Come se non avesse già abbastanza problemi: in futuro, in condizioni estreme, il lago Albano di Castel Gandolfo potrebbe ‘stappare’, proprio come una bottiglia di spumante sotto pressione. I cambiamenti climatici potrebbero compromettere il rimescolamento invernale delle acque e quindi il naturale processo di degassamento. È l’ipotesi avanzata dagli scienziati che da decenni monitorano il bacino lacustre, preoccupati dall’eventuale eccesso di anidride carbonica di origine geologica nelle sue acque profonde.

‘Evidenze di ricarica e rilascio di CO₂ al Lago Albano (vulcano dei Colli Albani, Roma, Italia) in seguito allo sciame sismico dell’agosto 2020: implicazioni per l’attuale e futuro rischio legato ai gas’ è il titolo del corposo studio pubblicato lo scorso 28 luglio da Springer Nature, uno dei più grandi e importanti gruppi editoriali scientifici e accademici al mondo, al termine di un monitoraggio geochimico trentennale sulla presenza di anidride carbonica nel lago. Gli esperti dell’INGV, insieme ai colleghi delle Università di Firenze e Palermo, si sono concentrati sugli effetti dell’ultima crisi sismica.

Il paragone con una bottiglia di spumante rende bene l’idea di ciò che potrebbe accadere in condizioni particolari: il gas, normalmente disciolto nelle acque profonde, potrebbe accumularsi progressivamente. Se il lago perdesse la capacità di rimescolarsi e di liberarlo naturalmente, potrebbe aumentare la quantità trattenuta nelle profondità, fino a favorire una fuoriuscita improvvisa. È uno scenario ipotetico, non un pericolo imminente. Oggi, infatti, il lago contiene poca anidride carbonica e, da questo punto di vista, non desta allarme.

Albano non è un “lago assassino”: ecco il perché

Di origine craterica, con i suoi 170 metri di profondità, quello a Castel Gandolfo è il lago vulcanico più profondo d’Italia e tra i più profondi d’Europa. Le sue acque presentano una particolare stratificazione, con presenza di anidride carbonica di origine geologica, nota agli esperti. Il gas che si accumula nelle acque profonde può, in determinate condizioni, essere rilasciato nell’atmosfera.

Lo studio appena pubblicato si basa sui campioni d’acqua raccolti fino alla massima profondità nel corso di cinque campagne, tra il 2020 e il 2023, e si concentra sulle conseguenze dello sciame sismico del 28-29 agosto 2020.

Per capire il rischio futuro, bisogna partire dal particolare funzionamento del lago. In superficie, la temperatura cambia molto tra estate e inverno, mentre in profondità rimane relativamente stabile. Questa stratificazione influenza il comportamento dei gas disciolti nell’acqua.

Fortunatamente, il Lago Albano non si comporta come i cosiddetti ‘laghi assassini’, quale il Nyos, in Camerun, che nel 1986 liberò una grande quantità di anidride carbonica accumulata nelle acque profonde, formando una nube di gas asfissiante che provocò circa 1700 vittime.

Nel Lago Albano di Castel Gandolfo, invece, il raffreddamento invernale della superficie provoca periodicamente il rimescolamento delle acque. L’acqua superficiale, raffreddandosi, diventa più pesante e scende, mentre quella più profonda risale. Questo movimento permette all’anidride carbonica accumulata in profondità di raggiungere la superficie e di essere rilasciata gradualmente nell’atmosfera.

Tale meccanismo naturale ha finora impedito al gas di accumularsi in grandi quantità nelle profondità del bacino che per questa sua caratteristica è definito ‘lago anti-Nyos’.

Che cosa è successo dopo il terremoto del 2020

Lo studio analizza le conseguenze della sequenza sismica del 2020, confrontando i dati con quelli raccolti negli anni precedenti. Il primo risultato significativo è arrivato nel settembre 2020, a poche settimane dall’evento sismico. La quantità di CO₂ disciolta nelle acque profonde era aumentata rispetto all’ultima misurazione disponibile, effettuata nel 2019.

L’aumento non era enorme, ma significativo perché rappresentava il primo incremento osservato dopo un evento sismico dai tempi dello sciame del 1989-1990.

Il cambiamento non riguardava soltanto le acque immediatamente vicine al fondo, ma interessava una parte consistente della colonna d’acqua. I dati mostrano che c’è stata una nuova immissione di fluidi ricchi di CO₂ nelle profondità del lago, comunque molto inferiore rispetto a quella associata al grande sciame del 1989-1990. La vera novità, però, è stata osservata successivamente: il lago ha liberato una quantità di gas superiore a quella che ci si sarebbe aspettati sulla base dell’andamento osservato nei decenni precedenti.

Il dato conferma che il rimescolamento invernale ha continuato a svolgere il suo ruolo naturale di degassamento.

Il rischio di una fuoriuscita improvvisa

È la questione più delicata dello studio. Gli autori chiariscono innanzitutto un punto: oggi il lago Albano è quasi privo di CO₂ disciolta e una fuoriuscita improvvisa di gas è considerata altamente improbabile.

Perché si creasse una situazione di pericolo, sarebbe necessaria una nuova e importante ricarica di CO₂, per esempio legata a sismicità particolarmente intensa, associata a condizioni capaci di impedire al lago di liberare progressivamente il gas.

Il cambiamento climatico potrebbe alterare un equilibrio antico

Il riscaldamento globale potrebbe impedire all’acqua superficiale di raffreddarsi abbastanza durante l’inverno. Se le condizioni necessarie al rimescolamento venissero raggiunte sempre più raramente o per periodi troppo brevi, il lago potrebbe diventare progressivamente più stabile e stratificato, favorendo l’accumulo di CO₂ nelle acque profonde.

I dati utilizzati nello studio mostrano che tra il 1989 e il 2025 la temperatura media registrata alla stazione meteorologica di Ciampino, a circa 6 chilometri dal lago, è aumentata di oltre 2 °C. Gli ultimi inverni mostrano inoltre periodi sempre più brevi in cui si raggiungono le condizioni necessarie al rimescolamento.

Più caldo in superficie e più CO₂ trattenuta in profondità potrebbero, nel lungo periodo, modificare l’equilibrio del lago di Castel Gandolfo. In uno scenario estremo, se il gas raggiungesse livelli di saturazione sufficientemente elevati nelle acque profonde, potrebbe verificarsi una fuoriuscita improvvisa, come nei cosiddetti ‘laghi assassini’. Non è però uno scenario imminente, ma una ipotesi futura.

Perché il monitoraggio resta fondamentale

Per capire se questo equilibrio cambia, bisogna seguire nel tempo diversi indicatori: la quantità di CO₂ disciolta nelle acque, la temperatura superficiale, la stratificazione, il rimescolamento invernale e la composizione chimica del lago.

Monitorare la temperatura superficiale è particolarmente importante perché permette di capire se il lago continua a raggiungere le condizioni necessarie al rimescolamento.

Il pericolo, oggi, non è una nube di gas pronta a fuoriuscire. Per ora, il Lago Albano non è una bottiglia pronta a saltare. La vera incognita è il futuro: quanto a lungo riuscirà a conservare quel prodigioso meccanismo naturale che finora gli ha permesso di ‘sgasare’  con moderazione.




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 Piera Lombardi

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