Per capire la storia di Marconia – oggi la frazione più popolosa del Comune di Pisticci, in Basilicata – bisogna partire da una svolta nella strategia repressiva del fascismo. Il sistema del confino politico era nato nel 1926 con un obiettivo primario: isolare gli oppositori. Inviati lontano dalle proprie città, soprattutto nelle isole come Ponza, Ventotene, Ustica e Lipari, i dissidenti venivano privati della propria libertà e resi inoffensivi recidendo ogni loro legame politico e sociale.

Negli anni Trenta, tuttavia, il regime cambiò passo inasprendo le misure repressive. Alla logica del semplice isolamento si affiancò quella dello sfruttamento e della disciplina: la repressione doveva farsi economicamente produttiva. Nell’ambito delle politiche di bonifica integrale, il Ministero dell’Interno cercò una vasta area sulla terraferma nella quale concentrare un numero crescente di confinati e internati. Nel 1938 la scelta cadde su Bosco Salice, una distesa demaniale di oltre duemilacinquecento ettari, in gran parte incolta, nel comune di Pisticci.

Pisticci divenne così una delle prime e più imponenti esperienze di concentrazione dei confinati sulla terraferma. Alla privazione della libertà si aggiunse l’obbligo del lavoro coercitivo: tra il 1939 e il 1943, con il lavoro di confinati e internati, furono bonificati circa millecinquecento ettari, realizzate strade e costruite trentotto case coloniche. Il progetto si inseriva nella politica fascista di trasformazione del Metapontino e la colonia era diventata uno dei primi esperimenti nella quale far coesistere repressione politica e impiego forzato del lavoro dei confinati.

La logica del progetto era svelata dal linguaggio stesso delle autorità: alla bonifica agraria doveva corrispondere la «bonifica umana» degli oppositori, considerati elementi devianti da rieducare attraverso il lavoro coatto.

È questa la vicenda che Marco Dipierro ricostruisce nel libro “Darsi a stabile lavoro. La colonia confinaria di Pisticci” (Edigrafema, 2026). Il libro nasce dopo quattro anni di ricerca tra Matera, Roma e Londra e ricostruisce la genesi della colonia e la sua evoluzione negli anni del fascismo. «La colonia di Pisticci sarebbe diventata il primo esperimento di un progetto che prevedeva una serie di altre colonie lavorative: la loro istituzione rispondeva al preciso disegno del regime, ben descritto dalle parole del capo della Polizia, Bocchini, di “rieducare moralmente e politicamente i confinati, togliendoli dall’ozio che è fonte di incomposti fermenti”, esprimendo la visione mussoliniana del confino come “igiene sociale, profilassi nazionale”», sottolinea Dipierro.

La formula «darsi a stabile lavoro» non era un semplice dettaglio, ma la prima e più stringente prescrizione stampata sulla carta di permanenza consegnata a ogni confinato. Non un’opportunità di riscatto – ovviamente – ma un’ulteriore misura repressiva. A Pisticci il lavoro individuale si trasformò in un ingranaggio collettivo per l’edificazione del territorio.

Nel 1940, intorno alla colonia, fu fondato il Villaggio Marconi, destinato a diventare l’attuale Marconia. Il nuovo centro fu organizzato secondo i criteri della città rurale fascista, con gli edifici pubblici e quelli delle organizzazioni del regime raccolti intorno a quella che oggi si chiama Piazza Elettra, dal nome della figlia di Guglielmo Marconi. Il villaggio era il centro amministrativo della colonia e divenne espressione del controllo fascista su ogni dettaglio della vita degli oppositori al regime.

Nel momento di massima capienza, nel settembre del 1942, la colonia arrivò a ospitare oltre mille presenze contemporanee tra confinati politici, sacerdoti definiti «antinazionali» e dissidenti stranieri. Tra loro figuravano anche futuri protagonisti dell’Italia repubblicana, come il principe Andrea Doria Pamphili (primo sindaco di Roma post-Liberazione) e i futuri deputati Renato Bitossi e Teodoro Bigi.

«Pisticci vanta un altro primato», continua Dipierro, «è l’unico caso in cui da una colonia confinaria, campo di concentramento e poi campo profughi nel ’44-’45, sia scaturita l’edificazione ex novo di una città di fondazione. Oggi i trentotto caselli sono totalmente assorbiti dall’agglomerato urbano o mimetizzati tra i capannoni delle aree rurali di Marconia, che ha recentemente superato Pisticci in numero di abitanti. L’idea di Eugenio Parrini, l’imprenditore di regime che gestì privatamente la bonifica, ha trovato comunque un suo compimento: nel 1938 scriveva che il nuovo villaggio sarebbe diventato la prima città di fondazione fascista del meridione, come Aprilia, Pomezia, Sabaudia, utilizzando la mano d’opera “dispersa e negativa” dei confinati. Dopo la guerra, in quel villaggio, sono confluite e si sono radicate anche le relazioni maturate entro il perimetro della colonia stessa, costituendo la base per lo sviluppo di una nuova generazione che avrebbe saputo trarre insegnamenti preziosi da quell’esperienza e che li avrebbe messi a frutto nella vita politica e sindacale degli anni Sessanta e Settanta. A cento anni dal Testo Unico del 1926, che costituì la base giuridica del confino di polizia fascista, l’auspicio è che si recuperi la consapevolezza dell’importanza e delle caratteristiche di unicità della colonia confinaria di Pisticci e la sua importanza dal punto di vista storico e sociale».

Dopo la caduta del fascismo nel 1943 e la successiva parentesi come campo profughi gestito dagli Alleati tra il 1944 e il 1945, la colonia venne definitivamente smantellata. Marconia è invece sopravvissuta ed è continuata a crescere nel dopoguerra: una città nata sulle ceneri di quello che era stato concepito come un esperimento di lavoro forzato e alienazione politica. Resta così la memoria di una vicenda rimasta a lungo ai margini del racconto storico, testimonianza di come il regime tentò di servirsi della coercizione e della violenza del lavoro coatto per annullare gli oppositori politici. Gli stessi che proprio in quei campi trovarono la forza per gettare le basi dell’Italia democratica.


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 Matteo Fabbri

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