22.16 – martedì 11 agosto 2026
Di Beppe Grillo
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Abbiamo vinto, il Novecento lo abbiamo vinto noi. Democrazia liberale, capitalismo, diritti individuali, scienza e tecnologia hanno tirato fuori un mix imperfetto, pieno di contraddizioni, a tratti doloroso, ma capace di fare una cosa mai successa prima nella storia dell’umanità su questa scala, ovvero quella di far crescere insieme libertà, ricchezza, salute e aspettativa di vita.
E allora perché abbiamo tutti la sensazione che qualcosa si sia inceppato?
Il punto è semplice, abbiamo costruito un mondo che corre a mille all’ora e istituzioni che arrancano con le scarpe di piombo. L’intelligenza artificiale impara, le aziende imparano, i mercati imparano, persino un algoritmo sbaglia, si corregge e riprova. La democrazia invece no, la democrazia approva una legge, tira su un ministero, assume migliaia di persone e va avanti dritta per anni sulla stessa strada anche quando è ovvio che quella strada non porta da nessuna parte.
E allora bisogna partire da qui, ci serve una democrazia che sappia imparare, perché per troppo tempo abbiamo mischiato due cose completamente diverse: decidere chi ha il diritto di governare e capire come si governa davvero.
Vengo da una famiglia di imprenditori
Se scegliessimo l’amministratore delegato di una grande azienda con lo stesso metodo con cui scegliamo chi governa un Paese, la metà dei consigli di amministrazione chiuderebbe in pochi mesi. Provate a immaginare un candidato che si presenta e dice: non ho mai gestito niente di complicato, non conosco il settore, non ho competenze tecniche, ma ho uno slogan fortissimo e milioni di follower. In politica potrebbe vincere le elezioni, in un’azienda non gli daremmo nemmeno le chiavi del bagno.
Per gestire un’impresa cerchiamo competenza, esperienza, capacità di costruire una squadra. Fissiamo poi obiettivi, misuriamo i risultati e, se il management fallisce e continua a fallire, lo cacciamo. Per gestire uno Stato invece abbiamo inventato un sistema dove conta molto di più saper raccogliere consenso che saper far funzionare le cose.
Il problema non è il voto, sia chiaro, il voto resta il cuore della legittimità democratica perché risponde alla domanda giusta: chi ha diritto di esercitare il potere? Ma questa domanda non coincide con un’altra altrettanto importante: chi ha davvero le capacità per esercitarlo bene?
Una democrazia moderna dovrebbe tenere queste due cose ben separate. I cittadini scelgono gli obiettivi, decidono a chi affidare il mandato e possono spedire a casa chi fallisce. Ma l’esecuzione deve diventare molto più competente, sperimentale e misurabile. Serve più democrazia nel decidere dove andare e molta più capacità nel capire come arrivarci. Questo vuol dire anche riprendersi una parola che in politica suona quasi come una bestemmia, fallimento. Se una politica pubblica non funziona bisogna poterlo dire chiaro e tondo, senza trasformare tutto in una guerra di identità, senza difenderla solo perché l’ha proposta il “nostro” partito, e senza tenerla in piedi solo perché nel frattempo ci si è costruito sopra un carrozzone che campa di quella.
Una politica pubblica non deve essere una religione, deve essere un esperimento.
La democrazia evolutiva
Il capitalismo ha una qualità straordinaria che dimentichiamo sempre, può sbagliare. Ogni giorno qualcuno apre un’impresa, inventa un prodotto, prova un modo diverso di organizzarsi. Tanti falliscono, qualcuno trova la strada giusta, e quello che funziona si porta dietro capitali, persone, imitatori. Il sistema cambia attraverso un ciclo continuo: si prova, si seleziona, si replica quello che funziona. La natura fa lo stesso, e oggi abbiamo tirato su qualcosa di ancora più interessante: sistemi di intelligenza artificiale che, in certi ambiti, provano soluzioni, controllano i risultati, si correggono e riprovano; sappiamo costruire sistemi che cercano la soluzione di un problema senza doverla già sapere in anticipo.
C’è una lezione enorme anche per la politica, quando un problema è abbastanza complesso, non vince chi crede di avere già la risposta in tasca, vince chi impara più in fretta. Le nostre istituzioni fanno spesso l’esatto contrario: scriviamo una legge, la sbattiamo addosso a milioni di persone tutte insieme, ci costruiamo sopra un apparato per amministrarla, e quando scopriamo che funziona male, cosa facciamo? Aggiungiamo un tavolo, una commissione, un osservatorio, magari un decreto correttivo, e alla fine il sistema protegge se stesso più di quanto protegga l’obiettivo per cui era nato.
Bisogna ribaltare tutto, una democrazia evolutiva dovrebbe lasciare che città, regioni, territori provino soluzioni diverse allo stesso problema. Una città prova A, un’altra prova B, una regione prova C. E poi si guardano i risultati, si confrontano costi ed effetti, si capisce cosa ha funzionato e perché, e si copia quello che va bene. Se una soluzione fa cilecca, la si molla. Il fallimento non è il nemico, il vero fallimento è continuare a ripetere qualcosa che sappiamo già che non funziona.
La democrazia del futuro sarà quella che capisce più in fretta quando ha torto e impara a correggersi, invece di pretendere di avere sempre ragione.
Lo strapotere tecnologico e la sovranità dell’informazione
Per secoli abbiamo avuto paura dello Stato, e spesso a ragione. Uno Stato che sa tutto della vita dei cittadini può diventare un incubo, per questo ci siamo inventati costituzioni, diritti, garanzie, norme sulla privacy. Poi è arrivato Internet e abbiamo consegnato di nostra spontanea volontà a delle società private una montagna di informazioni che nemmeno il governo più invadente del passato avrebbe mai potuto sognarsi. Sanno dove siamo, cosa compriamo, cosa cerchiamo, cosa guardiamo, con chi parliamo, quali argomenti ci fanno fermare lo scroll. Da questi dati tirano fuori le nostre preferenze, i nostri comportamenti, e provano a indovinare cosa faremo domani.
Abbiamo passato decenni a impedire allo Stato di sapere troppo di noi, e poi abbiamo regalato le chiavi della nostra vita digitale cliccando su un pulsante che dice “Accetto i termini e le condizioni” (probabilmente il contratto più importante che firmiamo senza averlo mai letto).
La sovranità del ventunesimo secolo sarà quindi anche sovranità sull’informazione, ma deve partire dalla persona, prima di tutto. I nostri dati sono un pezzo della nostra identità e devono restare sotto il nostro controllo; la tutela della privacy deve farci sapere come vengono usati i nostri dati, chi li tiene, per quale scopo, e deve darci un modo vero per limitarne l’uso. La risposta però non può essere trasferire tutto questo potere dalle aziende allo Stato, sarebbe come spegnere un incendio con un altro incendio. Il problema è la concentrazione eccessiva di potere, punto, sia esso pubblico o privato. La privacy del futuro dovrà stabilire chi può sapere una certa cosa, per quale motivo, per quanto tempo, sotto quale controllo. E deve valere allo stesso modo per una piattaforma digitale, per un ministero, per un algoritmo commerciale, per un sistema di sicurezza.
Se una grande piattaforma sa più cose sui cittadini, ha più capacità di calcolo e strumenti predittivi migliori delle istituzioni democratiche, allora abbiamo anche un problema politico, non solo tecnico. Il potere non appartiene più soltanto a chi comanda eserciti e territori, appartiene sempre di più a chi ha i dati e sa leggerli. Ecco perché le grandi piattaforme devono avere dei paletti, mentre lo Stato deve tornare a costruirsi una capacità tecnologica vera, per proteggere i cittadini e restare autonomo davanti a chi ha infrastrutture, algoritmi e informazioni migliori delle sue.
La dimensione giusta del potere
Per certe cose lo Stato è troppo grande, per altre è troppo piccolo; sembra una contraddizione, ma è semplicemente il mondo in cui viviamo.
Pensate alle città: mobilità, rifiuti, urbanistica, trasporti, servizi pubblici, sicurezza urbana, macchina amministrativa; sono problemi che cambiano tantissimo da territorio a territorio. Perché Milano dovrebbe avere esattamente gli stessi strumenti di un paesino di montagna? Milano è una metropoli internazionale e dovrebbe poter sperimentare come tale, con più autonomia e una regola semplicissima, puoi provare cose nuove, ma devi dimostrare che funzionano. Una città che riduce il traffico deve diventare un modello da studiare. Se un’altra dimezza i tempi della burocrazia, dobbiamo capire come ha fatto. Se una terza prova e fallisce, va bene lo stesso, quel fallimento ci lascia comunque qualcosa da imparare. Le città europee non si giocano più la partita solo tra loro. Milano deve guardare anche a Singapore, Dubai, Hong Kong, perché le grandi città sono ormai ecosistemi economici globali. Nello stesso tempo esistono problemi per cui anche uno Stato come l’Italia è troppo piccolo. Semiconduttori, intelligenza artificiale, cloud, spazio, energia, difesa, cybersicurezza chiedono capitali, infrastrutture e mercati di taglia continentale. E qui serve l’Europa, punto.
Dobbiamo però smettere di confondere regolamento e sovranità; possiamo scrivere il regolamento più elegante del mondo sull’intelligenza artificiale, ma se chip, modelli, piattaforme e capacità di calcolo arrivano quasi tutti da fuori, siamo solo bravi arbitri di un gioco che gli altri hanno inventato.
La sovranità vuol dire anche produrre, possedere tecnologia, avere energia e capitale, attirare ricercatori, far crescere imprese vere. Il principio è apparentemente assurdo ma semplicissimo: piccoli per sperimentare, grandi per competere. Decentralizzare dove serve velocità, arrivare a dimensione continentale dove serve massa critica.
Una politica economica alla scala della competizione
La concorrenza è uno degli strumenti più potenti che ci siamo inventati, insieme alla cooperazione. Tira fuori imprese migliori, abbassa i costi, spinge a innovare, elimina un sacco di sprechi, ma è uno strumento, non una religione da venerare.
Se cinquanta aziende europee si fanno la guerra dentro un mercato tutto frammentato, mentre dall’altra parte del mondo un’unica azienda ha le risorse per buttare decine di miliardi in ricerca e infrastrutture, il risultato è concorrenza interna perfetta, irrilevanza globale totale.
Il rischio europeo è esattamente questo: un sacco di campioni di provincia e pochissimi campioni mondiali. Ciò non vuol dire costruire monopoli protetti o buttare soldi pubblici su aziende che non ce la fanno, vuol dire capire su che scala si gioca davvero la partita. Se la partita è globale, qualcuno dei nostri deve poter arrivare a dimensione globale. La concorrenza deve restare feroce nella fase della scoperta, quando servono tanti esperimenti, tante imprese, tante tecnologie, e anche tanti fallimenti. Ma quando salta fuori una soluzione davvero forte, dobbiamo saperle dare capitale, mercato, dimensione; bisogna far crescere i vincitori abbastanza da poter competere con i vincitori degli altri continenti, invece di usare le risorse per tenere in vita chi non ce la fa.
L’Europa deve finalmente imparare a far lavorare insieme mercato e politica industriale.
Il clima come grande prova di realtà
C’è una questione che rende tutto questo ancora più urgente: il pianeta su cui questa economia deve continuare a girare sta cambiando.
Il riscaldamento globale ormai è cronaca. Il 2024 è stato il primo anno solare in cui la temperatura media globale ha superato di circa 1,5 °C il livello preindustriale, e nel frattempo temperature estreme, incendi, siccità, alluvioni stanno già producendo danni economici e sociali concreti. Ma il clima è solo un pezzo di un’emergenza planetaria più grande. Perdita di biodiversità, inquinamento, degrado del suolo, pressione sempre più forte sulle risorse naturali stanno mettendo sotto stress i sistemi da cui dipendono cibo, acqua, salute, stabilità economica. La questione ambientale riguarda quindi direttamente il funzionamento delle nostre società e delle nostre economie.
Anche qui serve una democrazia capace di evolversi. Le città possono sperimentare nuovi modelli di mobilità, gestione dell’acqua, efficienza energetica, mentre la trasformazione dell’energia, delle reti, dell’industria ha bisogno di una dimensione europea.
La transizione ecologica può diventare una gigantesca politica industriale, capace di tagliare l’uso dei combustibili fossili e l’inquinamento, proteggere e ripristinare gli ecosistemi e, allo stesso tempo, migliorare la qualità della vita.
Il clima è forse la prova più definitiva della nostra capacità di evolvere, dobbiamo dimostrare che una politica pensata per il presente sa governare anche il futuro.
Lo Stato come cliente dell’innovazione
Un’impresa innovativa ha bisogno di capitale, ricercatori, infrastrutture, ma soprattutto ha bisogno di qualcuno disposto a comprare quello che produce, e uno dei più grandi acquirenti dell’economia è proprio lo Stato. Perché allora continuiamo a pensare alla politica industriale quasi solo attraverso incentivi, crediti d’imposta, finanziamenti a pioggia? Lo Stato può fare una cosa molto più potente: individuare un problema e comprare la soluzione migliore.
Cybersicurezza, droni, intelligenza artificiale, robotica, energia, spazio, biotecnologie, difesa: possono funzionare tutti così. Un burocrate non deve decidere in anticipo quale impresa vincerà, perché sarebbe probabilmente il modo migliore per scegliere quella sbagliata. Lo Stato deve definire il problema, lasciare che più imprese propongano soluzioni, confrontare i risultati e comprare quello che funziona davvero. Lo stesso principio vale anche per i problemi civili: traffico, sanità, energia, inquinamento, pubblica amministrazione, sicurezza informatica. Lo Stato può diventare uno dei più grandi laboratori tecnologici del continente senza per questo trasformarsi nell’imprenditore che decide dall’alto chi deve vincere. Deve solo imparare a comprare meglio.
Quando il lavoro non distribuirà più tutta la ricchezza
Stiamo entrando in un’altra trasformazione gigantesca, tutta insieme: cosa succede se riusciamo a produrre sempre di più usando sempre meno lavoro umano?
Per due secoli abbiamo costruito buona parte del nostro sistema economico su un meccanismo abbastanza semplice: uno lavora, prende uno stipendio, e con quello stipendio compra beni e servizi. Il lavoro non produce solo ricchezza: è anche uno dei principali strumenti con cui quella ricchezza viene distribuita.
L’intelligenza artificiale e la robotica potrebbero far saltare questo equilibrio. Non sappiamo con quale velocità, quali mestieri verranno stravolti, quanti ne nasceranno di nuovi. La storia delle rivoluzioni tecnologiche precedenti dovrebbe renderci prudenti davanti alle profezie sulla fine del lavoro. Ma stavolta le macchine non stanno imparando solo a sollevare pesi o montare automobili. Stanno imparando a leggere, scrivere, tradurre, programmare, analizzare immagini, progettare, fare una fetta crescente di quello che chiamiamo “lavoro intellettuale”.
Dobbiamo prepararci anche a uno scenario in cui l’economia produca molta più ricchezza con molto meno lavoro umano. Sarebbe una vittoria tecnologica pazzesca, ma potrebbe diventare un problema sociale enorme se continuassimo a distribuire quasi tutto il reddito attraverso l’occupazione. Rischiamo di finire nel paradosso più assurdo di tutti, macchine capaci di produrre abbondanza e persone senza il reddito per potersela permettere. La domanda sull’automazione non può fermarsi a “quanti posti di lavoro perderemo”; dobbiamo chiederci come distribuiremo la ricchezza quando produzione e occupazione smetteranno, un pezzo alla volta, di coincidere.
La generazione che paga il conto
Ed è qui che bisogna parlare dei giovani, perché sono loro a vivere per primi la contraddizione di tutto questo sistema. Per decenni il patto era chiaro: studi, entri nel mondo del lavoro, il tuo reddito cresce piano piano, lasci casa dei genitori, ti costruisci la tua indipendenza. Oggi questo percorso è diventato molto più difficile. In Italia i salari reali sono fermi da decenni e si è allargato il fenomeno del lavoro povero. Avere un lavoro non vuol più dire per forza riuscire a viverci. Salari bassi, precarietà, affitti sempre più cari rendono difficile conquistarsi l’autonomia, mettere su famiglia, o solo pianificare il futuro.
È un problema economico e, insieme, un problema democratico. Una società in cui le decisioni le prendono soprattutto generazioni che hanno già accumulato patrimonio, mentre il conto lo pagano generazioni che ne hanno molto meno, rischia di rompere il patto tra generazioni. Casa, istruzione, pensioni, lavoro e clima sono anche una questione di rapporto tra chi c’era prima e chi viene dopo. E poi ci stupiamo se tanti giovani sentono la politica come qualcosa che parla una lingua estranea alla loro vita. Se hai venticinque anni, vuoi sapere se riuscirai a pagare un affitto, se il tuo lavoro varrà ancora qualcosa tra dieci anni, se potrai avere figli, e su quale pianeta vivrai a cinquant’anni.
Una democrazia evolutiva deve tornare a rappresentare il futuro. I giovani sono le persone che vivranno più a lungo con le conseguenze delle decisioni che prendiamo oggi, molto più di una categoria sociale da rincorrere con qualche bonus.
Se il futuro viene deciso soprattutto dai vecchi, ai giovani resta soltanto il conto da pagare.
Un nuovo patto sociale: reddito e tempo
Il welfare del Novecento partiva da un’idea abbastanza chiara: perdi il lavoro, la società ti sostiene nella transizione, poi trovi un altro lavoro. Ma cosa succede se interi settori vengono automatizzati e certi mestieri spariscono più in fretta di quanto il sistema riesca a inventarne di nuovi? A quel punto bisogna ripensare il contratto sociale da zero, non limitarsi ad aggiornare un sussidio.
Le strade sono tante: imposta negativa sul reddito, reddito minimo, reddito universale, dividendo sociale, fondi collettivi che partecipano ai rendimenti del capitale, oppure servizi universali più ampi. Probabilmente la soluzione sarà un mix di strumenti, e coerentemente con l’idea di democrazia evolutiva dovremmo sperimentarli, confrontarli, correggerli, invece di trasformare ogni singola proposta in una guerra di religione.
Un principio però dovrebbe essere fuori discussione. Se l’automazione permette alla società di aumentare enormemente la propria produttività, una parte di quel guadagno deve tornare alla società.
Il reddito universale andrebbe pensato come qualcosa di molto più ambizioso di un assegno per chi resta senza lavoro: un dividendo della produttività tecnologica. E soprattutto potrebbe farci scoprire che la vera ricchezza dell’automazione non è soltanto il denaro, è il tempo. Per secoli abbiamo usato la tecnologia per produrre di più. La prossima rivoluzione potrebbe permetterci di usare la tecnologia per vivere di più e vivere meglio. Un reddito più stabile significa anche meno stress, più sicurezza, migliori condizioni di salute e, nel lungo periodo, una società che pesa meno sui costi sanitari e sociali. Più tempo per crescere i figli, occuparsi degli anziani, studiare, creare, partecipare alla vita della propria comunità, costruire relazioni, fare sport, viaggiare, o semplicemente stare con chi amiamo. Più tempo in cui il valore di una persona non sia misurato solo dalle ore che riesce a vendere sul mercato del lavoro.
E allora dovremmo cominciare a chiederci anche quanto lavoro umano ci servirà davvero. Se una macchina può svolgere un’attività meglio, più velocemente e in maggiore sicurezza, inventare un’occupazione inutile pur di continuare ad affidarla a una persona sarebbe come inventare la lavatrice e poi creare un ministero per distribuire di nuovo i panni sporchi. Alcuni lavori continueremo a volerli affidare agli esseri umani per la loro dimensione relazionale, creativa o educativa; altri potranno progressivamente passare alle macchine. Una parte dell’aumento di produttività potrà allora trasformarsi in settimane lavorative più brevi e più libertà nell’organizzazione della propria vita. Il reddito universale dovrebbe riconoscere che, in una società dove una fetta crescente della ricchezza la producono le macchine, anche il tempo liberato dalle macchine deve diventare una forma di ricchezza collettiva.
La promessa della tecnologia dovrebbe essere proprio questa: lavorare meno per vivere meglio.
Automazione e immigrazione sono la stessa politica
Anche l’immigrazione va ripensata dentro questa trasformazione. Per decenni abbiamo ragionato su una constatazione semplice: la popolazione invecchia, nascono pochi bambini, certi settori hanno bisogno di manodopera, quindi bisogna attirare persone dall’estero. Ma stiamo costruendo una politica per il 2026 o per il 2056?
Se nei prossimi decenni robotica, automazione e intelligenza artificiale ridurranno il bisogno di lavoro umano nell’industria, nella logistica, nei trasporti, nell’agricoltura, nel commercio, nella pubblica amministrazione e in parte dei servizi professionali, dobbiamo almeno chiederci quante persone ci servono davvero e con quali competenze.
La politica migratoria deve andare di pari passo con la politica tecnologica. Immigrazione, automazione, formazione, welfare, politica industriale fanno parte dello stesso pacchetto.
Non vuol dire per forza che una società con meno bisogno di lavoro avrà bisogno di meno immigrazione; magari avrà bisogno di un’immigrazione diversa, capace di portare ricercatori, medici, ingegneri, tecnici, imprenditori, gente che alza la capacità produttiva e scientifica del Paese.
La discussione dovrebbe uscire dallo schema “sì o no all’immigrazione”, che è una domanda troppo semplice per un fenomeno così complesso. Dovremmo chiederci quante persone servono a una società, quali competenze le mancano, quale contributo possono dare alla sua evoluzione. Anche l’immigrazione deve diventare una politica capace di adattarsi.
Capaci di imparare
E allora, buttiamo via il modello occidentale? Al contrario, va aggiornato.
Il modello occidentale ha funzionato perché ha saputo tenere insieme libertà, mercato, democrazia, diritti e scienza. Oggi però il mondo corre più veloce delle istituzioni costruite per governarlo. Abbiamo computer del futuro e procedure amministrative del secolo scorso, intelligenze artificiali che imparano, imprese che operano in cento Paesi, tecnologie e capitali globali, mentre molta politica continua a ragionare con categorie nate nel Novecento.
La nuova frontiera potrebbe essere proprio questa: istituzioni capaci di sperimentare, misurare, correggere e imparare. Il Novecento ha costruito istituzioni per difenderci dai grandi poteri. Il ventunesimo secolo deve costruirne di abbastanza veloci da governare quelli nuovi e abbastanza lungimiranti da rappresentare anche chi oggi ha poca voce, poco patrimonio e poco potere.
Il mondo accelera e la politica arranca. Il capitalismo evolve attraverso la concorrenza, la scienza attraverso gli errori, la tecnologia attraverso gli esperimenti, l’intelligenza artificiale attraverso l’apprendimento; adesso tocca alla democrazia.
Tra trent’anni vivremo in un mondo profondamente diverso. Il compito della politica sarà imparare abbastanza in fretta da starci dentro.
Una democrazia capace di evolvere e, soprattutto, capace di imparare.
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