Nell’agosto 1944, nello Spezzino, il grande rastrellamento nazista e fascista del 3 e 4 del mese scompaginò la nostra Resistenza, dislocata nello Zerasco, colpendo sia i partigiani – almeno 50 caduti – sia i civili – 19 vittime tra cui due sacerdoti, molti deportati in Germania, interi paesi dati alle fiamme. Nello stesso mese altre due stragi efferate, entrambe per mano fascista, insanguinarono il nostro territorio. Perfino il Prefetto fascista Franz Turchi, non certo “un’anima bella”, ebbe qualche dubbio. Così scriveva il 7 settembre nella sua relazione sul mese d’agosto al Ministero dell’Interno:
Il mattino dell’11 agosto [in realtà del 12] per ordine del Comando del Battaglione Alpini veniva fucilato alla schiena, sul sacrato della parrocchia stessa, il parroco di Lavaggiorosso (Levanto) don Emanuele Toso, per aver dato motivo al sospetto di essere in collegamento con i ribelli della zona per aver richiesto a qualche alpino notizie sul loro numero, il loro armamento e la loro dislocazione. Il fatto ha prodotto profonda, dolorosa impressione in tutta la popolazione, che ha ritenuto, per lo meno, affrettata la decisione delle autorità militari.
Il mattino del 28 agosto i militi della Brigata Nera Bergamini Donato e Pratici Nello uscendo dall’ospedale ai margini della città [il Felettino] venivano fatti segno a numerosi colpi di mitra ad opera di due individui in agguato nell’antistante terreno boschivo. Il Bergamini rimaneva ucciso ed il Pratici ferito. A seguito di ciò, al pomeriggio dello stesso giorno altri militi della Brigata Nera, all’insaputa dell’autorità di polizia, fucilavano 4 persone ritenute sovversive e coinvolte nell’assassinio del Bergamini. Sono in corso gli accertamenti delle responsabilità in merito a questo episodio che ha determinato molte impressioni e commenti svariati.
Su questo primo eccidio si soffermò la relazione, datata 2 ottobre 1944, di don Carlo Scattini, Vicario foraneo a Levanto.
Il 10 agosto don Toso era partito per incontrare una nipote che veniva da Sestri Levante. Il parroco doveva necessariamente passare nel territorio controllato dagli alpini del Battaglione Morbegno della Divisione Monterosa. Fece loro delle domande, il che suscitò sospetti. Il tenente colonnello Benvenuto Pozzo lo interrogò. Scrisse don Scattini:
Sembra che gli alpini, aiutati dal binocolo, avessero visto a valle di Lavaggiorosso tre uomini che seppellivano armi, ora si chiedeva a don Toso chi fossero tali persone. […] Non si sa con certezza, ma è molto probabile ch’egli avesse assolutamente negato di conoscere quei tre […]. Questo, forse, lo ha fatto condannare.
L’11 agosto la sorella e la nipote andarono a trovare il sacerdote, e avvisarono don Daneri, parroco di Rivarolo e della Guardia, dei rischi che il loro congiunto correva. Don Daneri informò don Scattini, e quest’ultimo il delegato del Vescovo mons. Bonfiglioli. Tutti e tre fecero un tragico errore: non prestarono “fede alle dicerie già diffuse fra il popolo, che parlavano della prossima fucilazione”, come ammise lo stesso don Scattini. Nelle settimane precedenti alcuni parroci erano stati fermati e rilasciati: si pensava che anche questa volta finisse così.
La mattina del 12 Bonfiglioli andò a Levanto, al Comando degli Alpini, ma era ormai troppo tardi: quando il capitano degli alpini chiamò Pozzo, di stanza a Lavaggiorosso, don Toso era già stato fucilato o stava per esserlo. Bonfiglioli giunse sul posto un’ora dopo la fucilazione.
Alle 9 del 12 agosto gli alpini avevano circondato il paese e radunato gli abitanti in piazza. Poco prima delle 10 giunse don Toso, accompagnato dal cappellano militare, prete indegno che nulla fece per salvare la vita di un confratello. Pozzo gridò:
Il vostro parroco sarà fucilato come traditore e spia:
1° perché è passato in zona militare;
2° perché ha rivolto agli alpini domande di carattere militare.
Il tenente colonnello degli alpini non utilizzò la motivazione dell’aiuto ai partigiani che avevano seppellito le armi. Essa non è presente neppure nella lettera che Pozzo scrisse al Comune di Levanto, a esecuzione avvenuta, che ribadiva “ufficialmente” le accuse urlate in piazza. La tesi secondo cui don Toso fu ucciso per non aver rivelato “i nomi dei partigiani e di chi lo aiutava” fu poi ripresa da monsignor Luciano Ratti nel suo testo “Il clero nella Resistenza della provincia della Spezia”. In ogni caso il parroco di Lavaggiorosso emerge a pieno come espressione di un cristianesimo “di campagna” che diventò spontaneamente antifascista in quanto dottrina dell’amore universale e della solidarietà.
Don Emanuele Toso (foto archivio sezione Anpi Levanto)
Ma torniamo alla relazione di don Scattini. Pare che il parroco, prima di morire, volesse parlare al suo popolo, ma gli fu impedito. Qualche alpino del plotone di esecuzione piangeva. Dopo la fucilazione uno di essi cadde svenuto.
La relazione coincide, riguardo al racconto dei fatti, con alcune testimonianze di abitanti di Lavaggiorosso, che aggiunsero un elemento: spiegarono, come fece Elio Germano, che il parroco si recava incontro alla nipote perché aveva chiesto ai suoi parenti di Sestri Levante – era nato a San Bartolomeo della Ginestra – di portare un po’ di viveri per la Festa della Madonna della Salute del 14 agosto.
So che S. E. [il Vescovo Stella] ha protestato con il Prefetto: è in corso un’inchiesta.
Veniamo alla seconda strage, quella del Felettino. Gli “individui in agguato” di cui scrisse Turchi al Ministero erano partigiani della Brigata Garibaldi Vanni scesi dai monti per colpire Bergamini con la tecnica dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica). Dopo la riorganizzazione seguita al “disastro” del rastrellamento di agosto, la Resistenza spezzina si era rafforzata ai monti ma aveva ripreso anche le azioni in città tese a uccidere i fascisti più in vista e con maggior fama di crudeltà. I rapporti del segretario del PCI spezzino Antonio Borgatti “Silvio” sono molto chiari in proposito. Già nel rapporto giugno-luglio 1944 “Silvio” scriveva:
Per azioni contro le Brigate Nere accordo con il comando perché siano fatte da membri delle formazioni.
In città abbiamo cercato invano di creare un GAP.
Il PCI si muoveva d’intesa con il comando partigiano, guidato dal colonnello Mario Fontana, e presumibilmente con il CLN, allora ridotto, dopo il suo “sfascio” nel giugno-luglio, a una sorta di “diarchia” tra Borgatti e il socialista Pietro Beghi “Mario”. Nel rapporto del 22 agosto Borgatti scriveva:
Stiamo lavorando per creare un GAP (un colpo è andato male, un altro ha spedito un ufficiale superiore dell’esercito in paradiso).
Le azioni proseguirono. Tra esse quella del Felettino, rivendicata esplicitamente dal segretario del PCI nel rapporto del 15 settembre:
Abbiamo costituito un piccolo gruppo di GAP con elementi presi ai monti. Sono conosciuti in città e non possono venire in centro. In una ventina di giorni sei colpi, di cui quattro con esito felice, altri con dei ferimenti. Ieri sera è partito un maresciallo della Decima. Al primo colpo le BN hanno reagito uccidendo barbaramente quattro persone. I tedeschi li fecero richiamare dal prefetto. Si vocifera che i tedeschi abbiano ucciso i responsabili dell’eccidio. Dopo ne abbiamo uccisi altri tre e feriti due ma non è successo nulla.
Questo il ricordo del partigiano Luciano Borione:
Vennero incaricati dell’esecuzione tre partigiani del Battaglione Vanni che conoscevano bene la zona. Uno di loro era di Migliarina, uno di San Venerio ed il terzo del Termo. Il partigiano di Migliarina era travestito da operaio della Cieli e aveva nella borsa uno Sten. Attendeva il Bergamini sul ponte della Dorgia, in via Buonviaggio. Gli altri due, vestiti in borghese, percorrendo il canale avevano raggiunto la siepe di rovi posta dirimpetto al cancello dell’Ospedale. […] l’ufficiale si recava giornalmente all’Ospedale, seduto sul sellino posteriore di una moto, guidata dal suo motociclista di fiducia. Quando i partigiani nascosti dietro la siepe udirono il rombo del motore si prepararono e quando videro la moto uscire dal cancello, il partigiano più giovane, come d’accordo, fece fuoco sul Bergamini. Sparò un caricatore completo di colpi di Sten (cioè, trenta colpi).Il Bergamini morì ed il suo motociclista rimase ferito.
Turchi scrisse al Ministero sulla spinta in un caso dalle proteste del Vescovo, nell’altro dai richiami dei tedeschi. Anche se la voce che i tedeschi avessero ucciso i fascisti non aveva fondamento.
Queste le vittime della rappresaglia, secondo l’Atlante delle stragi nazifasciste: Arduino Cecchi, di 33 anni, della Spezia (ma nato a Firenze), fornaio, collaboratore dei partigiani; Natale Maggiani,di 24 anni, della Spezia, operaio, collaboratore della Brigata Vanni; Edoardo Mordacci di 36 anni, della Spezia, fuochista, collaboratore dei partigiani (riconosciuto come sappista, curava i partigiani feriti); Stefano Sanguineti o Sanguinetti, di 26 anni, della Spezia, contadino, civile (noto nel 1944 come Stefano Papavero; il cognome Sanguineti o Sanguinetti era stato riconosciuto con decisione del Tribunale solo nel 1943). I primi tre erano dipendenti dell’Ospedale.
Gli autori della rappresaglia appartenevano alla 33a Brigata Nera Tullio Bertoni della Spezia, presumibilmente al 1° Battaglione, quello di Bergamini. Nel dopoguerra risposero del reato il sergente della Brigata Nera Oreste Marcobello, condannato a morte per questo episodio e per altri crimini dalla Corte d’Assise Straordinaria della Spezia (condanna poi commutata in ergastolo, quindi a trent’anni, infine a dieci). Il suo superiore maggiore Remo Orlandini fu assolto dalla stessa Corte per insufficienza di prove per questo episodio ma subì una condanna a 24 anni per altri reati. Nel 1949 era già in libertà. Nel 1970 fu il principale collaboratore di Junio Valerio Borghese nel tentativo di colpo di Stato.
Al Ministro dell’Interno Guido Buffarini Guidi i collaboratori consegnarono un foglio con un estratto della relazione di Turchi del 7 settembre, contenente i punti riguardanti i due episodi “scabrosi”. Sulla morte di don Toso il Ministro non prese iniziative. Sull’eccidio del Felettino rispose a Turchi il 23 settembre, chiedendo di precisare “le eventuali responsabilità dei fautori dell’atto di rappresaglia”. Poi più nulla. I tedeschi avevano ormai deciso, con gli ordini di Albert Kesselring, che il principio della rappresaglia soppiantasse quello della lotta militare contro i partigiani. Mentre i fascisti ricevettero dai vertici disposizioni altrettanto dure e draconiane. Borgatti, il 15 settembre, era troppo ottimista. Lo smentiranno, purtroppo, i terribili rastrellamenti successivi. Il primo a Migliarina, il 20-21 novembre 1944.
Le fonti utilizzate nell’articolo sono le seguenti: l’Archivio di Stato della Spezia, l’Archivio Centrale dello Stato, l’Archivio dell’Istituto spezzino per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea, l’Archivio del Comune di Levanto, l’Archivio del PCI presso la Fondazione Gramsci, l’Atlante delle stragi nazifasciste, i testi “Levanto nella seconda guerra mondiale”, “Il clero nella Resistenza della provincia della Spezia” di monsignor Luciano Ratti e “Ricordi di guerra” di Luciano Borione.
Sugli alpini della Divisione Monterosa si vedano gli articoli della rubrica:
“Storie di Resistenza inedite o riscoperte: Luigi, alpino disertore due volte, e le ‘bombe amiche’ su Carrodano”, 24 maggio 2026;
“Storie di Resistenza inedite o riscoperte: ‘Virgola’, ‘Bisagno’ e gli alpini in alta Val di Vara”, 21 giugno 2026.
Sui GAP spezzini si veda, su www.associazioneculturalemediterraneo.com, il testo “18 Marzo 1944 – 2024 ricordo di Arturo Emilio Bacinelli partigiano ucciso dai fascisti – Sarzana 18 Marzo 2024 – Arturo Emilio Bacinelli e i GAP nella provincia spezzina – Relazione di Giorgio Pagano”.
La pubblicazione della fotografia delle lapidi dell’Ospedale del Felettino serve anche a ricordare alla dirigenza ASL il dovere di ricollocarle nella nuova struttura in costruzione; così come andrà ricollocata la lapide in memoria di Amedeo Cevasco, ucciso dai fascisti il 23 gennaio 1923, nel luogo dove verrà realizzato un parcheggio.
L’articolo di oggi è dedicato a Francesco Guccini, scomparso il 6 agosto scorso. E’ stato, con Fabrizio De André, il nostro cantautore più grande. Il giorno della morte ero a Genova a studiare: quando si è diffusa la notizia ho ascoltato tanti, all’archivio come al bar e poi in treno, che lo ricordavano commossi. Frasi immediate, da cui si coglieva che Guccini non ci ha solo emozionato, ma ci ha anche aiutato a pensare. Le sue canzoni si sono intrecciate con la trama dei nostri giorni e delle nostre storie, aiutandoci ad accarezzare i sogni e a cercare di dare risposte ai dubbi. Guccini è stato un vero “intellettuale popolare”, un autore che ha saputo raccontare l’amore e la politica, la provincia e la Storia, le osterie e la filosofia…
L’ho amato fin da subito, da quando si faceva chiamare ancora “Francesco”, senza il cognome. Uno dei primi 33 giri che ho acquistato è stato, nel 1967 – avevo 13 anni – “Folk beat n. 1”, che già conteneva canzoni destinate a diventare “manifesti di una generazione”: da “La canzone dei bambini del vento (Auschwitz)” – con la grande domanda che per tutta la vita ci avrebbe accompagnato: Ma come può un uomo uccidere un suo fratello… e quando imparerà a vivere senza ammazzare? – a “Noi non ci saremo”. A proposito di “inni generazionali”, prima c’era stato “Dio è morto”, un cui verso è diventato il titolo del mio libro sugli anni Sessanta e il Sessantotto. Poi, nell’album “Radici” del 1972, l’epica ri-costruzione di una canzone popolare con la storia del ferroviere anarchico suicida, “La locomotiva”. Un canto di rivolta e di sogno: lo cantavamo a voce alta, in coro, chi sapeva farlo grattava con forza con le dita sulle corde della chitarra. Ma già nel disco del 1967 c’erano altri temi: i grandi misteri, il dolore della morte, come in “In morte di S. F. (Canzone per un’amica)”, la canzone con cui poi Francesco avrebbe sempre aperto ogni concerto, quella con la quale capimmo, ancora così inesperti della vita, che quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano. E il tema del tempo, di come ci accorgiamo che il tempo sta passando, dell’inquietudine che ciò comporta. La sua canzone che ho amato di più è stata forse quella in cui il personaggio è proprio il tempo: “Un altro giorno è andato”, che era nel 33 giri del 1970 “L’isola non trovata”, l’ultimo inciso con il solo nome di battesimo, ma era già uscita in in singolo nel 1968.
Poi il “Maestrone” l’ho anche conosciuto, anche se fuggevolmente. Sono stato responsabile della “stampa e propaganda” del PCI spezzino per quasi dieci anni, negli anni Ottanta. Organizzavo la Festa provinciale de l’Unità ai Giardini, che ospitava anche una rassegna di spettacoli musicali, uno per sera, per dieci giorni. Allora non c’erano ancora i Comuni che organizzavano le “estati culturali”. Alla Festa sono venuti tutti i più grandi, già famosi o meno: Conte, Dalla, De Gregori … e naturalmente Guccini. Quegli spettacoli erano una delle fonti del nostro autofinanziamento, insieme agli sgabei e alla mesciua, e naturalmente alle tessere (20.000, pensate). Ovviamente se il pubblico veniva e pagava il biglietto. I concerti di Guccini avevano un enorme successo: il suo pubblico aumentava sempre, ogni volta si aggiungeva una generazione. Un anno gli spettacoli della Festa andarono male: un bagno di sangue. Sentivo la responsabilità, in qualcosa avevo sbagliato. Dovevo assolutamente rimediare. Organizzai un concerto di Guccini al Picco a settembre: lui riempì lo stadio, e noi evitammo la debacle finanziaria. Anche per questo gli ho sempre voluto bene! L’ho conosciuto dietro il palco: era una persona molto semplice, non se la tirava per niente. Alla fine beveva acqua, nessun fiasco. Una volta gli feci un’intervista per una radio, purtroppo andata perduta. Già allora parlava dell’Appennino, un mondo a cui si legò sempre più. Quando ho capito l’importanza delle Terre Alte a rischio scomparsa, avrei dovuto andare a Pavana a incontrarlo. Mi avrebbe certamente ricevuto, gentile com’era con tutti. Un grande errore non averci pensato. Gli avrei chiesto: che cosa sostituirà, secondo te, questo mondo di montagna che sembra non avere futuro?
Lo avrei anche ringraziato per l’altra canzone da me più amata, “Don Chisciotte”. Con la sua ostinata fedeltà al sogno e alla possibilità di resistere al male mi ha sorretto e accompagnato quando ho cambiato la mia vita:
Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perché il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro?
farmi umile e accettare che sia questa la realtà?
Il Potere è l’immondizia della storia degli umani
e anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte.
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Fabio Lugarini
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