Questo è un articolo del numero de Linkiesta Etc dedicato al tema della tecnologia delle emozioni, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

«La Cina negli ultimi trent’anni ha sorpreso tutti per la sua capacità di raggiungere traguardi nell’ambito della formazione del capitale umano e della capacità di organizzazione industriale su scala globale», spiega Alessandro Aresu. «Il titolo del libro, però, è una citazione di un saggio di Mike Froman, presidente del think tank americano Council on Foreign Relations, ed ex rappresentante commerciale degli Stati Uniti. L’ho ripreso perché ho voluto mostrare quanto sia oscillante la posizione degli Stati Uniti sulla Cina, passando da chi ritiene sia destinata a crollare per le sue vulnerabilità economiche o politiche e chi ritiene che il modello cinese sia più forte degli Stati Uniti dal punto di vista industriale». Proprio perché è una citazione, il titolo invita a confrontarsi con queste visioni estreme per spingere a interrogarsi meglio sulla questione. La Cina ha senz’altro vinto la sfida per i due aspetti citati, infatti. Tuttavia, per fare un esempio, non ha risolto la crisi del suo mercato immobiliare. O, più significativamente, vede i ricercatori formati nelle ormai ottime università cinesi recarsi negli Stati Uniti per costituire la base di funzionamento delle aziende tecnologiche americane. «Riuscire a mantenere il suo incomparabile bacino di talenti all’interno dei propri confini è oggi un obiettivo essenziale», spiega Aresu. 

I numeri, infatti, contano. Nelle università statunitensi gli studenti stranieri sono circa il 6%. Secondo il rapporto Open Doors 2025 dell’Institute of International Education, però, la maggior parte di loro è concentrata nelle discipline Stem: per la precisione, oltre il 57% degli studenti internazionali studia scienza, tecnologia, ingegneria o matematica. E, tra questi, spiccano in modo particolare gli studenti variamente d’origine cinese: gli studenti della Cina continentale sono circa 266 000, per il 70% iscritto a corsi Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics), pari a quasi 190.000 persone. Mentre gli studenti provenienti da Taiwan sono circa 25.000, di cui due terzi nelle Stem. Complessivamente, quindi, oltre 200.000 studenti Stem internazionali negli Usa provengono dalla Cina continentale e Taiwan: circa il 30% del totale degli studenti stranieri Stem. La loro presenza, di conseguenza, s’estende all’economia: secondo studi della National Science Foundation e della National Foundation for American Policy, ricercatori e imprenditori d’origine cinese – inclusi cittadini statunitensi figli di immigrati – sono fortemente presenti nei dottorati scientifici, nei laboratori universitari e nelle imprese tecnologiche, contribuendo in maniera decisiva alla fondazione o alla leadership di numerose aziende tecnologiche e del settore dell’intelligenza artificiale.

Uno dei luoghi comuni da sfatare, quindi, è quello secondo cui gli Stati Uniti inventerebbero mentre la Cina copierebbe.  Aresu suggerisce una lettura differente: «Gli Stati Uniti attraggono, la Cina scala e l’Europa rallenta. I primi sono ancora il principale attrattore di capitali e di persone del nostro Pianeta. Ricercatori e aspiranti imprenditori di altre parti del mondo vogliono andare, come dall’inizio di questo secolo, in modo crescente verso gli Stati Uniti. Non diversamente i capitali, inclusi quelli europei, perché è lì che si trovano i mercati finanziari più grandi del mondo. Per quanto riguarda la Cina, nell’elettronica, negli ultimi 15 anni, cioè dalla rivoluzione dello smartphone, è diventata il paese dove è possibile applicare le potenzialità della tecnologia su una scala gigantesca di centinaia di milioni di persone. L’Europa a partire dagli anni 90 è invece in arretramento, perché durante tutti i supercicli del digitale le aziende europee hanno perso posizioni, salvo qualche in qualche nicchia. Per quanto riguarda il Sud globale, è un’espressione che racchiude al suo interno Paesi in differenti stadi di sviluppo. 

Molti si trovano in un ruolo purtroppo subordinato rispetto, per esempio, all’attività di estrazione e lavorazione delle materie prime. Altri hanno ben altra capacità di protagonismo». Al primo posto l’India, popolosa non meno della Cina e ancora più presente di quest’ultima nelle università americane, con i suoi oltre 360 000 studenti. Ma Vietnam e Malesia, sono altri casi da citare. La demografia conta e mette in questione l’identità stessa degli Stati Uniti. Si potrebbe ricordare, al riguardo, la celebre battuta di Mao Zedong a Kissinger, nel 1973, quando propose al Segretario di Stato americano – con una sensibilità decisamente d’altri tempi – di donargli dieci milioni di donne cinesi. Anche le donne in Cina hanno fatto molta strada, in effetti: tra i manager nati negli anni 90, per esempio, nelle società quotate sono il 42%. Ma se dono c’è stato, è stato avvelenato, perché pone agli Stati Uniti davanti a un bivio: «Essere o non essere più il magnete globale di talenti, ricercatori e imprenditori più talentuosi e intraprendenti del Pianeta?».  

Se un tempo lo sbocco professionale ed esistenziale per questo esercito di ingegneri, fisici, matematici erano le aziende americane, oggi l’ostilità da parte di una parte non piccola degli americani nei confronti della loro presenza diffusa può spingerli a cercare opportunità altrove, che ora non mancano. D’altronde, la way of life americana, per molti versi in crisi, non è certo sufficiente a trattenerli. Come la sfida asiatica possa essere vinta senza di loro, però, è un’incognita. Secondo i dati di MacroPolo, basati sull’analisi degli autori di articoli presentati a conferenze prestigiose come NeurIps, già nel 2022 quasi il 40% dei migliori talenti nel campo dell’intelligenza artificiale proveniva da università cinesi, contro il 37% di provenienza americana. Sorpasso. La posta in gioco si è vista recentemente, quando hanno fatto il giro del mondo le immagini dello Spring Festival Gala 2026 trasmesso dalla TV di Stato cinese, alla vigilia del Capodanno lunare, divenuto una vetrina globale dei progressi tecnologici del Paese. Lo spettacolo, seguito in diretta da centinaia di milioni di spettatori e con miliardi di visualizzazioni online, ha mostrato umanoidi capaci di praticare arti marziali, boxe e acrobazie, trasformando uno show televisivo popolare in una potente dimostrazione d’innovazione tecnologica nazionale su scala planetaria. 

C’è chi dice che questo accada in virtù degli illimitati finanziamenti statali cinesi, in spregio alle leggi della concorrenza, altri che è effetto della capacità della Cina di “copiare e incollare”. Ma, come ha commentato l’ingegnere sino-americano Rui Xu, Coo di una start-up di robotica finanziata da Y Combinator e veterano di Big Tech come Intel, Lenovo, Xiaomi, Amazon e ByteDance, nell’innovazione vince la logistica: «Aspettiamoci anche in futuro video virali di robot dall’altra parte del Pacifico. Non perché la Cina decifri o rubi un qualche codice. Ma perché è stata capace di rendere molto economico e veloce rompere le cose e riprovare. In ingegneria, questo è buona parte del gioco». Per recuperare terreno, insomma, gli Stati Uniti dovrebbero fare in modo che un laboratorio a San Francisco, Pittsburgh, Boston ottenga un pezzo di ricambio in due giorni, non in due settimane.   Oltre le transumanze intellettuali, quindi, il problema americano riguarda anche il modo in cui la Cina è riuscita a fare funzionare la filiera all’interno e all’esterno dei confini nazionali.

Si potrebbe pensare all’avvento di una sorta di protezionismo intellettuale da parte di tutti i competitori in gioco. Gli Stati Uniti, a partire dalla Seconda guerra mondiale, hanno beneficiato di moltissime competenze tecno-scientifiche straniere d’eccellenza. Anzitutto provenienti dall’Europa, dalla Germania primariamente. La fuga da antisemitismo, fascismo, nazismo, permise loro di accogliere scienziati e intellettuali di primissimo piano. Anche il successivo crollo dell’Unione Sovietica contribuì, quando scienziati, ingegneri, tecnici provenienti dall’area dell’ex Patto di Varsavia si trasferirono negli Stati Uniti, i quali, per parte loro, durante la Guerra fredda avevano posto le tecnoscienze al centro del loro progetto politico globale. 

«Questa strategia non è un orpello rispetto alle dinamiche della politica internazionale. Quindi, nel momento in cui gli Stati Uniti riducessero i loro finanziamenti sulla ricerca di base, oppure rendessero più difficile per i talenti globali di entrare nel loro territorio, il loro declino risulterebbe inevitabile, perché la popolazione statunitense da sola non sarebbe in grado di alimentare quella che oggi è la capacità tecnologica del Paese. In sostanza non è possibile che gli Stati Uniti, chiudendosi rispetto al resto del mondo, possano continuare a mantenere il loro primato. La popolazione che alcuni considerano più tradizionale, o “bianca”, per usare la logica di figure come J.D. Vance, cioè figlia delle migrazioni del XIX secolo e precedenti, non sarebbe affatto in grado di occupare i posti di professore nei dipartimenti di ingegneria o di lavorare nelle fabbriche dei semiconduttori nella scala richiesta».

L’unica alternativa al dumping intellettuale dell’ultimo secolo potrebbe essere la colonizzazione intellettuale – in parte già in corso – che sfrutta eccellenze e competenze trovate direttamente in altri Paesi, facendo investimenti in accordo con i loro governi. Una strategia che si scontra con le ambizioni locali, in particolare nel quadrante Asia-Pacifico: «La Malesia, per esempio, per l’elettronica statunitense, è sempre stato un Paese importante per l’assemblaggio, più in basso nella catena del valore, per Intel e altre aziende. Però i malesi vogliono avere un loro ruolo più autonomo. Ancora di più lo vogliono i vietnamiti per tacere degli indiani. Ogni Paese che poi si trova dentro questo gioco, sviluppa una volontà di possedere una filiera interna, anche per mantenere nei propri confini ricercatori e imprenditori».

In ultima istanza, agli Stati Uniti resta soltanto un vantaggio competitivo del tutto ancora insuperato: la capacità di finanziamento privato dell’innovazione, quattro volte superiore a quello pubblico, tramite venture capital, private equity, crowdfunding e così via. Un enorme punto di forza rispetto alla Cina, dove accade esattamente l’opposto. Anche in questo caso, però, esiste un rovescio della medaglia: «Il fatto che, per così dire, le nuove idee vengano inondate di soldi, significa che nel sistema circola una marea di denaro, in particolare titoli tecnologici per nuovi progetti tecnologici». Questa marea di denaro può generare errori di sopravvalutazione, bolle e conseguente potenziale instabilità: «Nel 2022, quando iniziai a scrivere Geopolitica dell’intelligenza artificiale, Nvidia era un produttore di schede di accelerazione grafica particolarmente famoso tra gli appassionati di videogame, che valeva circa 300 miliardi di dollari in borsa. Negli Anni 90  le sue prime schede erano state realizzate insieme a una società italo-francese allora importantissima: STMicroelectronics. Con l’esplosione dell’AI e della domanda di superchip per data center, ha superato i 1 000 miliardi nel 2023, crescendo a 3 000 miliardi nel 2024 e raggiungendo nel luglio 2025 circa 4 000 miliardi di capitalizzazione: la prima a farlo. Nel 2026, salvo qualche contraccolpo, resta tra le società più capitalizzate al mondo».

Un recente studio del Mit, tuttavia, sostiene che oltre il 90% degli impieghi della AI, nelle aziende non ha avuto esito positivo. L’intelligenza artificiale, però, è un campo scientifico che esiste dal 1955, sulla base di un percorso che fino a oggi non era mai giunto a una dimensione commerciale. Ora, invece, sono arrivati i prodotti: «La ragione per cui Google o Meta, per esempio, fanno enormi investimenti è perché YouTube e Instagram hanno bisogno dell’intelligenza artificiale per generare ulteriori profitti. È lo scopo per il quale realizzano data center incentrati sull’AI rispetto ai data center tradizionali. Ed è falso che non generino profitti: migliorano il loro core business, ossia la comprensione delle nostre preferenze quando utilizziamo i loro software». Alcune società di AI, poi, in un modo o nell’altro di proprietà delle stesse aziende tecnologiche, hanno dimostrato che ci sono mercati già promettenti con cui ricavano sicuramente profitti: «Nel 2025 chi ha mostrato meglio tutto questo è Anthropic, la società di ricerca sull’intelligenza artificiale fondata nel 2021 a San Francisco da Dario Amodei, Daniela Amodei e altri ex ricercatori di OpenAI». 

Nata con l’obiettivo di sviluppare sistemi di AI avanzati ma più sicuri e controllabili, ha ricevuto investimenti miliardari da grandi aziende tecnologiche come Amazon e Google. E ChatGpt è diventato uno dei siti Internet più frequentati nel mondo. «Questi sono fatti, che non possiamo dire che non esistono perché sentiamo magari parlare troppo di AI». Certo: potrebbe accadere che a questi fatti positivi se ne aggiungano di negativi. Nell’ambito della consulenza, per esempio. Società come McKinsey, Monster Consulting, Accenture ci stanno investendo. Ma serve tempo per vedere risultati. Questo vale anche per altre applicazioni, dalle biotecnologie alla farmaceutica fino alla robotica: «Esiste un ciclo enorme d’investimenti, soprattutto statunitense, che riguarda gli operatori del cloud – gli hyperscaler –, che già nel 2021 investivano centinaia di miliardi in data center per AI. Devono ora giustificare il loro investimento. Ecco perchè questa fase è incerta».

Abbiamo iniziato questa conversazione citando Napoleone. La contesa geopolitica, come abbiamo visto, affonda le sue radici nella competizione per il primato nelle tecnoscienze. Ma alle spalle di queste ultime si trova la filosofia. I campioni dell’intelligenza artificiale, alle cui biografie Geopolitica dell’intelligenza artificiale e La Cina ha vinto dedicano molte pagine, ricordano gli individui cosmico-storici di cui parla Georg Wilhelm Friedrich Hegel nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia, personalità che intercettano e contribuiscono a portare a compimento tendenze profonde, anche se pare strano accostare Cesare o Napoleone a capitani d’industria che ricordano piuttosto Tony Stark, lo scienziato-inventore-supereroe che salva il mondo una volta alla settimana della saga degli Avangers

«Alcuni di loro sono in effetti prismi attraversi i quali si possono comprendere tendenze storiche in corso. Pensiamo a Jensen Huang, il fondatore di Nvidia. È nato a Taiwan nel 1963, quindi ha vissuto molte ere della tecnologia, ha studiato negli Stati Uniti, si è laureato in ingegneria elettronica, ha lavorato da dipendente in molte aziende, poi ha creato la sua… In seguito la sua biografia s’è intrecciata con il mutamento dei rapporti tra Stati Uniti e Cina, che da imprenditore lo trasformano in una figura sostanzialmente politica, perché la nostra epoca è costituita forse più che in passato da cose materiali, prodotti, tecnologie.  Quindi ci sono protagonisti del mondo dell’industria che magari non conosce nessuno, ma che potrebbero essere definiti individui cosmico-storici. Per esempio C. C. Wei, il successore di Morris Chang alla guida di Tsmc, o Terry Gou, fondatore di Foxconn». Le computer sciences, in effetti, derivano dall’incontro tra la riflessione filosofica sulla formalizzazione logico-matematica della scienza e lo studio scientifico dei processi cognitivi, che trasformò un problema epistemologico sui fondamenti del sapere in modelli formali e macchine capaci di eseguire procedure simboliche. 

Oggi parliamo ormai abitualmente di “intelligenza artificiale”. Ma in Geopolitica dell’intelligenza artificiale si citano le preoccupazioni di alcuni pionieri di questa rivoluzione, come il fisico Richard Feynman o il matematico John von Neumann. Che cosa di realmente “intelligente” e che cosa di “artificiale” c’è nella AI? «Nel pensiero moderno, i riferimenti più remoti sono La nuova Atlantide del filosofo britannico Francis Bacon, che nel XVII secolo prefigura la scienza moderna come un’arte imitativa della natura. E il filosofo Gottfried Wilhelm Leibniz, che nello stesso secolo prefigura un’arte capace di convertire i concetti in calcoli. Molti leader aziendali di cui abbiamo parlato, in effetti, non sono semplici imprenditori. Demis Hassabis, co-fondatore e Ceo di DeepMind, l’azienda di AI acquisita da Google, è anche un neuroscienziato, convinto che ogni cosa sia computabile. E se ritieni che qualunque cosa sia riducibile a sequenze di 0 e 1, anche la vita lo è e può essere riprodotta.   E questo, nel suo modo di vedere, non andrebbe dimostrato, ma semplicemente realizzato». “Ciò che non riesco a creare, non lo capisco”, per citare proprio Feynman. «Alla fine, quindi, essenzialmente realizzi un prodotto, un’applicazione, un servizio. Di cui soltanto in seguito ti chiedi che cosa sia». 

L’esito è paradossale, perché il prodotto, essenzialmente testuale, non è che l’imitazione di una pratica umana in parte sconosciuta. Ma una volta che la si sia prodotta su scala industriale, ha effetti rilevanti nel mondo. Questo paradosso è stato enfatizzato dall’affermarsi dell’espressione “intelligenza artificiale”, una formula di marketing inventata nel 1955 da un professore, John McCarthy, un informatico, esplicitamente per ottenere fondi per una conferenza. Ma bisognerebbe ricordarsi, come era chiaro a pionieri delle computer sciences come Alan Turing, che “sembrare intelligenti” non vuole dire esserlo, qualunque cosa s’intenda con questa espressione. Sta a noi definire questi prodotti. E decidere quali aspetti della nostra vita delegare loro. È quindi auspicabile il massimo pluralismo, con molte organizzazioni ciascuna specializzata in un ambito. Perché dal fatto di possedere una calcolatrice, non discende che possiamo smettere di studiare la matematica. Semmai che forse possiamo studiarla in modo diverso».


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 Stefano Cardini

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