Quando Giovanni Malagò aveva promesso di ricostruire la Nazionale italiana non intendeva limitarsi alla scelta dell’allenatore, e la nomina di Diana Bianchedi come nuova capodelegazione dell’Italia lo conferma: dopo settimane nelle quali il nuovo presidente della Figc ha ridisegnato più volte l’architettura tecnica e dirigenziale degli Azzurri, l’ultima casella porta il nome di una delle figure più riconoscibili dello sport olimpico italiano, due volte campionessa olimpica nel fioretto a squadre, medico, dirigente di lungo corso e soprattutto attuale vicepresidente vicaria del Coni.
Una scelta che, nelle intenzioni di Malagò, dovrebbe rappresentare molto più di una nomina simbolica, perché Bianchedi incarna esattamente quel tentativo di riportare il calcio all’interno di un sistema sportivo italiano più ampio che il nuovo presidente federale considera uno dei punti della propria gestione. Ma proprio la sua posizione al vertice del Comitato olimpico ha trasformato immediatamente la decisione in un caso istituzionale: secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, al Coni si starebbe infatti verificando la compatibilità tra il ruolo di vicepresidente vicaria e quello di capodelegazione della Nazionale, mentre dalla Figc la replica è che si tratterebbe di un incarico di mera rappresentanza, e dunque non assimilabile a una vera e propria carica federale.
La distinzione può sembrare tecnica, ma non lo è affatto, perché tocca direttamente i rapporti tra il Coni, che nel sistema sportivo italiano esercita funzioni di indirizzo e controllo sulle federazioni, e la Federcalcio, cioè la federazione di gran lunga più potente e visibile del Paese. È proprio la Giunta nazionale del Coni, della quale Bianchedi fa parte, ad avere tra le proprie competenze anche funzioni che riguardano il sistema federale; allo stesso tempo, va ricordato che la composizione stessa della Giunta comprende rappresentanti provenienti dalle Federazioni sportive nazionali e che quindi la semplice esistenza di un legame con una federazione non determina automaticamente un’incompatibilità.
Il punto, dunque, sarà capire come debba essere qualificato formalmente l’incarico di capodelegazione della Figc, ed è precisamente su questo terreno che le due interpretazioni sembrano per il momento divergere. Non risulta, allo stato delle informazioni pubbliche disponibili, una pronuncia ufficiale che abbia già dichiarato incompatibili i due ruoli: c’è una questione da verificare e c’è una posizione federale che tende invece a escludere il problema sulla base della natura dell’incarico.
Perché Malagò ha scelto proprio Diana Bianchedi
La nomina, al di là della controversia appena aperta, è perfettamente coerente con la storia professionale di Bianchedi e soprattutto con il rapporto costruito negli anni con Malagò. L’ex fiorettista milanese ha vinto l’oro olimpico a squadre a Barcellona 1992 e Sydney 2000, cinque titoli mondiali e due europei, prima di spostare progressivamente la propria carriera dalla pedana alla governance sportiva, arrivando a ricoprire incarichi nel Coni, nel progetto della candidatura di Roma 2024 e soprattutto nell’organizzazione dei Giochi di Milano Cortina 2026.
A Milano Cortina è stata una delle persone centrali nella macchina organizzativa, con il ruolo di Chief Strategy, Planning & Legacy Officer, lavorando ancora una volta fianco a fianco con Malagò, presidente della Fondazione. Nel giugno 2025 è stata quindi eletta nella Giunta nazionale del Coni con 36 preferenze e scelta come vicepresidente vicaria del presidente Luciano Buonfiglio, diventando una delle figure più importanti dell’attuale governo dello sport italiano.
È proprio questo curriculum che Malagò ha indicato come ragione della scelta. Presentando l’operazione, il presidente della Federcalcio ha sottolineato la necessità che il calcio non venga più considerato «una realtà a parte», individuando in Bianchedi una personalità dotata di prestigio internazionale e capace di costruire un collegamento tra la Nazionale e il resto del movimento sportivo.
È un messaggio politico prima ancora che calcistico, perché per decenni il pallone italiano ha vissuto in una condizione particolare, tanto centrale economicamente e mediaticamente da sembrare spesso un sistema autonomo rispetto alle altre discipline. Bianchedi, che arriva dalla scherma e dall’universo olimpico, rappresenta quasi l’immagine opposta: una dirigente cresciuta nella cultura multisport del Coni, con un profilo internazionale e organizzativo più vicino alle grandi manifestazioni olimpiche che agli equilibri tradizionali di Coverciano.
L’ultima casella della nuova Italia di Malagò
La scelta arriva inoltre alla fine di uno dei mesi più movimentati della storia recente della Nazionale. Malagò è diventato presidente della Figc il 22 giugno 2026, eletto al primo scrutinio con il 68,58 per cento dei voti dopo la fine della gestione di Gabriele Gravina, e sin dal suo insediamento ha concentrato una parte significativa del proprio lavoro sulla ricostruzione dell’area tecnica azzurra.
Il primo progetto aveva portato all’arrivo di Paolo Maldini come direttore tecnico e presidente del Club Italia, affiancato da Leonardo, ma quell’assetto è durato pochissimo. La candidatura di Andrea Pirlo alla panchina è stata abbandonata dopo l’emergere della sua collaborazione con una società di scommesse russa e, nel giro di pochi giorni, Maldini e Leonardo hanno lasciato la Federazione; Malagò ha quindi cambiato completamente strada, richiamando Roberto Mancini come commissario tecnico e affidando a Claudio Ranieri il ruolo di direttore tecnico e presidente del Club Italia.
Il ritorno di Mancini ha già rappresentato una scelta fortemente identitaria, perché riporta sulla panchina azzurra l’uomo dell’Europeo del 2021 ma anche l’allenatore protagonista del clamoroso addio dell’agosto 2023. Ranieri, invece, dovrebbe assumere una funzione più ampia nella definizione della linea tecnica e nello sviluppo del sistema delle Nazionali, mentre attorno al nuovo ct è stato costruito uno staff nel quale tornano o entrano diverse figure legate alla storia recente dell’Italia.
In questa struttura la capodelegazione avrebbe inevitabilmente un significato particolare. Non è l’allenatrice, non sceglie i convocati e non definisce la tattica, ma rappresenta istituzionalmente la Nazionale nei suoi rapporti esterni e accompagna un gruppo che, dopo tre Mondiali consecutivi mancati, ha bisogno di ricostruire non soltanto un’identità tecnica ma anche il proprio peso simbolico.
Il precedente rapporto tra Malagò e Bianchedi
C’è poi un elemento che rende la scelta ancora meno casuale: Malagò e Bianchedi hanno condiviso alcune delle operazioni più importanti dello sport italiano degli ultimi anni. Bianchedi aveva lavorato alla candidatura di Roma 2024 e successivamente è diventata una delle persone decisive nel percorso di Milano Cortina, dal dossier di candidatura alla costruzione della macchina organizzativa dei Giochi. Il loro rapporto professionale attraversa quindi da tempo discipline, istituzioni e grandi eventi, e proprio la vittoria della candidatura olimpica nel 2019 li aveva consacrati come due dei volti del successo italiano a Losanna.
Per Malagò portarla dentro la Nazionale significa in qualche modo trasferire a Coverciano un pezzo di quella cultura organizzativa, ma significa anche costruire un ponte molto visibile con il Coni guidato da Buonfiglio. Ed è qui che nasce il paradosso dell’intera vicenda: la caratteristica che rende Bianchedi particolarmente interessante per la Figc, cioè la sua posizione centrale nel sistema olimpico, è esattamente quella che ora rende necessario stabilire se i due incarichi possano convivere.
Non è la prima volta, del resto, che la nuova gestione federale di Malagò si trova ad affrontare una questione di compatibilità o di opportunità istituzionale. La stessa candidatura dell’ex presidente del Coni alla guida della Figc era stata accompagnata dal dibattito sul cosiddetto pantouflage, fino al parere dell’Anac che aveva escluso l’ineleggibilità sulla base della normativa applicabile.
Adesso il terreno è differente e riguarda Bianchedi, ma ancora una volta il confine tra le istituzioni dello sport italiano diventa parte della partita. La Figc sostiene che la funzione di capodelegazione sia rappresentativa e non costituisca quindi una carica federale incompatibile; il Coni vuole verificare la questione prima di considerarla chiusa.
Ed è probabilmente proprio questa distinzione a decidere il futuro della nomina: se prevarrà la lettura federale, Bianchedi potrà diventare contemporaneamente il volto istituzionale della Nazionale e la numero due del Comitato olimpico, realizzando concretamente quel ponte tra calcio e resto dello sport immaginato da Malagò; se invece l’incarico verrà considerato incompatibile con la vicepresidenza vicaria del Coni, la nuova Italia avrà ancora una casella da riempire. Per una Nazionale che pensava finalmente di aver completato il proprio organigramma, l’estate delle nomine potrebbe dunque non essere ancora terminata.
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Mattia Oldani
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