11.01 – martedì 11 agosto 2026
(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’AgenziaOpinione) –
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Ci sono personaggi della storia politica italiana che hanno avuto una singolare sfortuna: quella di essere sopravvissuti a se stessi attraverso un aggettivo. È accaduto a Guglielmo Giannini, che probabilmente oggi molti conoscono soltanto attraverso la parola “qualunquista”, quasi sempre pronunciata con disprezzo e quasi mai accompagnata dalla curiosità di andare a vedere chi fosse davvero l’uomo dal quale quella parola derivò, che cosa avesse scritto, quale Italia avesse interpretato e soprattutto perché, in un momento drammatico e confuso della nostra storia nazionale, milioni di italiani si fossero riconosciuti in lui.
Vale la pena farlo oggi, perché Giannini fu un personaggio molto più complesso della caricatura che ne è rimasta e perché alcune delle domande che pose allora sono ancora, con tutte le enormi differenze storiche del caso, le nostre domande. Per questo il Centro Studi Rinascimento Nazionale ritiene che anche Guglielmo Giannini possa trovare posto nel proprio Pantheon culturale: non come maestro del quale accettare integralmente il pensiero — operazione che non abbiamo fatto con Oriana Fallaci, non facciamo con Gianfranco Miglio e non avrebbe alcun senso fare con nessuno — ma come uno di quegli italiani irregolari che seppero vedere qualcosa che gli altri non vedevano, o non volevano vedere, e che proprio per questo meritano di essere riletti.
Giannini, nato a Pozzuoli nel 1891, non proveniva dalla politica professionale. Era giornalista, scrittore, commediografo, uomo di teatro, e aveva alle spalle un percorso intellettuale tutt’altro che lineare, nel quale si erano intrecciate suggestioni anarchiche, simpatie giovanili per il socialismo e il comunismo, liberalismo, ammirazione per Francesco Saverio Nitti e infine una radicale avversione verso ogni forma di politica che pretendesse di impadronirsi integralmente della vita degli individui. La guerra lo segnò anche personalmente: perse il figlio Mario nel 1942. Quando, il 27 dicembre 1944, nella Roma liberata, uscì il primo numero de L’Uomo Qualunque, l’Italia era un Paese materialmente devastato, moralmente esausto e politicamente attraversato da una violentissima resa dei conti. Il fascismo era crollato, la guerra non era ancora terminata, i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale si preparavano a costruire la nuova Italia e una parte consistente della popolazione, che non aveva alcuna intenzione di rimpiangere il regime ma nemmeno di farsi arruolare nelle nuove ortodossie, si domandava molto più semplicemente quando avrebbe potuto ricominciare a vivere.
Giannini diede una voce a quella gente.
Il simbolo stesso del giornale era di una semplicità quasi brutale: un piccolo uomo schiacciato da un torchio, rappresentazione immediata del cittadino oppresso dalla macchina del potere. Il giornale ebbe una diffusione impressionante e dalla carta nacque rapidamente un movimento politico; nell’agosto del 1945 prese forma il Fronte dell’Uomo Qualunque, il “partito degli antipartito”, come è stato successivamente definito, e alle elezioni per l’Assemblea Costituente del 2 giugno 1946 raccolse il 5,3 per cento dei voti e portò trenta deputati alla Costituente, diventando la quinta forza politica nazionale. Non si trattò dunque di una curiosità folcloristica del dopoguerra, ma di un fenomeno politico vero, ancorché destinato a consumarsi con straordinaria rapidità.
Liquidare tutto questo con la parola “qualunquismo”, nel significato dispregiativo che essa ha assunto successivamente, significa però rinunciare a capire. Dietro le provocazioni, il linguaggio volutamente popolare, talvolta eccessivo, la satira feroce e alcune semplificazioni che oggi possiamo tranquillamente riconoscere come tali, esisteva infatti in Giannini un nucleo politico che merita attenzione: la diffidenza verso lo Stato invasivo, l’ostilità alla partitocrazia, la richiesta di limitare la pressione fiscale, una concezione largamente liberista dell’economia, la difesa dell’iniziativa individuale e soprattutto la convinzione che la politica dovesse smettere di considerare il cittadino una materia da plasmare.
Lo Stato immaginato da Giannini era certamente troppo poco Stato per essere il nostro. Arrivava provocatoriamente a concepirlo quasi come una grande amministrazione condominiale, affidabile a un buon ragioniere più che a un demiurgo politico, perché ciò che temeva era precisamente lo Stato che da amministratore diventa educatore, dallo Stato educatore passa allo Stato etico e dallo Stato etico finisce inevitabilmente per arrivare, secondo lui, allo Stato padrone. Dietro l’iperbole c’è tuttavia una questione che un Centro Studi non può considerare irrilevante: dove termina ciò che è necessario alla comunità e dove comincia quella continua espansione dello Stato che, con la giustificazione di proteggerci, finisce per decidere per noi, tassare per noi, spendere per noi, educarci, correggerci, indirizzarci e qualche volta perfino dirci come dobbiamo pensare?
È una domanda che, ottant’anni dopo, non è affatto archeologia politica.
Naturalmente Giannini commise errori, anche importanti. Il suo movimento raccolse sensibilità molto diverse e talvolta incompatibili; la protesta contro i partiti non riuscì a trasformarsi in una teoria sufficientemente solida dello Stato e in una classe dirigente capace di durare; la stessa rapidità con cui il Fronte crebbe contribuì alla rapidità con cui si disgregò, stretto fra le grandi organizzazioni politiche di massa che stavano costruendo la Repubblica. La parabola fu fulminea: enorme successo nel 1946, crisi già nell’anno successivo, sostanziale esaurimento politico con le elezioni del 1948. Ed è proprio questo fallimento, paradossalmente, a rendere Giannini ancora più interessante per chi oggi voglia costruire qualcosa di nuovo.
Perché la rabbia può aprire una porta, ma non costruisce la casa.
È un tema sul quale il Centro Studi Rinascimento Nazionale sta riflettendo da giorni, affrontandolo da angolazioni apparentemente lontane tra loro. Abbiamo ricordato Oriana Fallaci, e ragionato sull’enorme questione politica che consiste nell’impedire che la rabbia diventi odio; abbiamo ricordato, a venticinque anni dalla morte, Gianfranco Miglio, recuperando la sua critica radicale allo Stato centralistico e la sua convinzione che la crisi italiana fosse anche una crisi dell’architettura istituzionale; oggi aggiungiamo Giannini, che ci costringe a guardare un terzo aspetto dello stesso problema: che cosa accade quando il cittadino non considera più lo Stato qualcosa di proprio e i partiti non più strumenti attraverso i quali partecipare alla vita pubblica, ma corpi separati che vivono di una propria logica e di propri interessi?
Fallaci, Miglio e Giannini sono diversissimi, naturalmente, e sarebbe intellettualmente ridicolo costruire a posteriori una scuola politica alla quale non appartennero. Ma un Pantheon serve precisamente a questo: non a mettere in fila persone che la pensavano tutte allo stesso modo, bensì a recuperare domande, intuizioni, provocazioni, pezzi differenti di una possibile visione. Da Fallaci prendiamo la difesa orgogliosa di una civiltà che deve ritrovare il coraggio di nominare se stessa e, insieme, l’ammonimento a governare la rabbia prima che essa degeneri; da Miglio prendiamo l’idea che non sia sufficiente cambiare gli uomini al vertice dello Stato se non si cambia la struttura dello Stato stesso, distribuendo potere, responsabilità e risorse e restituendo libertà ai territori; da Giannini prendiamo invece la più elementare, e forse per questo più dimenticata, delle domande: tutto questo apparato politico, amministrativo, burocratico e fiscale esiste ancora per l’uomo oppure l’uomo ha finito per esistere per mantenerlo?
È difficile non vedere, arrivati a questo punto, il collegamento con un’altra vicenda sulla quale Rinascimento Nazionale ha scelto deliberatamente di provocare una discussione in questi giorni: l’invito rivolto nei giorni scorsi a Beppe Grillo.
Anche qui occorre evitare le banalizzazioni. Dire che Giannini fu il Grillo del 1946 sarebbe una sciocchezza, così come sarebbe una sciocchezza sostenere che il Movimento 5 Stelle sia stato una riedizione dell’Uomo Qualunque. Sono fenomeni nati in Italie diverse, con culture politiche differenti e approdati a risultati differenti. Eppure il confronto tra le due esperienze esiste anche nella ricerca storica e politologica, perché entrambe hanno intercettato, in forme diverse, una crisi della rappresentanza e una rivolta contro la politica professionale.
È precisamente questo il senso politico dell’invito a Grillo, e sarebbe curioso che qualcuno vi leggesse la ricerca di un’improbabile conversione del fondatore del Movimento 5 Stelle alla destra. Non interessa convertire Grillo e non interessa reclutare figurine. Interessa capire se esista, nell’Italia del 2026, un vastissimo spazio politico e sociale popolato da persone che non si riconoscono più nelle vecchie appartenenze e che magari votarono il Movimento 5 Stelle delle origini non perché fossero di sinistra, così come altre hanno votato a destra senza riconoscersi nella tradizione della destra novecentesca, ma perché chiedevano una rottura con un sistema che consideravano autoreferenziale, burocratico, costoso e incapace di rappresentarle.
Se quello spazio esiste, sarebbe politicamente miope lasciarlo senza interlocuzione soltanto perché le vecchie categorie ci ordinano chi possiamo invitare a parlare e chi no.
Qui Giannini torna ad essere straordinariamente contemporaneo. Il suo “uomo qualunque” non era necessariamente di destra o di sinistra: era innanzitutto qualcuno che non voleva più essere catalogato dalle organizzazioni che pretendevano di rappresentarlo. E la grande questione politica del nostro tempo potrebbe essere proprio questa: quanti italiani sono rimasti fuori dalle caselle dentro le quali continuiamo ostinatamente a contarli?
Futuro Nazionale ha davanti a sé, da questo punto di vista, una possibilità e contemporaneamente un pericolo. La possibilità consiste nel diventare uno dei luoghi nei quali possono incontrarsi sensibilità che provengono da storie differenti ma condividono alcune domande fondamentali sulla libertà, sulla sovranità, sull’identità, sulla sicurezza, sul rapporto fra cittadino e Stato, sulla necessità di spezzare l’autoreferenzialità delle classi dirigenti. Il pericolo sarebbe invece pensare che sia sufficiente raccogliere il malcontento.
Giannini dimostra che non lo è.
Il Fronte dell’Uomo Qualunque riuscì magnificamente a rappresentare un disagio, molto meno a trasformarlo in una costruzione politica destinata a durare. Ed è precisamente qui che, ottant’anni dopo, Rinascimento Nazionale deve provare a fare un passo ulteriore: non spegnere la protesta, non edulcorarla e soprattutto non insultarla, ma darle cultura politica, elaborazione, una visione dello Stato, una politica economica, una collocazione internazionale, una concezione della nazione, istituzioni diverse e una classe dirigente.
In questo senso il rapporto fra un Centro Studi politico e Futuro Nazionale assume un significato molto concreto. Se esiste una rabbia, bisogna comprenderne le ragioni; se esiste una protesta, bisogna individuare ciò che contiene di vero; se esiste una domanda di rottura, bisogna avere il coraggio di rompere davvero ciò che non funziona. Ma poi bisogna costruire.
Ed è qui che Giannini può incontrare Miglio. La protesta dell’Uomo Qualunque contro uno Stato lontano e oppressivo trova nella riflessione federalista di Miglio una possibile risposta istituzionale che Giannini non riuscì a formulare compiutamente: meno centralismo, responsabilità più vicine ai cittadini, territori capaci di decidere e di rispondere delle proprie decisioni, riduzione di quella distanza fra governante e governato nella quale prosperano insieme burocrazia e irresponsabilità.
Ed è qui che incontra anche Fallaci. Perché la rabbia dell’uomo comune, quando viene sistematicamente ignorata, derisa o moralmente squalificata dalle élite, non evapora. Si accumula. Può diventare protesta democratica e produrre cambiamento, oppure può degenerare. Il compito della politica non è spiegare al cittadino che la sua rabbia è sociologicamente sconveniente; è comprendere da dove nasce, distinguere ciò che contiene di giusto da ciò che contiene di sbagliato e darle una direzione politica prima che qualcun altro le dia una direzione peggiore.
Forse allora possiamo cominciare a intravedere il filo che tiene insieme questo Pantheon che Rinascimento Nazionale sta costruendo e che volutamente non coincide con il vecchio album di famiglia di una destra italiana.
Non cerchiamo antenati da imbalsamare e non ci interessano le genealogie obbligatorie.
Cerchiamo italiani liberi, irregolari, qualche volta contraddittori, capaci di vedere prima degli altri una crepa destinata ad allargarsi.
Oriana Fallaci vide una crisi dell’Occidente quando ancora molti preferivano non guardarla. Gianfranco Miglio vide l’esaurimento dello Stato centralistico quando il federalismo veniva trattato quasi come un’eccentricità accademica. Guglielmo Giannini vide, all’alba della Repubblica, qualcosa che avrebbe accompagnato tutta la storia repubblicana: la possibilità che i partiti, nati per rappresentare la società, finissero per rappresentare innanzitutto se stessi.
E prima di loro, o accanto a loro, altri ancora.
Cattaneo, Einaudi, Pannunzio.
Non una dottrina unica, ma una costellazione.
Risorgimento, libertà economica, federalismo, Occidente, identità, insofferenza verso il conformismo, diffidenza verso lo Stato onnipotente, centralità dell’individuo, responsabilità della nazione.
Guglielmo Giannini appartiene a questa costellazione soprattutto per una ragione: ebbe il coraggio, in un momento nel quale tutti parlavano in nome del popolo, di domandarsi che cosa ne pensasse quello che non aveva una tessera in tasca.
Quell’uomo non è scomparso.
Ha cambiato lavoro, linguaggio, giornale, televisione, social network, voto e perfino il modo di arrabbiarsi. Qualche volta ha votato Berlusconi, qualche volta Grillo, qualche volta Salvini, qualche volta Meloni; altre volte è rimasto a casa. Sarebbe un errore pensare che appartenga definitivamente a qualcuno.
Non appartiene a nessuno.
Ed è proprio per questo che la politica dovrebbe tornare a parlargli.
L’invito a Beppe Grillo, la riflessione su Fallaci, il ritorno a Miglio e oggi il recupero di Guglielmo Giannini appartengono, in fondo, alla stessa ricerca: capire quali energie, idee e domande siano rimaste fuori da un sistema politico che continua troppo spesso a discutere dei propri equilibri mentre una parte crescente dell’Italia discute se valga ancora la pena ascoltarlo.
Rinascimento Nazionale vuole partire da lì.
Non dal qualunquismo, dunque, ma dall’Uomo Qualunque.
Che è una cosa completamente diversa.
Perché dietro quella definizione apparentemente modesta c’è una parola che viene prima dello Stato, dei partiti, delle burocrazie e persino delle ideologie.
L’uomo.
Ed è esattamente da lì che un Rinascimento dovrebbe ricominciare.
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