Dopo Parigi, Barcellona, Vienna, Siviglia, Piatra Neamț e Copenaghen, il viaggio nelle città europee che si stanno adattando al caldo arriva a Madrid. Qui la risposta passa dagli alberi: una cintura verde di 75 chilometri, il Bosque Metropolitano, pensata per ridurre l’isola di calore, aumentare l’ombra e rendere la città più resistente alle estati estreme.
A Madrid, d’estate, basta attraversare una strada per capire quanto può valere un albero. Sul marciapiede esposto al sole il calore sale dall’asfalto e dalle facciate; pochi metri più in là, sotto una fila di platani, cambia la percezione della città. L’ombra torna a rendere possibile camminare, fermarsi, sedersi. È una differenza destinata a pesare sempre di più in una capitale che ha cominciato a progettare il proprio futuro sapendo che le estati saranno più calde. Secondo l’Agencia Estatal de Meteorología (l’agenzia statale ufficiale della Spagna che si occupa delle previsioni del tempo, del monitoraggio del clima e della ricerca scientifica sull’atmosfera) la città ha chiuso giugno 2026 come il secondo più caldo mai registrato in Spagna, con temperature medie di 3,2 gradi superiori alla norma 1991-2020. Madrid, così, ha deciso di rispondere con un progetto che, visto dall’alto, sembra quasi voler disegnare un nuovo confine della città: una foresta lunga 75 chilometri che dovrà circondare la capitale. Si chiama Bosque Metropolitano. E per Roma, Milano, Torino, Bologna o Firenze potrebbe essere una delle esperienze europee da osservare più attentamente. Perché qui non siamo a Copenaghen, dove la città-spugna nasce soprattutto dalla necessità di convivere con l’acqua. E non siamo neppure nella Vienna delle Cool Streets. Madrid parte da un problema molto più vicino a quello italiano: sole, siccità, cemento e temperature estive estreme.
Una foresta intorno alla città
L’idea è semplice solo a raccontarla. Costruire progressivamente un grande anello verde attorno alla capitale collegando parchi già esistenti, terreni degradati e nuovi spazi forestali, in modo che il verde non sia più costituito da tante isole separate ma diventi un’unica infrastruttura climatica. Il progetto ufficiale prevede un corridoio di 75 chilometri, composto soprattutto da specie autoctone capaci di resistere alle condizioni sempre più difficili previste con il cambiamento climatico: lecci, pini, olivi selvatici, carrubi, olmi, frassini, salici, corbezzoli, ginepri, rosmarino e altre essenze mediterranee. Non un enorme Retiro, dunque, ma una fascia vegetale costruita pezzo dopo pezzo. L’obiettivo dichiarato dal Comune è contemporaneamente ambientale e urbanistico: combattere il cambiamento climatico, recuperare aree degradate, aumentare la biodiversità, creare itinerari pedonali e ciclabili e migliorare la salute dei cittadini. Nel progetto compare esplicitamente anche il problema dell’isola di calore urbana. Madrid, del resto, parte già da un patrimonio notevole. Secondo i dati municipali aggiornati, circa il 26 per cento del territorio comunale è coperto da alberi e nell’intera città se ne contano circa 5,7 milioni, distribuiti fra oltre 500 specie e 3.800 parchi e spazi verdi. Il progetto procede per lotti di lavoro e distretti. Sono già state avviate e completate le piantumazioni in diverse aree chiave, con nuovi fondi stanziati per collegare i corridoi ecologici e le zone fluviali.
Ma il Bosque Metropolitano cambia la scala del ragionamento
Il verde non viene più pensato soltanto come qualcosa da mettere dentro la città. Diventa una delle strutture sulle quali costruire la città futura. L’ex assessore allo Sviluppo urbano Mariano Fuentes lo definì così: «Il Bosque è uno strumento per combattere il cambiamento climatico, la desertificazione e l’inquinamento». E aggiunse una formula ancora più efficace: «A Madrid uno spazio come questo è un’assicurazione sulla vita».
L’albero come climatizzatore
Per capire perché Madrid possa interessare all’Italia bisogna uscire dalla retorica dei “polmoni verdi”. Un albero in una città arroventata non serve soltanto ad assorbire anidride carbonica. Produce ombra, impedendo alla radiazione solare di colpire direttamente asfalto, muri e marciapiedi. Le sue radici favoriscono l’infiltrazione dell’acqua. Attraverso l’evapotraspirazione restituisce umidità all’atmosfera e contribuisce al raffrescamento locale. E soprattutto interrompe quella continuità di superfici minerali che durante il giorno immagazzinano energia e durante la notte continuano a restituirla.
È precisamente il meccanismo dell’isola di calore
Madrid lo conosce bene. Il Comune dispone di uno studio specifico sul clima urbano che individua le zone nelle quali gli effetti delle ondate di calore vengono aggravati dall’isola di calore cittadina. E da qui nasce una differenza fondamentale rispetto alle vecchie campagne di piantumazione: non basta contare quanti alberi vengono messi a dimora. Conta dove vengono piantati, quanta ombra produrranno, se sopravviveranno e se riusciranno a formare una rete continua. Per questo il Bosque Metropolitano utilizza specie selezionate anche in funzione degli scenari climatici futuri. Piantare un albero che ha bisogno di enormi quantità d’acqua in una Madrid sempre più calda e secca significherebbe infatti costruire oggi un problema destinato a esplodere domani. Ed è un tema che dovrebbe suonare familiare anche in Italia.
Il progetto non è più soltanto sulla carta
Il Bosque nasce politicamente nel 2019, il concorso internazionale viene deciso nel 2020 e negli anni successivi cominciano le prime realizzazioni. Ma sarebbe sbagliato raccontarlo come una foresta di 75 chilometri già completata. È un progetto di lungo periodo ancora in costruzione. Nel 2025 il Comune ricordava di aver investito, fra il 2019 e il 2024, 114 milioni di euro in 124 interventi riguardanti aree verdi e Bosque Metropolitano; 99 risultavano conclusi. E i cantieri continuano anche nel 2026. A Usera, uno dei quartieri interessati dall’anello verde, il Comune segnala oltre 3.000 alberi piantati durante l’attuale mandato e 2,4 milioni investiti nell’ultimo anno nelle aree verdi del distretto. A Ciudad Lineal il bilancio 2026 destina 3,34 milioni di euro alla prosecuzione del Bosque Metropolitano nella Cuña Norte de O’Donnell. L’obiettivo finale indicato più recentemente dal Comune resta quello di oltre 450 mila nuovi alberi e di un anello verde di 75 chilometri. Il sindaco José Luis Martínez-Almeida parla di una Madrid «più amabile, più piacevole e adattata alle esigenze climatiche» e definisce il Bosque un cinturone verde che abbraccia la città.
Ma una foresta da sola non basta
Qui sta probabilmente la parte più utile dell’esperimento madrileno. Madrid non sostiene che basti piantare alberi per rendere innocua un’ondata di calore da 40 gradi. Accanto alla trasformazione strutturale della città esiste una seconda linea di difesa, quella dell’emergenza quotidiana. Nel Piano Calore 2026, aggiornato questa primavera, il Comune ha previsto nebulizzatori, getti d’acqua e pavimentazioni drenanti negli spazi pubblici, oltre a una rete di luoghi nei quali rifugiarsi nelle ore più difficili. Quarantatré mercati municipali climatizzati vengono utilizzati come spazi di sollievo dal caldo; numerosi centri per anziani restano aperti durante luglio e agosto e vengono intensificati i controlli sugli utenti della teleassistenza e dell’assistenza domiciliare. Negli spazi pubblici di nuova progettazione, inoltre, il Comune dichiara di voler utilizzare sempre più spesso l’acqua come elemento mitigatore delle temperature, insieme a pavimentazioni capaci di lasciarla infiltrare nel terreno anziché farla scorrere immediatamente nelle fognature. E qui Madrid comincia quasi a incontrare Copenaghen, la città spugna raccontata nel nostro dossier.
Una città più verde è anche una città più permeabile
L’ombra diventa un servizio pubblico. Cambia perfino il significato della parola infrastruttura. Per il Novecento un’infrastruttura era una strada, un ponte, una fogna, una metropolitana. Nella città del caldo estremo anche una chioma larga dieci metri diventa un’infrastruttura. Un filare che protegge il percorso fra una casa e una fermata dell’autobus diventa trasporto pubblico climatico. Un cortile scolastico alberato diventa prevenzione sanitaria (un po’ come, ad esempio, ha fatto Parigi). Una piazza capace di trattenere acqua diventa contemporaneamente sistema contro gli allagamenti e riserva per la vegetazione. Sophia Plitt, responsabile del programma Tree Cities of the World, consegnando a Madrid il riconoscimento internazionale per la gestione del verde, ha spiegato che investire nei boschi urbani aiuta a garantire città «più verdi, sostenibili e resilienti». E, non a caso, Madrid è stata riconosciuta per il settimo anno consecutivo come Tree City of the World nel 2026.
Il limite: gli alberi devono sopravvivere
Il modello, però, non va idealizzato. Piantare centinaia di migliaia di alberi in una città dal clima sempre più caldo e secco pone un problema enorme di manutenzione, irrigazione e mortalità delle giovani piante. Il Bosque Metropolitano è stato anche oggetto di critiche politiche proprio per lo stato di alcune piantumazioni e per la lentezza con cui procede rispetto agli annunci iniziali. Nel dibattito comunale del 2025 l’opposizione ha accusato il governo cittadino di avere lasciato morire una parte degli alberi del progetto. È un’accusa politica, contestata dall’amministrazione, ma segnala un problema reale di qualsiasi grande piano di forestazione mediterranea: piantare è molto più facile che far crescere. Ed è forse proprio questa la lezione più importante per l’Italia. Non serve annunciare “un milione di alberi”. Serve sapere quanti saranno vivi tra dieci o vent’anni.
Perché Madrid parla all’Italia
Roma ha un clima mediterraneo ancora più evidente. Bologna, Firenze e Torino conoscono ormai estati nelle quali l’isola di calore rende le notti particolarmente pesanti. Milano aggiunge al caldo una densità urbana che rende prezioso ogni metro quadrato sottratto all’asfalto. Il modello Madrid non significa circondare necessariamente ogni città italiana con una foresta di 75 chilometri. Significa applicarne il principio. Collegare il verde invece di frammentarlo. Far entrare alberi e ombra nelle periferie e non soltanto nei grandi parchi storici. Scegliere specie capaci di sopravvivere al clima che avremo fra trent’anni e non soltanto a quello di oggi. Depavimentare.
Conservare l’acqua nel terreno
Trasformare scuole, piazze e fermate del trasporto pubblico in luoghi nei quali sia possibile trovare ombra. E affiancare questa trasformazione lenta a una rete immediata di rifugi climatici per anziani, bambini e persone fragili. Madrid nel 2026 fa entrambe le cose: costruisce la foresta del futuro e, mentre aspetta che gli alberi crescano, apre mercati climatizzati, usa acqua e nebulizzazione negli spazi pubblici e adatta il lavoro all’aperto alle allerte per le temperature estreme. È questa combinazione, più del numero degli alberi, a renderla interessante. Il Bosque Metropolitano non ha sconfitto il caldo di Madrid e per molti anni ancora non sarà completato. Ma ha introdotto un principio urbanistico che le città italiane potrebbero fare proprio: non aspettare che arrivi l’ondata di calore per difendersi. Preparare prima la città che dovrà affrontarla. Perché nell’Europa che si scalda il verde non è più soltanto il posto dove andare quando fa caldo. È una delle cose che possono impedire alla città di diventare ancora più calda.
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Giampiero Maggio
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