Un mondo all’apparenza lieve ma spietato quello della moda dove Anna Wintour la Chief content officer di Condé Nast, per 37 anni mitica direttrice di Vogue America, con un battito di ciglia può cambiare il destino di uno stilista, decidere chi e cosa ha dignità di salire sull’Olimpo fashion. E questa volta al suo segnale, la decisione di rendere omaggio con una mostra a John Galliano al Met Gala 2027, si è scatenato l’inferno. Perché il creativo oltre al genio estetico ha anche quello distruttivo che nel 2011 lo ha fatto esplodere in un bar con frasi antisemite in cui elogiò Hitler e disse agli altri avventori del bar che i loro antenati sarebbero stati sterminati nelle camere a gas.

Esternazioni che gli costarono il posto da Dior, dove era direttore creativo, una condanna per reato d’odio e l’ostracismo globale. Certo lui si scusò e tentarono di derubricare il tutto a un episodio ubriachezza molesta, ma quando è troppo è troppo.

A difenderlo, cercando in tutti i modi di farlo rientrare nel circuito fu proprio Anna Wintour che secondo Amy Odell, sua biografa, è ossessionata da lui. Tanto che convinse prima Oscar de la Renta, nel 2013, ad accoglierlo nel suo studio di New York come designer in residence e poi il brand Margiela (dove è rimasto fino al 2024) a dargli un’altra chance. Adesso Galliano ha firmato una collaborazione altamente redditizia, con Zara per una serie di collezioni. D’altronde come non capire questi “aiutini” visto che per la Wintour la sfilata più bella di tutti i tempi è quella della collezione Autunno/Inverno 1994 di Galliano, The Black Show.

Ma questa volta la storia è diversa e l’endorsement potrebbe costare caro alla super direttrice. Prima di Galliano sono arrivati al Met come soggetti, in vita, della mostra solo Yves Saint Laurent (1983) e Rei Kawakubo di Comme des Garçons (2017). Un onore che spetta ai grandi, aggettivo che vale la sua estetica ma mal si staglia con il comportamento di Galliano. E così sui social si stanno scatenando le milizie pro e contro lo stilista con molti ospiti del Met di alto profilo che, secondo quanto riportato da Page six, diserteranno l’evento.

E qui si potrebbe discutere a lungo del senso del perdono e dell’oblio se non fosse che nel frattempo, la pr Lauren London, in questi giorni, ha rivelato di aver assistito a un altro sfogo antisemita di Galliano nel 2019 presso la spa Henri Chenot di Merano, in Italia, dove avrebbe urlato contro altri ospiti che parlavano ebraico. «Non c’è alcol da incolpare… né droghe… nemmeno zucchero o caffeina», ha scritto su Instagram all’inizio di questa settimana la London. «Galliano era sobrio». Jill Kargman, star di Odd Mom Out e presenza fissa al Met Gala, ha detto di essere sconvolta: «Immagino che l’antisemitismo sia ormai accettabile nel più importante museo d’arte».

La fashion editor del Finanzial Times Elizabeth Paton pone una domanda: «Può una mostra di questo genere trovare davvero il giusto equilibrio tra l’influenza che i modelli di Galliano hanno avuto sull’industria e le conseguenze del suo comportamento?». Secondo il New York Times i dirigenti del museo avrebbero consultato la comunità ebraica di New York prima di dare il via libera alla mostra, ma la verità è che arriva in un momento caratterizzato da un aumento preoccupante degli atti di antisemitismo. Andrew Bolton, curatore responsabile del Costume Institute del Met capisce «perfettamente il momento particolarmente difficile, vista l’allarmante crescita dell’odio» ma pensa che «sia importante riuscire a considerare insieme il valore artistico e la responsabilità etica, senza permettere che uno dei due cancelli l’altro».

«Galliano è un grande stilista e la sua carriera non è definita da un singolo momento — qualcosa con cui dovrà convivere per il resto della sua vita», ha scritto Wintour su Vogue. «La mostra non eviterà nessuno degli aspetti più oscuri del passato di John. È parte di ciò che lo ha plasmato. La mostra ripercorrerà l’intero arco della sua carriera e affronterà tutto questo». Ma non potrà certo cavarsela con queste poche parole e chissà che non sia propria questa polemica, dopo quella che l’ha coinvolta l’anno scorso per la sponsorizzazione del Met da parte di Jeff Bezos e consorte, a darle ( o farle dare) la spinta per lasciare Condé Nast.

La mostra, intitolata John Galliano: Horizons, promette di consacrare Galliano tra i più grandi couturier della moda, anche se come ha sottolineato il museo l’esibizione «affronterà anche la condotta riprovevole che ha radicalmente alterato la sua carriera e la sua percezione pubblica». Una polemica che accende la discussione su come il successo artistico debba essere compreso in relazione alla responsabilità etica. La lista degli artisti “maledetti” in molti modi è lunga (Cocò Chanel, ad esempio, simpatizzava per i nazisti) come anche le interpretazioni e i giudizi sulla cancel culture. Il Met si trova così ad affrontare il tema della memoria della responsabilità, della riabilitazione e della reputazione. Ma il New York Times fa notare come «in questo modo si afferma la capacità delle potenti istituzioni culturali di decidere quando i risultati del talento prevalgono sulle mancanze morali». Dana Thomas, autrice di Dei e re: l’ascesa e la caduta di Alexander McQueen e John Galliano pensa che questa mostra sia una «pessima idea» e che sarebbe stato «più opportuno allestirla dopo la sua scomparsa, come avviene per la maggior parte delle retrospettive di moda». Ma per adesso il diavolo non ci sente da quell’orecchio e veste Galliano.


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 Maria Corbi

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