Il Partito Democratico americano ha ritrovato energia proprio mentre Donald Trump ha perso consenso. A guidare la riscossa sono soprattutto candidati giovani e di sinistra, capaci di battere alle primarie rivali più moderati e più rodati. Da New York al Michigan, la nuova sinistra sta conquistando spazio, costringendo establishment ed elettori a interrogarsi sui prossimi passi.
L’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York, lo scorso novembre, non era ancora la prova che la frangia più radicale potesse conquistare il Partito Democratico. New York è New York, dopotutto. Il vero salto è arrivato in Michigan, dove la settimana scorsa Abdul El-Sayed ha sconfitto la moderata Haley Stevens nella primaria per il Senato. È stata una prima grande vittoria senza asterisco della nuova sinistra giovane e movimentista. Per di più in uno Stato decisivo per le elezioni presidenziali del 2028 – e per le midterm di novembre.
Ieri ci sono state le primarie per la corsa a governatore in Wisconsin, un altro Stato da tenere d’occhio a novembre e alle presidenziali del 2028. Gli elettori hanno scelto Francesca Hong, una figura decisamente più radicale della maggior parte dei democratici che si candidano a governare uno Stato conteso. In passato ha sostenuto l’abolizione della polizia e del Senato e ha definito il Ringraziamento una festa dei colonizzatori. Solo nelle ultime settimane ha provato a prendere le distanze dal suo passato e dalla piattaforma nazionale del Democratic Socialists of America (Dsa), dicendo di non sostenerla integralmente. Anche perché tra gli obiettivi ufficiali dei Dsa ci sono posizioni irricevibili per molti elettori (il programma si può leggere qui: si va dall’abolizione del Senato alla nazionalizzazione delle maggiori imprese e dei settori industriali essenziali).
Lunedì, intervistata da David Remnick del New Yorker, la co-presidente dei Dsa Megan Romer ha detto che per fermare la guerra in Ucraina «dovremmo inviare grandi squadre di diplomatici. Dovremmo capire come negoziare». Forse stava imitando Giuseppe Conte e gli altri leader del Campo Lavrov italiano (o forse soltanto Trump).
L’ala più socialista e radicale del Partito Democratico difficilmente diventerà maggioritaria, ma è indubbiamente quella con il vento in poppa al momento, con l’energia e l’entusiasmo che i moderati non sembrano più in grado di produrre. E qui arriva la parte più difficile. Perché alle primarie prevalgono elettori più motivati e ideologicamente coinvolti. Le elezioni generali chiedono invece di costruire una base molto più larga. Lo si capisce guardando ad esempio al voto in Michigan. Studiando i risultati contea per contea, l’analista politico del New York Times, Nate Cohn, ha trovato il punto debole del successo di El-Esayed: ha vinto nelle aree con più giovani, laureati liberal ed elettori musulmani; Stevens invece ha prevalso tra gli elettori neri, gli anziani, quelli con redditi più alti e soprattutto nelle aree rurali bianche e della working class. Se quella stessa composizione elettorale venisse trasferita in una primaria democratica nazionale, Stevens avrebbe probabilmente battuto El-Sayed.
La necessità di parlare anche a elettori più distanti è il motivo per cui molti dei candidati più a sinistra di tanto in tanto provano a prendere le distanze dalle posizioni più estreme del Dsa. La stessa Alexandria Ocasio-Cortez, una delle figure più riconoscibili del movimento, ha detto in un’intervista alla Abc, tra il serio e il faceto, «Woke 1 was crazy», riconoscendo che alcune delle battaglie e dei linguaggi della prima stagione progressista sono diventati difficili da sostenere anche per chi li aveva portati nel mainstream (sull’argomento ha già detto tutto Guia Soncini ieri).
In Texas sta avendo successo James Talarico, un candidato giovane e diverso da quasi tutti quelli che l’hanno preceduto. È un democratico nato alla fine degli anni Ottanta, quindi un Millennial, ma nei suoi discorsi parla di costo della vita e potere economico, senza fare della guerra culturale il centro della propria identità politica. È un ex insegnante, è stato seminarista presbiteriano e ha costruito una parte importante del suo messaggio attorno alla fede e alla disuguaglianza. «La vera lotta in questo Paese non è destra contro sinistra, ma chi sta in alto contro chi sta in basso», ha detto a marzo, dopo aver vinto le primarie democratiche per il Senato. La sua corsa è una di quelle con più riflettori puntati anche perché in Texas i democratici non vincono un seggio al Senato dal 1988.
A inizio settimana, Ben Rhodes ha scritto sul New York Times di un altro democratico che sta provando a rompere il dominio repubblicano nel proprio Stato: Rob Sand, candidato governatore dell’Iowa. Sand è un moderato, ma la sua campagna non ha nulla del vecchio centrismo democratico. Nel suo playbook ci sono anche pagine rubate al populismo di questi anni: parla di corruzione, costi, sanità, acqua contaminata e declino delle comunità rurali, attacca allo stesso modo democratici e repubblicani e definisce i partiti «due club privati». Il punto, scrive Rhodes, è che «a New York un socialista come Zohran Mamdani può vincere denunciando la corruzione che fa salire affitti e prezzi, mentre in Iowa un moderato come Rob Sand può fare lo stesso concentrandosi sull’acqua contaminata». Ciò che li accomuna, insomma, non è l’ideologia, ma «la determinazione a riformare un sistema corrotto affinché il potere risolva i problemi del popolo anziché perpetuarli».
Dopotutto, ogni territorio ha le sue esigenze e le sue priorità. La stessa tornata elettorale che a novembre ha portato Mamdani alla vittoria a New York ha prodotto risultati molto diversi altrove – ne avevamo parlato qui dopo il voto. In New Jersey Mikie Sherrill, ex pilota di elicotteri della Marina, ha vinto con un programma centrato sul costo dell’energia, la scuola pubblica e la sicurezza economica. In Virginia Abigail Spanberger, ex agente della Cia, è diventata governatrice usando sicurezza, competenza e pragmatismo come parole d’ordine. A dimostrazione che, se i candidati sono quelli giusti, i democratici possono vincere guardando a sinistra, al centro, in tutti i modi possibili.
Adesso sta al Partito Democratico e ai suoi elettori capire come trasformare questa energia in una coalizione abbastanza larga da vincere. Il vero banco di prova arriverà a novembre, in un contesto favorevole: le elezioni di metà mandato sono tradizionalmente difficili per il partito del presidente e questi due anni scarsi di Trump alla Casa Bianca hanno prodotto una forte reazione negativa.
Il Michigan sarà uno dei test più interessanti. El-Sayed ha conquistato la candidatura in uno Stato che i Democratici devono difendere se vogliono sperare di riprendersi il Senato, ma la sua coalizione delle primarie non coincide con quella che gli servirà a novembre. Se riuscirà a vincere anche allora, la sua candidatura diventerà molto più difficile da liquidare come un fenomeno della sinistra radicale. Se perderà, i moderati avranno invece un argomento potente: si può vincere una primaria parlando alla parte più progressista del partito e perdere le elezioni generali parlando a una parte troppo piccola dell’America.
Il 2028 sarà una partita ancora diversa. Nel 2026 molti candidati possono correre contro qualcosa: contro Trump, contro il suo partito, contro l’amministrazione. Tra due anni dovranno correre proponendo qualcosa, spiegare che cosa intendono fare del Paese. È lì che si vedrà se la nuova sinistra avrà trovato il modo di influenzare il dibattito politico nazionale o soltanto un modo molto efficace per conquistare le primarie a spese di candidati più moderati.
In questa seconda ipotesi ci sarà da tremare. Il movimento Maga che Trump ha portato alla Casa Bianca ha trasformato il Partito Repubblicano in una forza populista e profondamente ostile all’establishment. Se l’unica risposta dei Democratici fosse un populismo di segno opposto, l’America rischierebbe di ritrovarsi con due partiti sempre più radicali, sempre più ostili all’establishment e con uno spazio centrale sempre più stretto.
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Alessandro Cappelli
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