad Argo quell’immensità parve un occhio: teso, traslucido. Un’immensa orbita eterea, infinita, aperta sotto di lui.«Stiamo arrivando». La voce del ragazzo lo raggiunse senza urgenza, piana.
Argo, che si era perso in quei pensieri, sollevò lo sguardo di scatto. Le onde continuavano a muoversi sotto di loro, ma l’isola si stagliava già dinnanzi ai suoi occhi. Immobile. Ne occupava la sommità un cubo perfetto, di cemento compatto, piantato contro il cielo. Attorno, le scogliere si ergevano sul mare con un andamento irregolare, frastagliato, come se la natura si fosse arrestata di colpo, lasciando spazio a quella forma architettonica primordiale ed estranea. Il vento fischiava, e correndo lungo i bordi dell’isola, urtava contro la massa dell’edificio.
Attraccarono a un molo modesto. Il ragazzo con un gesto rapido e agile scese per primo. Poi tese la mano ad Argo, che lo seguì con meno naturalezza. Cominciarono ad avanzare, Argo lo osservava camminare davanti a lui, con passo deciso, regolare. Doveva conoscere bene il percorso. La linea delle spalle, la sicurezza nell’incedere, la facilità con cui occupava lo spazio: era bello, questo era evidente, di una bellezza archetipica, ma, più di ogni altra cosa, emanava una calma ferma, rigorosa. Argo constatò che nasceva in lui una fiducia spontanea, quasi fisica. Gli parve che affidarsi a lui, nonostante si trattasse fondamentalmente di uno sconosciuto, fosse semplicemente rassicurante. Sospirò. Man mano che si avvicinavano, il cubo cresceva davanti ai loro occhi, sempre uguale a se stesso. La superficie grigia assorbiva la luce e la restituiva opaca. Argo ne lodò mentalmente l’architettura così lineare, che pure sapeva contenere al suo interno una rigorosissima complessità. Associò in cuor suo l’edificio a un corpo gargantuesco, percorso da chilometri e chilometri di vene, arterie e vasi. Poi inciampò su un sasso e per poco non finì disteso.
Si fermarono e Argo si accorse di star cercando un punto di accesso, un ingresso, una variazione. Il pensiero scivolò altrove senza preavviso: un corridoio universitario, una lista di nomi che scorreva. Poi il suo, e, a fianco: RITIRATO. Avvertì un disagio netto, breve, e lo lasciò cadere.
Da vicino il cemento mostrava una trama finissima, quasi levigata. Solidità assoluta, capace di suscitare rispetto e una vigile attenzione. Si voltò verso il ragazzo, in attesa. Lui accennò un sorriso, lieve, come se la spiegazione fosse già cominciata.
«Quest’edificio è la geometria del potere. Tutto, al suo interno, è progettato per un unico scopo: far sentire costantemente osservati i criminali che ne occupano le celle… Anche, e soprattutto, quando osservati non sono».
Argo annuì appena, senza distogliere lo sguardo dalle labbra dell’oratore. C’era qualcosa di profondamente ipnotico nel modo in cui scandiva quelle parole, e nella certezza con cui lo faceva. «Al centro si trova la stanza del controllore», continuò il ragazzo, riprendendo a camminare lentamente lungo la colossale parete grigia.
«Da lì puoi vedere tutto. Ti deve bastare questa consapevolezza, e non devi nemmeno abbassarti a guardare le celle. Non serve. I prigionieri sanno che potresti essere ovunque, sempre. I loro occhi, i loro corpi, i respiri, e persino il battito cardiaco… Tutto si adegua. Basta il suono dei tuoi passi che rimbomba per i corridoi a renderli consapevoli che tu sei lì per loro, e obblighi le loro anime a rimanere sulla retta via. Quelle anime che hanno scelto e causato il male, ora non osano più trasgredire. Ora non più… No, ora sono docili agnellini, perché hanno imparato a non ribellarsi al bene».
«I miei passi…».
«Esatto», disse il ragazzo, mantenendo quel sorriso calmo che pareva sapere tutto.
«Quando cammini, nella stanza centrale, il pavimento vibra e i tuoi passi risuonano lungo i corridoi. Non devono vederti, basta un’eco, una presenza invisibile. Devono credere di essere osservati sempre, e questo basta. Capisci, Argo?».
Annuì di nuovo. Sentiva il cuore battere più velocemente. Non era paura, piuttosto una, abbastanza triste, eccitazione: l’intrigante idea, per una volta, di essere al centro di qualcosa di grande, senza sforzo diretto.
«Sono pericolosi?».
«Cento celle, cento criminali. Nessuno spazio comune, nessun contatto. Ognuno è solo con se stesso. L’isolamento è indispensabile. Niente complicità, niente distrazioni. Solo il tempo che ti guarda passare».
Ad Argo giunse alla mente l’immagine di una biblioteca, alle sette del mattino, e tutti i posti intorno a lui deserti. Da soli si impara più in fretta.
«All’inizio seguono le regole perché potrebbero essere osservati, dopo poco tempo lo fanno perché è l’unico modo di stare al mondo che conoscono. La disciplina smette di essere imposta, diventa un automatismo, un riflesso. È solo così che ci può essere redenzione!».
Ora si era infervorato. Continuò: «Quelli là dentro non sono esattamente esseri umani a cui valga la pena dedicare uno sguardo, hanno già sprecato ogni occasione. Vivono intrisi della loro colpa. Il Panopticon è generoso con loro! Li costringe a migliorarsi senza umiliazione. Certo, è una redenzione — come gli piaceva pronunciare quella parola! — imposta, ma pur sempre una redenzione. Molti non avranno mai una possibilità così chiara, così… strutturata». Sorrise compiaciuto.
«Essere osservati è un privilegio, in fondo. Significa che qualcuno ti ritiene degno di qualcosa. È già più di quanto meritino. Sanno anche loro di non poter sfuggire a ciò che sono stati».
Per un istante Argo ebbe la fugace impressione che il ragazzo non stesse parlando dei detenuti, ma l’idea scivolò via, come fa, in fondo, ciò che non trova, ancora, il posto dove collocarsi. Rimasero qualche istante in silenzio, Argo osservava il paesaggio intorno a sé. Rocce, e il mare sconfinato. La vegetazione rada, le scogliere a precipizio, il cielo di un azzurro spento, tendente al grigio. Nessuna traccia di un passaggio umano, nessun sentiero. Si sentì leggero, sentì che quel luogo non nutriva aspettative nei suoi confronti.
Il ragazzo riprese a parlare: «L’ingresso non è come immagini».Si mosse lungo il lato del cubo, fino a un punto in cui il cemento appariva lievemente più scuro, antracite. Premette con il palmo, senza esitazione. Una lastra si ritrasse con un suono sordo. Entrarono. Il corridoio era breve, giusto qualche decina di metri, poi la sala centrale, enorme, perfettamente circolare. Un vuoto geometrico guarnito solo da elementi funzionali, posti al centro della stanza: un letto, una scrivania, uno specchio. E un bagno, essenziale fino all’astrazione. Una luce al neon appiattiva ogni cosa, e illuminava lo spazio segnando un contrasto particolarmente netto con il buio dei corridoi che si dipanavano da ogni lato della sala.
«Qui puoi studiare, non ti manca nulla. Silenzio, tempo, nessuno che ti interrompa». Effettivamente i libri di Argo erano lì, impilati sulla scrivania. Poi il ragazzo indicò un telefono fissato al muro, vicino al corridoio da cui erano giunti.
«E quello è per chiamarmi, in qualunque momento. Mi telefoni, arrivo, torni a casa con la paga concordata, dai i tuoi esami. Se poi vuoi rientrare si fa allo stesso modo. Nessun obbligo». Fece una pausa.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
OFELIA FIORETTI
Source link







