Quando, ieri mattina, ho aperto Twitter o come si chiama ora, e me lo sono trovato pieno d’indignazione per Alexandria Ocasio-Cortez che diceva che la prima fase del woke era stata proprio una mattana, ho pensato subito al più grave dilemma etico ch’io abbia dovuto affrontare nella mia vita adulta, in un periodo in cui la Ocasio andava alle medie e nessuno di noi aveva mai sentito la parola “woke”.
In caso siate tra i felici molti che non sanno di cosa si stia parlando neanche adesso, ricopio – scusate la cafonata, ma faccio prima a citarmi che a rispiegare daccapo – da un libro che pubblicai cinque anni e mezzo fa: «Tutta questa roba qui ha una parola per dirla, e la parola è woke. È stata inserita nei dizionari americani nel 2017 (è certamente una coincidenza che sia accaduto mentre il MeToo era la moda imprescindibile del momento). Woke significa che sei dalla parte dei buoni. Che sei sensibile alle ingiustizie sociali. Che non c’è giusta causa che ti sfugga».
Siamo all’introduzione, e qualche riga più avanti spiego di aver deciso di usare la parola «suscettibili» invece di quella che non comparirà mai più nel libro, «woke». Giacché il risveglio da cui discende nella semantica inglese la parola woke, l’essersi risvegliati ed essere dunque sensibili alle giuste istanze sociali rimaste dormienti mentre non ci occupavamo dei più deboli, quello è già un ricatto. Se stai cercando di demolire un culto, non ne usi il lessico.
Il mio tentativo di demolizione (in lingua woke: decostruzione) della suscettibilità uscì nella primavera 2021, giacché l’anno precedente (la convergenza della pandemia e di Black Lives Matter raccontata da Thomas Chatterton Williams in “L’età del malcontento”, pubblicato da Mondadori) aveva reso così evidente la moda di offendersi per mancanze di rispetto immaginarie e chiedere teste di coloro che osavano non aderire al culto (e spesso ottenerle) che perfino in Italia, dove le mode americane attecchiscono sempre in ritardo, se ne iniziava a parlare.
Erano anni in cui se eri della quota giusta (donna, nero, gay) potevi falsificare il curriculum e copiare le pubblicazioni e fare comunque una scintillante carriera accademica: il caso inglese di questi giorni, quello di Jason Arday che raccontava d’aver corso la maratona con una gamba rotta e nessuno osava avanzare il dubbio che fosse un cazzaro per non sembrare razzista, è così esemplare che nei prossimi giorni ne parliamo più approfonditamente.
Erano anni in cui le verdure potevano essere offensive: una giovane politica in ascesa poteva accendere la telecamera del telefono e spiegare che era molto importante non avere «un approccio coloniale all’ambientalismo» e coltivare a New York non il cavolfiore ma la yucca (un tubero popolare in Sudamerica). E sì, qualcuno magari la irrideva, ma quel qualcuno era certamente fascista, e la carriera della politica certo non ne risentiva giacché le istanze delle popolazioni non bianche erano importanti, e certamente per ogni messicano che sghignazzava dicendo che era cresciuto a tacos col cavolfiore c’era qualche bisognoso di riflettori disposto ad atteggiarsi a vittima perché vessato dal cavolfiore che piace ai bianchi.
Quella politica si chiama Alexandria Ocasio-Cortez, e a ottobre compie trentasette anni. A trenta chiedeva di togliere i fondi dal bilancio della polizia perché i poliziotti erano dei cattivi che volevano nientemeno che arrestare chi delinque, l’altroieri ha annunciato ai suoi follower che si accinge a surgelare gli ovuli.
(Di recente in una pasticceria mi hanno detto che una torta che stavo comprando non poteva essere mangiata prima di due ore perché l’avevano abbattuta a meno diciotto gradi. Ho detto «ah, surgelata», e il cameriere mi ha risposto col tono che amano darsi i camerieri dei posti costosi «noi non usiamo queste parole». I pasticcieri ultimi woke che considerano violente le parole giuste e verranno a eccepire che gli ovuli non si surgelino come sofficini).
A trentasei anni gli ovuli li scongeli per impiantarteli, e già così non funziona (la moda del momento, quella di surgelare gli ovuli per riprodurti quando ti andrà e non quando biologia comanda, ha una percentuale di esiti positivi ridicola). Lei invece si è decisa adesso a prelevarli, e ha pure fatto l’unboxing delle punture di ormoni (se siete tra i felici pochi: l’unboxing è quella roba di aprire i pacchi davanti alla telecamera del telefono, roba rispetto alla quale le statiste sono indistinguibili dalle influencer – non che negli altri ambiti, invece).
Risponde a una domanda sui costi dell’operazione (qualche migliaio di dollari, non coperti dall’assicurazione), e si scusa non d’essere più benestante del suo elettorato ma della più suscettibile delle questioni: «So che sentir parlare di soldi è un’esperienza paralizzante, di un’intensità emotiva insopportabile». Marx è morto, e ci è rimasta AOC per cui l’emotività conta più dell’economia.
Spiega senza mettersi a ridere che non bisogna ascoltare quelli che dicono che dopo una certa età hai meno ovuli, sono maschi che vogliono decidere del nostro corpo di donne. Oppure sono femmine che hanno letto due pagine di biologia in vita loro, chissà. Non fa in tempo a finire su tutti i giornali con questa sceneggiata (a seconda della curva di schieramento del giornale: eroina dei diritti riproduttivi o zitella gattara con delirio d’onnipotenza), che arriva il pezzettino di tv che ieri ha invaso i social.
Accade che oggi ci siano le primarie democratiche per le elezioni a governatore del Wisconsin, e accade che la candidata favorita sia Francesca Hong, una in confronto alla quale la Ocasio è Tina Anselmi. Durante il delirio collettivo del 2020, Hong aveva invitato ad abolire Thanksgiving, la festa del Ringraziamento da lei giudicata colonialista (abolire il Ringraziamento è un’istanza che ha presso gli americani la popolarità che avrebbe per gli italiani abolire Ferragosto); la polizia, cui Ocasio voleva solo togliere soldi, la Hong chiedeva proprio di abolirla.
Naturalmente ha nel frattempo cancellato alcuni tweet e dice che Thanksgiving le piace moltissimo, ma come spesso accade i metodi dei Robespierre si rivoltano contro ai Robespierre stessi, e il trucchetto di impiccare la gente ai propri vecchi penzierini social, inventato dal metodo woke e favorito dalla funzione che cattura lo schermo del telefono surgelando ogni scemenza, è quello per il quale in tutte le interviste tutti vogliono sapere dalla Hong di quella volta che twittò d’aver avuto un attacco di panico perché nel posto in cui mangiava un cheeseburger c’erano troppi bianchi, di quando voleva abolire la polizia, il senato, il Ringraziamento.
La Ocasio va a “This Week”, un programma della Abc, e il conduttore le domanda del fatto che molte primarie le stanno vincendo candidati socialdemocratici (una parola che agli statunitensi evoca più Lenin che Saragat).
Nota che però lei, lei AOC, è molto più moderata di una volta, forse non appoggerebbe la candidatura della lei stessa del 2018, e comunque non si è espressa sulla candidatura della Hong.
E lei ride (Ocasio Cortez ride moltissimo, perché ha capito il presente e sa che qualunque particolarità ti rende memorabile e che si ricordino di te è l’unica cosa che ti garantisce una carriera, e quindi ci tiene a mostrare le enormi gengive – oddio, ora arrivano quelli per cui notare che qualcuno ha gengive gigantesche è body shaming: si mettano in fila assieme agli offesi per i sofficini di ovuli).
Ride e la butta sul fatto che sono solo amministrative: lei si concentra sulle elezioni nazionali, questa è politica locale. Il conduttore insiste e le chiede cosa pensi delle cose su Thanksgiving e l’abolire le prigioni e la polizia che ha detto la Hong e pensano anche molti socialdemocratici.
Ocasio risponde che comunque Francesca Hong ha ritrattato, perché come dice un amico suo «Woke 1 was crazy». C’era questa moda pazzesca, abbiamo detto delle cose assurde, non è divertentissimo? Esilarante: ha portato dritti alla seconda presidenza Trump, ma un po’ come per il Bertinotti di Guzzanti l’importante è non annoiarsi.
Gli indignati di Twitter hanno guardato venti minuti d’intervista? Macché: i dieci secondi postati da Chi Ossé, il consigliere comunale orgogliosissimo titolare della battuta «Woke 1 was crazy». Se i detrattori avessero visto il resto, chissà quanto ulteriore scandalo.
Il conduttore che dice: anche lei per un periodo era per togliere i fondi alla polizia; AOC che risponde: eh ma c’era il Covid. Lo dice più articolatamente, dice che durante la pandemia si è allargata la finestra di Overton (cioè: le cose che uno può dire senza che qualcuno chiami l’ospedale psichiatrico) e lei era disposta a prendere in considerazione qualunque idea pur di migliorare la situazione. «La retorica di quel periodo non è una retorica che useremmo ora».
Quando avevo più o meno trent’anni m’importava solo dei vestiti. Volevo tutto, compravo tutto, ci tenevo tantissimo ad avere e indossare qualunque follia si facessero venire in mente gli stilisti che mi piacevano.
Un’estate Miuccia Prada fece i tacchi a cono. Credo di non essere mai stata così disperata nella mia vita, perché i tacchi a cono proprio non mi piacevano, e ciò rappresentava un dilemma identitario mai visto: potevo perdermi la moda di stagione? Potevo sentirmi esclusa da ciò che piaceva alla gente che piace? Potevo stare ferma un giro, stare qualche mese senza fare acquisti, fino alla sfilata successiva?
Ieri avevo Twitter, o come si chiama ora, pieno di gente indignata con AOC. Perché, diamine, se hai contribuito al woke come minimo devi scusarti, e devi spiegarci quali di quelle idee rinneghi (le modelle grasse nelle pubblicità dei costumi da bagno? Gli sceneggiati ambientati nell’Ottocento inglese con la regina nera? La transizione di genere per i bambini? La depenalizzazione del furto? Le gare sportive tra donne col cazzo e donne senza? Le assunzioni e i voti scolastici decisi in base alla razza e non al merito? Il processo in pubblica piazza per i tweet offensivi?).
Perché, diamine, pensa se Trump ridacchiasse «eh certo che con Maga 1 l’abbiamo fatta grossa, che ridere». Perché, diamine, mica puoi cavartela così.
E allora ho pensato a quell’eroica stagione in cui mi astenni e non comprai le scarpe coi tacchi a cono. Alla fatica di resistere alla moda del momento. Ma anche al fatto che, per i decenni successivi, ho avuto nell’armadio solo scarpe di cui non ero pentita.
Le tracce del woke non sono state cancellate dal suo essere passato di moda e dal fatto che persino le principali vestali di quella religione l’abbiano abbandonata.
Gli americani possono ancora aprire Netflix e trovare “Via col vento” con accanto la sua brava descrizione «film epico noto per il suo razzismo». E infatti AOC parla di «woke 1». Ma chissà se tra dieci anni avremo superato e rimosso anche il 2 e il 3, e quella mattana non sarà così introvabile da venirci il dubbio d’essercela solo immaginata.
Non serve mica bruciare niente, Bradbury la metteva giù troppo dura. I libri non abbiamo più tempo di consultarli: se non c’è su Google o se lo screenshot non è indicizzato, quello scandalo non esiste.
Volevo ricostruire di che anno fossero i tacchi a cono, e non c’era modo di saperlo: o lo sai, o te lo ricordi, o nessuna intelligenza artificiale ti soccorre. Ho dovuto chiedere al più esperto di moda tra i miei amici, e persino lui ci ha messo un po’ prima di ritrovare le immagini della primavera/estate 2001. Tra qualche decennio non ci sarà giornata della memoria che tenga: quelli che se lo ricordavano saranno tutti morti o rincoglioniti, e Alexandria Ocasio Cortez neanche dovrà più dire che erano mattane giovanili: il woke? Una leggenda metropolitana proprio come i tacchi a cono: mica sarete così ingenui da credere siano esistiti davvero.
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