Reshoring, nearshoring, friendshoring: questo è il nuovo piano segreto delle multinazionali
Né ritirata né status quo: come le “catene di approvvigionamento ibride” stanno salvando l’industria
Per decenni, nell’economia globale ha prevalso una regola non scritta ma ferrea: la produzione avviene dove costa meno. Questa incessante ricerca della massima efficienza in termini di costi ha profondamente intrecciato l’industria europea, e in particolare quella tedesca, con la Cina. Ma gli shock globali – dalla pandemia al blocco delle rotte marittime, fino ai conflitti geopolitici – hanno radicalmente disincantato il modello logistico just-in-time, un tempo vincente. Oggi le aziende si trovano ad affrontare una sfida storica: le catene di approvvigionamento sono estremamente vulnerabili, mentre un semplice e completo ritiro dall’Estremo Oriente è semplicemente irrealistico dal punto di vista economico. L’Europa è intrappolata in una pericolosa spirale di dipendenza, soprattutto per quanto riguarda le materie prime critiche per le tecnologie verdi del futuro. La soluzione risiede in un ripensamento radicale, che si allontani dalle fantasie di un disaccoppiamento totale per abbracciare un approccio pragmatico. Il nuovo paradigma è quello delle “catene di approvvigionamento ibride”: una combinazione strategica di efficienza globale, produzione regionale (reshoring) e alleanze con partner orientati al valore (friendshoring). L’analisi che segue mostra quanto la Germania dipenda realmente dalla Cina, dove la diversificazione è assolutamente necessaria e quale sia il modello per la resilienza economica di domani.
Tra illusioni e realtà del mercato globale: il pericoloso amore dell’Europa per la comodità
Per oltre trent’anni, una semplice formula aziendale è stata considerata inconfutabile: chi delocalizza la produzione e l’approvvigionamento dove i costi sono più bassi vince. Questa logica ha profondamente legato l’industria tedesca ed europea alla Cina, il fornitore più economico ed efficiente al mondo. Oggi è chiaro che questo calcolo era incompleto, poiché trascurava una variabile che ora determina il successo o il fallimento di intere catene del valore: il rischio geopolitico. Gli ultimi anni hanno dolorosamente dimostrato che, mentre la logistica just-in-time e la divisione globale del lavoro apportano enormi vantaggi in termini di efficienza in periodi di calma, possono diventare un tallone d’Achille in tempi di crisi. La pandemia, il blocco del Canale di Suez, la guerra in Ucraina e, più recentemente, la politica restrittiva di Pechino sulle esportazioni di terre rare hanno mostrato alle aziende europee quanto siano realmente vulnerabili le loro catene di approvvigionamento. La soluzione non è né un completo disaccoppiamento dalla Cina né un ingenuo attaccamento allo status quo, ma una via di mezzo, sempre più spesso definita come un modello ibrido di catena di approvvigionamento. Esso combina i vantaggi in termini di costi dell’approvvigionamento globale con la resilienza di strutture regionali e diversificate.
Il graduale distacco: quanto è realmente dipendente l’industria tedesca dalla Cina?
I dati sulla dipendenza dell’industria tedesca dalla Cina delineano un quadro più complesso di quanto spesso suggerisca il dibattito politico. Secondo recenti sondaggi dell’Istituto ifo, nel 2024 poco più di un terzo delle aziende industriali tedesche si riforniva ancora di importanti prodotti intermedi dalla Cina, un calo significativo rispetto a quasi la metà nel 2022. La tendenza è particolarmente marcata nel settore automobilistico, che è riuscito a ridurre la propria dipendenza di diciassette punti percentuali in due anni, soprattutto grazie all’accelerato sviluppo delle proprie capacità produttive di batterie e semiconduttori in Europa. Un’eccezione degna di nota è rappresentata dall’industria chimica, la cui integrazione con i fornitori cinesi è addirittura leggermente aumentata nello stesso periodo. Ciò è attribuibile alla stretta integrazione delle catene del valore petrolchimiche e all’aggressiva espansione della capacità produttiva delle aziende chimiche cinesi. Il settore dell’elaborazione dati rimane particolarmente vulnerabile, con una dipendenza dalle importazioni di circa il 65%, seguito dall’ingegneria elettrica con circa il 60% e dall’industria automobilistica con quasi il 59%. Questi settori condividono una caratteristica comune: si affidano a componenti altamente specializzati per i quali, nel breve termine, non esistono praticamente fornitori alternativi al di fuori della Cina. Al contempo, i calcoli macroeconomici della Bundesbank e dell’Istituto ifo mostrano che la quota complessiva di beni intermedi cinesi nei prodotti finali tedeschi rimane gestibile, attestandosi intorno al due percento, a dimostrazione che le dipendenze specifiche ma critiche sono molto più pericolose di un’interconnessione diffusa e generalizzata.
La leva delle materie prime: quando un singolo paese decide sulle tecnologie future
Mentre la dipendenza dalla Cina per i prodotti finiti e i semiconduttori sta gradualmente diminuendo, il problema si sta aggravando drasticamente per le materie prime critiche. Secondo il Consiglio dell’UE, l’Unione Europea si approvvigiona di quasi il 100% dei suoi elementi delle terre rare pesanti e di circa il 98% dei magneti delle terre rare necessari per i motori elettrici e le turbine eoliche dalla produzione cinese. Uno studio della KfW mostra inoltre che per diciannove delle trentaquattro categorie di materie prime classificate come critiche, la dipendenza dalle importazioni dalla Cina è pari al 100%. Per sette minerali classificati dall’UE come particolarmente critici, Pechino controlla oltre i tre quarti della produzione globale; per altre dieci materie prime, la quota supera il cinquanta per cento. La situazione è particolarmente critica per i magneti permanenti per le turbine eoliche, di cui circa il novanta per cento viene importato direttamente dalla Cina, secondo uno studio di Prognos. La quota cinese è altrettanto elevata per il materiale attivo anodico a base di grafite per le batterie agli ioni di litio. Questa concentrazione non è casuale, bensì il risultato di una strategia di politica industriale perseguita da Pechino per decenni, che ha investito strategicamente nella lavorazione di minerali critici, mentre le economie occidentali hanno a lungo trascurato il settore delle materie prime. Per la transizione energetica europea e la trasformazione dell’industria automobilistica, ciò rappresenta un rischio strutturale che va ben oltre le strozzature di approvvigionamento a breve termine e mette in discussione la sovranità tecnologica di interi settori orientati al futuro.
Reshoring, nearshoring, friendshoring: le tre vie per uscire dalla dipendenza
Le aziende rispondono a questi rischi con diverse opzioni strategiche, che possono essere suddivise in tre categorie principali. Il reshoring si riferisce al completo trasferimento della produzione nel paese d’origine, il nearshoring a paesi geograficamente vicini, e il friendshoring alla focalizzazione mirata su partner commerciali politicamente alleati o orientati ai valori, indipendentemente dalla distanza geografica. Una recente indagine del Capgemini Research Institute del 2026 rivela un notevole cambiamento in Europa: mentre la percentuale di aziende che investono nel nearshoring è diminuita dal 55% dell’anno precedente al 39%, il tasso di investimento nel reshoring è aumentato dal 34% al 42%. Questa tendenza apparentemente paradossale riflette le pressioni strutturali sui costi e la crescente complessità normativa all’interno dell’UE, che rendono i progetti di nearshoring all’interno della stessa Europa meno attraenti. L’elevata importanza del friendshoring in Europa è particolarmente evidente: il 64% delle aziende europee adotta questo approccio, una percentuale significativamente superiore rispetto agli Stati Uniti (45%) o al Regno Unito (39%). Negli Stati Uniti, il reshoring tradizionale sta accelerando rapidamente, passando dal 30% nel 2025 a quasi la metà di tutte le aziende intervistate nel 2026, mentre allo stesso tempo il 42% continua a investire nel nearshoring. Questa divergenza transatlantica dimostra che non esiste un’unica risposta globale alla questione della resilienza della catena di approvvigionamento, ma piuttosto che le strutture dei costi regionali, le politiche di finanziamento e la prossimità geopolitica influenzano le rispettive strategie.
I limiti del disaccoppiamento: perché nessuno vuole davvero lasciare la Cina
Nonostante tutti gli sforzi di diversificazione, un esame più attento rivela che un ritiro completo dalla Cina non è né realistico né economicamente sostenibile per la maggior parte delle aziende europee. Sondaggi condotti dall’Associazione delle Camere di Commercio e Industria tedesche (DIHK) mostrano che il 22% delle aziende tedesche intende addirittura espandere le proprie attività in Cina, mentre solo il 19% prevede di ridurle. Questa tendenza contraria si spiega con le dimensioni del mercato cinese, che rimane il principale motore di crescita a livello mondiale per molti settori, nonché con la maturità tecnologica dei fornitori cinesi, praticamente ineguagliabile in alcuni segmenti come la produzione di batterie o l’industria solare. Inoltre, si applica un principio economico fondamentale: la diversificazione è costosa. La creazione di catene di approvvigionamento parallele nel Sud-est asiatico, in India o nell’Europa orientale richiede investimenti sostanziali in nuovi stabilimenti, controllo qualità e reti logistiche, con la conseguente perdita delle economie di scala accumulate nel corso degli anni in Cina. Uno studio dell’Istituto economico tedesco (IW) giunge quindi alla sconfortante conclusione che, nonostante tutta la retorica politica, non si osserva alcuna significativa riduzione dei rischi strutturali nell’economia tedesca, in particolare per quanto riguarda i prodotti chimici ed elettronici. Per alcune categorie di prodotti particolarmente sensibili, come certi ingredienti farmaceutici e i metalli delle terre rare scandio e ittrio, la dipendenza si è addirittura radicata. La realtà economica è dunque più complessa di quanto suggerisca la retorica politica del disaccoppiamento.
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Konrad Wolfenstein
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