Il tempo delle smentite sta scadendo. «Non vi sbarazzerete di me prima del 2027», ha scandito Christine Lagarde lo scorso 23 luglio per placare i mercati. Una dichiarazione, secondo un numero crescente di analisti e investitori, solo di facciata. E che potrebbe essere fugata dai fatti entro la fine di ottobre. Uno stratagemma, come ricordato da Carsten Brzeski di Ing, che in realtà celerebbe una strategia definita sull’asse franco-tedesco. Le voci di un suo addio anticipato alla guida della Banca centrale europea (Bce), circolate con insistenza a febbraio e confermate in modo implicito a luglio dalle aperture della stessa presidente parlando con Les Échos, disegnano un’uscita di scena calcolata. Lasciare l’Eurotower nell’autunno del 2026 permetterebbe a Emmanuel Macron di blindare la successione prima che l’onda d’urto dell’estrema destra francese travolga la corsa per l’Eliseo.
Le indiscrezioni invernali ed estive convergono su un punto inequivocabile, ovvero la necessità di sottrarre la politica monetaria alle turbolenze del voto transalpino. Molti osservatori, fra cui John Orchard di Omfif (Official monetary and financial institutions forum), si aspettano indicazioni sul futuro di Lagarde dopo la pausa estiva, con i riflettori puntati sulla riunione del consiglio direttivo prevista per il 10 settembre. Possibile che arrivino. L’incontro si terrà nella sede della Bundesbank a Francoforte, una cornice dal forte valore simbolico per iniziare a delineare la transizione in uno scenario di fitta incertezza. Rinnovare i vertici europei con largo anticipo ricalcherebbe il modello adottato alla Banca di Francia, dove François Villeroy de Galhau ha rassegnato le dimissioni per favorire la nomina del banchiere ex Mediobanca Emmanuel Moulin. Una mossa che ha posizionato l’istituto nazionale transalpino al riparo dalle incognite politiche del prossimo anno. Uno schema che Parigi, come spiegato da più fonti diplomatiche, intende replicare su scala continentale. “Non è detto che funzioni, ma potrebbe essere una sorta di rete di protezione”, rimarca una fonte, che concorda sul fatto che è difficile – se non del tutto irrituale – che Lagarde possa intervenire in modo attivo nel dibattito elettorale francese. Del resto, come raccolto da questo giornale, l’eventuale ruolo di Lagarde sarebbe solo di “consulenza macroeconomica” per “tutti i candidati che chiederanno gli scenari per l’eurozona”.
E in tal senso, fanno notare i consiglieri diplomatici, il tempismo risulta cruciale per gli equilibri del comitato esecutivo, considerato che i mandati di Philip Lane e Isabel Schnabel scadranno tra il maggio e il dicembre del 2027. Una permanenza di Lagarde oltre la prossima primavera renderebbe impossibile per l’esecutivo francese nominare un proprio candidato nel board economico, violando la prassi che vieta la presenza di due connazionali nel medesimo organo. La prospettiva di un governo guidato dal Rassemblement National, propenso a usare la leva monetaria per arginare il mastodontico debito pubblico di Parigi, toglie il sonno ai governi europei e accelera i preparativi per il passaggio di consegne.
I potenziali successori non si nascondono dietro tatticismi e hanno già avviato una vera e propria campagna elettorale. Klaas Knot e Pablo Hernández de Cos non rappresentano opzioni ipotetiche, bensì candidati in movimento per tessere alleanze nelle capitali del Continente. L’olandese Knot vanta un profilo istituzionale di altissimo livello, costruito in quattordici anni alla guida della De Nederlandsche Bank e arricchito da esperienze al Fondo Monetario Internazionale e al ministero delle Finanze dell’Aja. La sua figura garantirebbe una mediazione solida con la Germania sull’utilizzo del Transmission Protection Instrument, lo scudo ideato per sedare le turbolenze dei mercati sovrani e minacciato dai ricorsi della Corte costituzionale tedesca per presunte violazioni dei trattati. Un intervento a sostegno della Francia, zavorrata da un deficit al 5,1% e un debito al 118% del Prodotto interno lordo, richiederebbe condizionalità rigorose che Knot saprebbe imporre con credibilità. Knot sarebbe l’uomo forte, supportato anche dall’Eliseo, come dimostrano i numerosi contatti che Parigi starebbe cercando con Roma, a cominciare dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, per continuare con il titolare del Tesoro Giancarlo Giorgetti e con il governatore della Banca d’Italia Panetta.
Non da meno è lo spagnolo Hernández de Cos, già al Banco de España e passato a luglio alla direzione generale della Banca dei Regolamenti Internazionali. De Cos gode di un supporto trasversale per la sua caratura tecnica, a iniziare dal predecessore di Lagarde, ovvero Mario Draghi. Pioniere dell’Unione del Risparmio e degli Investimenti, lo spagnolo preme per forme di debito comune e per l’assicurazione europea sui depositi. Si tratta di posizioni gradite ai mercati ma osteggiate dalla Germania, dove la pressione della destra radicale frena ogni slancio verso l’integrazione fiscale come invece richiesto a gran voce da Bruxelles e dai fautori di una maggiore unione europea.
Entrambi i contendenti scontano un unico svantaggio, rappresentato dall’assenza dal consiglio direttivo di Francoforte da oltre un anno. Ma la novità più interessante, al netto di ulteriori sviluppi, è che in questo risiko diplomatico si inserisce con maggiore attenzione la carta tedesca incarnata da Joachim Nagel. Certo, il presidente della Bundesbank si scontra con un ostacolo in apparenza insormontabile legato alla nazionalità, data la presenza di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione europea. Assegnare le due massime istituzioni comunitarie a figure provenienti dallo stesso Paese rappresenta un tabù per le regole non scritte dell’Unione. Su questo fronte, come evidenziano fonti vicine al dossier, il governo di Berlino si trova costretto a decidere se bruciare capitale politico per forzare la mano o rassegnarsi a restare senza incarichi di vertice dopo il 2029.
La decisione
La Bce frena sui tassi: è pausa per luglio. Il Medio Oriente detta però il rialzo di settembre
Qualcosa però potrebbe cambiare. Secondo fonti bene informate, Nagel godrebbe del singolare appoggio della Francia, interessata a un profilo in grado di arginare le resistenze teutoniche qualora la Banca centrale europea dovesse intervenire per stabilizzare i mercati obbligazionari in presenza di un esecutivo populista all’Eliseo. Il governatore tedesco, che gode di un rapporto schietto e di rispetto con il numero uno della Banca d’Italia Panetta, garantirebbe continuità operativa, sedendo nel consiglio direttivo senza interruzioni dal gennaio del 2022. Una sua affermazione sancirebbe, secondo alcuni osservatori, la fine del predominio delle cosiddette colombe, pur offrendo un approccio distante dalla rigidità estrema dei suoi predecessori alla Bundesbank, capaci in passato di isolare la Germania nelle dinamiche di Francoforte.
Il cambio di guardia si consumerà in un orizzonte macroeconomico e geopolitico incandescente. La recrudescenza delle ostilità nel conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, unita alle tensioni sui prezzi del petrolio, giustifica la prudenza di Lagarde nell’evitare strappi prematuri che destabilizzerebbero i mercati. L’Eurotower deve navigare in acque agitate, preparandosi a fronteggiare una Federal Reserve a trazione aggressiva sotto la guida di Kevin Warsh, che dovrà sopportare le istanze protezionistiche di Donald Trump in vista delle elezioni di Midterm.
Il piano su cui si gioca il futuro della Bce non è solo di politica monetaria. È geopolitico, in primis. Come fa notare un alto funzionario diplomatico europeo, in gioco c’è anche il futuro tecnologico della moneta unica, con l’introduzione dell’euro digitale fissata per il 2029. Il progetto Pontes per la valuta all’ingrosso raccoglie ampi consensi e promette di far compiere all’Europa un salto in avanti decisivo, capace di superare gli Stati Uniti nella tokenizzazione dei mercati. Il programma al dettaglio affronta resistenze marcate da parte delle lobby bancarie, intrecciandosi con i delicati equilibri di sovranità sull’asse transatlantico. “Ma stiamo andando avanti spediti”, spiegano fonti vicine al fascicolo.
Dopo le frizioni con Washington, culminate lo scorso anno con la minaccia di annessione della Groenlandia e l’imposizione degli accordi tariffari di Turnberry, a svantaggio dell’Ue, i vertici di Francoforte cercano autonomia nei pagamenti rispetto ai giganti statunitensi e asiatici. Knot e Hernández de Cos appoggiano l’iniziativa, pur rimarcando la necessità di sciogliere i nodi sui costi per i commercianti e sugli ultimi dettagli. La stabilità del Vecchio Continente passa per una successione strutturata, capace di trasformare le speculazioni in un assetto di comando a prova di crisi. Come quella di queste settimane dopo il mancato coordinamento fra la Federal Reserve e le altre banche centrali mondiali, Bce inclusa, nell’intervento sullo yen giapponese. Il problema, per Francoforte e per i governi dell’eurozona, è capire in che modo gestire la transizione per proiettare l’euro, e il suo ruolo internazionale, nella fase della maturità globale.
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Fabrizio Goria
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