Il post con cui Giorgia Meloni e Mette Frederiksen – «le uniche due donne a capo di un governo nell’Ue… unite dal desiderio di difendere l’Europa» – hanno ieri intonato il loro grido di battaglia per una «politica migratoria rigorosa» è stato certamente un successo della presidente italiana, che ha arruolato l’omologa danese in un’iniziativa, la cui matrice, proprio grazie alla partecipazione della leader socialdemocratica scandinava, cessa ipso facto di essere addebitabile solo alla xenofobia della destra sovranista.
Il coinvolgimento di Frederiksen nella campagna anti-immigrazionista di Meloni non cambia però la natura e la sostanza del gigantesco falso storico e statistico rappresentato dalla cosiddetta invasione straniera, con le correlate mitologie cospiratorie sul progetto di sostituzione etnica della popolazione bianca e cristiana del vecchio continente.
Le responsabili degli esecutivi di Roma e Copenaghen ieri hanno lasciato accortamente sullo sfondo questi fantasmi, senza però sgombrare la scena dalla loro incombenza, ma hanno, come d’uso nella vulgata del razzismo democratico, denunciato la natura sostanzialmente criminale del fenomeno migratorio, dimostrata dall’aumento dei crimini violenti, del traffico di droga e delle violenze sessuali ad opera di cittadini stranieri.
È noto che sull’immigrazione e sulle sue conseguenze le percezioni dell’opinione pubblica sono indipendenti dai numeri degli immigrati soggiornanti nei diversi Paesi, dal loro comportamento e dalla loro inclinazione al crimine. È altrettanto noto che non bastano i dati a smentire percezioni radicate in un pregiudizio iscritto nella memoria evolutiva della specie umana, che qualunque fact-checking tende a polarizzare e quindi a consolidare e di cui è quindi impossibile sfoltire le fronde senza essiccare le radici.
Per questo il ruolo delle classi dirigenti dovrebbe essere di riportare la discussione pubblica su questo, come su altri temi sensibili, alla logica e all’etica della realtà, che implica assunzioni personali e collettive di responsabilità, non l’invenzione e il sacrificio di colpevoli designati e la rimozione delle questioni interdette dall’imperio del senso comune.
L’immigrazione è un classico tema in cui le paure più diffuse sono quelle meno legate ai pericoli concreti. Non è in corso alcuna invasione di clandestini: gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Ue in base ai dati Frontex sono stati nel 2025 circa centottantamila, circa un terzo dei cinquecentodiecimila registrati dieci anni prima, nel 2016. Inoltre non c’è alcuna invasione straniera regolare o regolarizzata. I residenti nei Paesi dell’Ue a ventisette erano circa 445 milioni dieci anni fa, nel 2016, e sono diventati 451 nel 2025. Il numero dei residenti regolari extra Ue è passato da poco meno di venti a poco più di trenta milioni di persone e ha appena compensato il saldo demografico negativo dei cittadini Ue.
Non c’è inoltre alcuna emergenza criminale legata alla popolazione straniera. In Italia i crimini denunciati a carico degli stranieri sono aumentati in misura più o meno identica all’aumento della popolazione straniera residente, in un quadro generale in cui i crimini continuano comunque complessivamente a diminuire e la quota compiuta dagli stranieri, in larghissima parte irregolari, non è aggiuntiva, ma sostitutiva di quella domestica.
In un continente in cui da lungo tempo i morti superano i vivi, il tasso di fertilità è pressoché ovunque inferiore a quello di sostituzione, e gli ultrasessantacinquenni sono oggi più di un residente su cinque (in Italia, uno su quattro) e diventeranno nel 2050 tre su dieci (in Italia uno su tre), l’immigrazione è l’unica risorsa in grado di contrastare l’estinzione demografica ed economico-sociale dell’Ue.
Descriverla come una calamità biblica, quando invece rappresenta una necessità esistenziale, risponde ovviamente al riflesso difensivo che nella popolazione demograficamente declinante suscita la prospettiva di un diffuso e irreversibile meticciato. Ma è un’operazione di lucro elettorale, non di governo politico. È parassitismo della paura, non ricerca di un equilibrio per definizione instabile, visto che i veri problemi dell’immigrazione sono qualitativi e non quantitativi, tra oggettivi problemi di integrazione e piccole e grandi guerre di civiltà, che la sensibilità religiosa può rendere incontrollabilmente esplosive.
Tutto questo dovrebbe portare a un rigore esattamente opposto alla retorica dei ponti levatoi innalzati per respingere l’assedio. Dovrebbe portare a istituire canali funzionanti ed effettivi di immigrazione regolare, la cui assenza apre le porte a un mercato secondario e parallelo di lavoro nero e schiavistico, che diventa impossibile reprimere, non perché sia invisibile, ma perché ad esso si lega anche il funzionamento e la sostenibilità dell’economia legale, del welfare familiare e della spesa delle fasce più deboli.
Dovrebbe portare in Italia a superare quella sceneggiata dei decreti flussi con cui si fa finta di assumere un muratore sconosciuto in Marocco, per regolarizzare, senza ammetterlo, un muratore marocchino già presente da anni in Italia, mentre si bercia contro le regolarizzazioni di Sánchez che hanno legalizzato un numero di persone pari a quelle che l’Italia regolarizzerà con i flussi 2026-2028, circa mezzo milione di persone.
Dovrebbe infine portare a rubricare non alla voce immigrazione, ma guerra ibrida l’apri-chiudi dei rubinetti che Libia, Tunisia, Marocco e altri Paesi manovrano per trattenere o riversare sulle coste europee le torme di disperati, che sono il prezzo del ricatto di una politica estera mercenaria, senza visione e senza dignità e con cui ci si illude di fermare il mercato criminale degli esseri umani nel momento stesso in cui lo si trasforma in una leva economica e geopolitica redditizia quanto il petrolio.
Meloni e Frederiksen vogliono difendere l’Europa continuando a pagare il ricatto migratorio degli Almasri? Vogliono continuare a gridare “Al lupo!”, che non esiste, per nascondere quello vero dietro il paravento di tutti gli opportunismi, le ipocrisie e le maramalderie anti-migratorie in cui ormai tutti i Paesi Ue fanno a gara, gli uni contro gli altri?
È quel che oggi fa anche la Germania chiedendo all’Italia – che ha il poco invidiabile record europeo dei cosiddetti movimenti secondari – di riprendersi una parte di quelle decine di migliaia di stranieri che ogni anno, giunti irregolarmente in Italia, defluiscono verso altri Paesi Ue e qui chiedono la protezione internazionale.
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Carmelo Palma
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