Quello che fino ad una cinquantina di anni fa veniva chiamato «esaurimento nervoso», oggi è definito «stato depressivo» o, più comunemente, «disturbo depressivo maggiore». Una condizione, quella della depressione, assurta a vera e propria malattia, della quale soltanto in Italia soffrono oltre 3 milioni di persone e che circa il 6 per cento degli adulti ha avuto modo di esperire almeno una volta nel corso dell’esistenza.
Ora, bisogna chiarire che ognuno di noi ha provato un momento, o periodi più o meno prolungati di malessere, disagio, o profonda tristezza. Situazioni nelle quali ci si è sentiti abbattuti e quasi sopraffatti dagli eventi, incapaci di reagire e prigionieri di una momentanea disperazione.
Ma è esattamente nell’aggettivo “momentaneo” che possiamo identificare lo spartiacque fra un normale e passeggero stato di malinconia e stanchezza mentale e la malattia vera e propria.
A spiegarlo è il professor Massimo Biondi, Emerito di Psichiatria, Dipartimento di Neuroscienze Umane dell’Università La Sapienza e Presidente della Federazione Italiana delle Associazioni di Psicoterapia.
«Il confine fra un malessere contingente e la depressione non è per nulla facile da tracciare. Possiamo parlare di tristezza come sentimento naturale che tutti provano prima o poi, ma che è destinata a risolversi e a cessare nel momento in cui gli elementi che l’hanno scatenata, scompaiono o si attenuano sufficientemente da poter reagire.
Altra cosa è quella condizione in cui questa tristezza assume i connotati di patologia e diventa un disturbo dell’umore vero e proprio di alta intensità, con durata protratta e che compromette la vita stessa della persona».
In campo medico, per evitare difformità, si è deciso di fare riferimento ai parametri riportati in quello che si chiama DSM-5, il Manuale Diagnostico creato dalla American Psychiatric Association di cui il professor Biondi ha curato la versione italiana, edita da Raffaello Cortina, Milano. Si tratta del testo mondiale usato da psichiatri e psicologi per riconoscere e classificare i disturbi mentali.
E nell’elencare con schematicità quelle che sono le psicopatologie che coinvolgono l’essere umano, gli esperti hanno altresì individuato i sintomi precisi che consentono di diagnosticare con maggiore certezza, la presenza di uno stato depressivo conclamato, chiamato appunto «depressione maggiore».
Per sapere se siamo di fronte a questa patologia, occorre individuare la presenza contemporanea di almeno cinque sintomi sui nove che andremo ad elencare. Inoltre, almeno uno di questi cinque segnali, deve essere la deflessione dell’umore depresso, o la perdita di interesse/piacere.
I 9 sintomi della depressione maggiore
Ecco, dunque, i nove campanelli di allarme che devono mettere in guardia coloro che attraversano una condizione di malessere e i medici che li prenderanno in carico.
1) Umore depresso per la maggior parte del giorno (riferito o osservato), quasi tutti i giorni.
2) Marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività, quasi tutti i giorni.
3) Significativa perdita di peso (senza dieta) o aumento di peso, oppure diminuzione/aumento dell’appetito, quasi tutti i giorni.
4) Insonnia o ipersonnia, quasi tutti i giorni.
5) Agitazione o rallentamento psicomotorio (osservabile dall’esterno) quasi tutti i giorni.
6) Faticabilità o perdita di energia, quasi tutti i giorni.
7) Sentimenti di auto svalutazione, o di colpa eccessivi, o inappropriati, quasi tutti i giorni.
8) Ridotta capacità di pensare, o di concentrarsi, o indecisione, quasi tutti i giorni.
9) Pensieri ricorrenti di morte, ideazione suicidaria ricorrente senza un piano specifico, o un tentativo di suicidio con piano specifico.
A fronte di ciò, va anche precisato che non soltanto l’atteggiamento mentale e il comportamento della persona possono dare la concreta indicazione della presenza della malattia. L’altro fattore importante è il tempo. Bisogna tenere d’occhio la durata e la costanza della sintomatologia. Il che determinerà la differenza tra fenomeno passeggero e patologia. Se uno o più sintomi (o addirittura tutti), perdurano ininterrottamente per due settimane, possiamo dire con certezza che il paziente soffre di depressione.
A questo punto, la persona dovrà rivolgersi ad uno specialista, il quale, se vorrà e saprà intervenire in maniera efficace, la guiderà in un percorso terapeutico articolato. Non solo sedute di psicoterapia e farmaci, laddove necessari, ma molto di più.
«La psichiatria sta facendo grossi passi avanti nella ricerca di metodi non solo di classificazione, ma anche di intervento curativo sui pazienti – chiarisce il professor Biondi.- Quando hai davanti a te un individuo che soffre e per cui è stabilita una precisa diagnosi di depressione maggiore, le linee guida internazionali delle principali società scientifiche sono chiare. Innanzitutto, servirà una psicofarmaco terapia, con antidepressivi o psicoterapia, in certi casi anche le due cose associate.
Ma non soltanto questo. Del paziente devi valutare il presente, ma anche il passato. La sua esistenza dal punto di vista pratico, ma pure le tante dinamiche che lo coinvolgono. Capire il bambino che è stato, indagare su quello che avrebbe sperato di diventare.
E poi c’è il corpo. Importantissimo. La depressione è infatti uno stato psichico-mentale, ma in realtà è anche un alterato assetto corporeo. Tant’è che si parla addirittura di “depressione corporea”.
Bisogna valutare quelle che sono le basi prettamente organiche del disturbo. La malattia può avere anche origine dalla modificazione delle strutture macromolecolari dei neuroni che all’improvviso, o sottoposti a stress, cambiano la loro architettura e il metodo di funzionamento».
Si ritorna quindi al concetto di «esaurimento nervoso». I nervi che, sottoposti a sollecitazioni eccessive e di natura negativa, finiscono per cedere.
«Sappiamo che esistono i famosi neurotrasmettitori e che i più determinanti in fatto di depressione sono la serotonina, la noradrenalina e la dopamina – spiega il professore -. Se questi sistemi vengono “sfruttati” in eccesso, si rischia che vengano pian piano ridotti in maniera considerevole, o perfino esauriti. Brutto di questi tempi fare un paragone con la guerra, ma è decisamente efficace. Se hai un nemico e usi tutti i missili per colpirlo, alla fine non te ne restano più e rimani scoperto, in balia degli attacchi. In questo senso il termine “esaurimento nervoso” calza benissimo. Abbiamo esaurito i nervi».
Eventi gravi: lutti, difficoltà sul lavoro, rapporti interpersonali di complessa gestione, ambienti ostili. Sono questi generalmente i fattori scatenanti della depressione. Ma è interessante vedere come questa patologia possa avere perfino origini genetiche.
«Ci sono persone che nascono con un sistema di serotonina più efficiente ed altre decisamente meno funzionante – spiega il professore -. Questo fa sì che alcuni individui cadano in depressione dopo uno o due accadimenti importanti, mentre altre reggano molto di più, prima di crollare, o senza crollare affatto. Esiste in pratica una predisposizione genetica alla depressione. Il che non mette in secondo piano il ruolo e la potenza delle sollecitazioni che ciascuno di noi deve gestire».
Che abbia basi genetiche o meno, la depressione, una volta scatenata, va individuata e curata. In modo diffuso.
«Innanzitutto, l’elemento fondamentale è la effettiva preparazione dello specialista che andrà a diagnosticare e poi a trattare la patologia – dice Biondi -. E’ vitale chiarire che deve essere un professionista che abbia una Laurea di medicina, o psicologia e una specializzazione di quattro anni in psichiatria, neuropsichiatria infantile, o psicoterapia. Qualcuno con almeno dieci anni di studi alle spalle. E poi, come dicevamo, non ci si deve limitare all’ascolto e alla somministrazione di medicinali».
E qui si apre un capitolo che ha davvero il sapore di ampliamento di vedute, di interpretazione moderna e, osiamo dire «cool», dell’approccio psichiatrico al disturbo mentale. In perfetta sintonia con l’evoluzione della società, delle abitudini e dei bisogni dell’essere umano, gli esperti più illuminati hanno scelto di lavorare sui pazienti dedicando attenzione anche al loro stato fisico, oltre che psichico. Il corpo preso in massima considerazione, sia in termini di eventuale bersaglio del proprio malessere, sia inteso come risorsa e punto di partenza per provare a guarire.
«Sono migliaia i casi in cui la depressione si nasconde in un sintomo del corpo – chiarisce il professore Biondi -. Pensiamo alle emicranie, ai disturbi dell’apparato gastrointestinale, alle nevriti, alla perdita massiccia dei capelli. Fino ad arrivare alle malattie autoimmuni.
Il nostro fisico parla. Racconta di uno stato di malattia che in certi casi, sa esprimersi soltanto così. Perciò ascoltiamo il nostro corpo. E “sfruttiamolo”. Perché è sempre il corpo che può venirci in soccorso. Oggi sappiamo che lo sport, l’attività fisica in generale, lo yoga, il tai chi (che si è rivelato efficacissimo sugli anziani per curarne l’ansia ad esempio), ma anche solo il camminare, o il correre, sono azioni che riattivano meccanismi organici: la crescita neuronale, la circolazione cerebrale. Quando parliamo di movimento, parliamo di un vero e proprio attivatore metabolico.
Se sono depresso, mi prendo le medicine epperò sto seduto e chiuso tutto il giorno, la risposta che il corpo potrebbe darmi, resta soffocata, non si libera. Altra cosa consigliabile, è alzarsi presto al mattino. I ritmi sonno veglia e buio e luce, sono essenziali. Certe persone si svegliano, prendono il caffè e poi si rimettono a letto e dormono fino alle 11. Nulla di più deleterio per la mente».
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Claudia Carucci
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