Vent’anni di tempo: dall’esperienza all’intelligenza artificiale, il futuro passa per i ponti che costruiamo oggi


Per troppo tempo abbiamo guardato allo sviluppo come una corsa individuale. Invece è una sinfonia collettiva, e l’Intelligenza Artificiale è il nuovo movimento che dobbiamo imparare a suonare insieme


C’è una frase che sento ripetere spesso nelle nostre assemblee, nelle visite alle aziende associate, nei tavoli istituzionali a Roma, Bruxelles o Dubai: “Non abbiamo tempo”. L’imprenditore non ha tempo perché deve chiudere la commessa. Il professionista non ha tempo perché deve aggiornarsi su normative che cambiano ogni mese. L’amministratore pubblico non ha tempo perché la legislatura scorre veloce e le urgenze del cittadino bussano ogni giorno.

Eppure, se c’è una lezione che questi anni di crisi globali ci hanno insegnato, è proprio questa: correre non è sempre sinonimo di andare avanti. Anzi, chi corre guardando solo i propri piedi rischia di scontrarsi con chi viene dalla direzione opposta.

Ho imparato a conoscere questo ritmo — i suoi acceleranti e i suoi tempi morti — sul campo. Oggi la CONFEDERAZIONE DELLE IMPRESE NEL MONDO – PMI INTERNATIONAL compie undici anni di attività, ma chi mi conosce sa che questa storia non inizia oggi. Alle spalle ho più di vent’anni di impegno, fondatore di organizzazioni che nel tempo hanno generato quella che oggi è la nostra Confederazione. Sono stati decenni trascorsi a tessere relazioni, insieme agli Amici Fondatori, a costruire ponti tra realtà lontane, a capire che lo sviluppo non è un evento, ma un processo che si compone nel tempo.

In questi vent’anni ho avuto la possibilità — e la fortuna — di seguire da vicino gli sviluppi e l’impatto della tecnologia e dell’innovazione sul sistema produttivo e su quello sociale. Ho visto il digitale trasformare interi settori, ho visto professionisti reinventarsi e imprese scomparire perché non sapevano leggere il cambiamento. Ho visto anche istituzioni prendere decisioni coraggiose e altre rimanere inchiodate a regole scritte per un mondo che non c’è più.

Da Presidente della Confederazione, osservo il sistema economico da una prospettiva forse privilegiata: quella delle PICCOLE e MEDIE IMPRESE ITALIANE che esportano, competono e si radicano in mercati lontani, ma anche quella delle istituzioni che dovrebbero sostenerle. E vi dico con franchezza: il nostro problema non è la mancanza di idee, di coraggio o di capacità. Il nostro problema è che stiamo vivendo su tempi che non comunicano tra loro.

Pensateci. L’impresa ragiona in trimestri. Il professionista ragiona in anni di carriera. L’istituzione dovrebbe ragionare in generazioni. E invece troppo spesso succede il contrario: l’impresa è costretta a pensare al lungo periodo senza avere certezze regolatorie, il professionista deve reinventarsi ogni sei mesi, e l’istituzione — ahimè — si muove con l’orizzonte del tweet o del sondaggio.

Io chiamo questo fenomeno la “disconnessione temporale”. E credo che superarla sia la sfida principale del nostro sviluppo.

Perché lo sviluppo vero — quello che lascia traccia, quello che crea lavoro di qualità, quello che rende un territorio attrattivo anche tra vent’anni — non è una linea retta. È una trama. È il punto in cui il tempo dell’imprenditore (il contratto da firmare lunedì), il tempo del professionista (la competenza che si costruisce in un decennio) e il tempo dell’istituzione (la scuola, la strada, la ricerca che si piantano oggi per raccogliere domani) iniziano a respirare alla stessa frequenza.

Lo vedo nelle nostre associate più resilienti. Quelle che non hanno tagliato la formazione nei momenti difficili, perché sapevano che il loro capitale non era solo nei macchinari, ma nelle persone. Lo vedo nei professionisti che hanno saputo onorare la propria esperienza senza fossilizzarsi, aggiornandosi con umiltà. E lo vedo — troppo raramente, purtroppo — nelle istituzioni che riescono a guardare oltre il ciclo elettorale, investendo in ciò che il mercato da solo non può fare: infrastrutture, istruzione, regole stabili.

Ma oggi c’è una nuova variabile che rende questa sincronia ancora più urgente: l’Intelligenza Artificiale.

Stiamo correndo per stare al passo con i tempi, e la sfida dell’IA è la più grande che abbiamo di fronte. Non è più una questione di laboratori o di grandi corporation. È una questione che riguarda ogni officina, ogni studio professionale, ogni pubblica amministrazione. E noi, come Confederazione, non ci siamo fermati a guardare. Abbiamo organizzato incontri, workshop, congressi, tavoli di lavoro, conferenze e incontri di affari che ci hanno dato sempre la direzione su cui agire. Non eventi fine a se stessi, ma veri momenti di ascolto e di progettazione, dove imprenditori, professionisti e rappresentanti istituzionali hanno messo sul tavolo i propri timori, le proprie idee e — soprattutto — le proprie proposte.

Da questi incontri è emerso chiaro che l’IA non è un nemico da combattere né una bacchetta magica da agitare. È uno strumento potente, che amplifica le disuguaglianze se lasciato solo, ma che può diventare un acceleratore di sviluppo se governato con consapevolezza. E la consapevolezza, nel nostro caso, passa attraverso una sola strada: ricostruire i ponti tra i tempi.

L’imprenditore che adopera l’IA senza formare le proprie persone vince oggi e perde domani. Il professionista che la ignora rischia l’obsolescenza prima di quanto creda. L’istituzione che non regola, non forma e non investe lascia il campo libero al caos. Al contrario, chi riesce a intrecciare questi tre orologi — il breve dell’azione, il medio della competenza, il lungo della visione — costruisce qualcosa che dura.

La CONFEDERAZIONE DELLE IMPRESE NEL MONDO sta lavorando per costruire proprio questi “ponti temporali”. Tavoli di confronto dove l’imprenditore spiega all’istituzione cosa gli serve non tra sei mesi, ma tra sei anni. Dove il professionista porta il suo sapere tecnico nelle aziende senza perdere autonomia. Dove le istituzioni — locali, nazionali, sovranazionali — capiscono che regolamentare non significa frenare, ma dare orizzonte.

Perché senza orizzonte, l’impresa non investe. Senza investimenti, il professionista non trova campo. Senza professionisti qualificati, il territorio si svuota. E senza territorio, non c’è più istituzione che tenga.

È un circolo. Può essere vizioso, o può essere virtuoso. Dipende tutto dalla capacità di sincronizzare i nostri orologi.

 Nelle economie mature che ammiriamo — penso alla Germania del Mittelstand, ai distretti industriali del Nord Europa, alle economie asiatiche che hanno saputo pianificare — non esiste un segreto magico. Esiste semplicemente una cultura del tempo condiviso. Lì, l’imprenditore sa che lo Stato non lo abbandonerà al primo vento contrario. Il professionista sa che la sua specializzazione verrà riconosciuta e valorizzata. E l’istituzione sa che il suo ruolo non è sostituire il mercato, ma dargli respiro.

Noi italiani abbiamo tutto per farlo. L’ingegno, la creatività, la capacità di adattamento. Ci manca solo questa: smettere di correre soli, e imparare a camminare insieme, nel tempo giusto.

Perché lo sviluppo non è una gara. È una sinfonia. E ogni strumento — l’impresa, la professione, l’istituzione — deve suonare la propria parte, ascoltando le altre.

Il tempo è adesso. Ma il tempo giusto, quello che conta, è quello che costruiamo insieme.


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