La situazione delle candidature a sindaco di Milano 2027 è più o meno quella descritta da Nolan nell’Odissea: «A face, a fleet, a war, a Candidato Civico, a thought, a trick-a trick to break the walls of Milano».

Intanto, Pierfrancesco Majorino è ancora in ballo con «i 100 incontri per Milano» (percepite mille), Tommaso Goisis è andato in giro a misurare la temperatura dell’asfalto con un termometro, e Lorenzo Pacini è in pieno flusso creativo con «l’ozio come diritto inalienabile e rivoluzionario».

Per chi si lamentava dell’assenza di una donna tra le proposte, la vicesindaca Anna Scavuzzo ha ribadito la propria disponibilità a partecipare alle primarie.

In un’intervista a Il Giorno, alla domanda su chi preferisse tra Calabresi e Majorino, Scavuzzo ha risposto: «Stimo entrambi, hanno un profilo interessante per la città. Ma sono molto diversi da me, per storia e provenienza. E in primis vorrei sottolineare che io sono una donna. Avere uno sguardo al femminile su una città che da tanti anni viene amministrata da uomini credo che dia un contributo non banale alla riflessione complessiva sul futuro di Milano. Ciò non significa semplicemente una visione femminista, ma aprire a una leadership diversa rispetto a quella a cui siamo stati abituati negli ultimi anni”.

Il patriarcato mediterraneo non avrà scampo davanti allo “sguardo femminile”, che immagino sarà una cosa tra Agnès Varda e Cathy La Torre.

Futuro Nazionale, avendo appunto capito che a Milano siamo disposti a votare chiunque non renda la classifica delle città con la miglior qualità di vita redatta dai corrispondenti di Monocle una questione dirimente per l’umanità, sceglie di candidare il generale Carmelo Burgio.

Iniziamo col dire che in un’intervista a La Presse Burgio rilascia il più grande slogan elettorale di sempre, un po’ Commendator Zampetti un po’ Colonello Kurtz, roba che se ci fa il merchandising si ripaga la campagna elettorale: “A Nassiriya non facevo l’apericena”.

«Sono andato in Afghanistan per un anno a dirigere come addestrare la polizia afghana e sono tornato a casa, sono tornato a casa dalla Bosnia, sono tornato a casa dall’Albania, dal Libano, a Nassiriya non facevo l’apericena» dice Burgio, curriculum militare ottimo, per carità, ma il generale ha mai avuto a che fare con il vetro nei panini di Milano Ristorazione?

Non è che può mettersi a rastrellare le mense delle scuole di Milano, che già me lo vedo mettere dei cecchini a guardia dei panini. Burgio parla di «operazioni ad alto impatto», «operazioni coordinate di controllo del territorio», «servizi a massa», ma non capisco se si riferisce alla brutta aria che tira a Rogoredo o allo sfalcio ridotto.

Secondo me, la domanda che un candidato dovrebbe farsi è solo una: è più utile per me cambiare la realtà o la percezione della realtà? Burgio non parla di percezione, grande cavallo di battaglia della tradizione meneghina, lui dice che la percezione è realtà, non sta lì coi dati, le tabelle, la classifica di Monocle.

Se fossi una candidata, la gestione dei neuroni specchio degli elettori sarebbe il mio primo pensiero, ma vedo che qua invece si punta molto sui patentini antifascisti e Nobel per la Pace. Comunque sia, non i rastrellamenti, non «i servizi a massa», non gli apericena, la cosa grave qua è solo una: Burgio è nato ad Anzio.

«Ai poveri di spirito che sostengono che non sia milanese rispondo che non era neanche un casertano quando ha sconfitto la camorra dei casalesi, e non era neanche siciliano quando a Trapani ha disarticolato la mafia siciliana» scrive Vannacci, a questo punto faremo a Burgio il tranello della cadrega e vediamo come va.

Sono mesi che i giornali si spaccano la testa chiedendosi: ma Vannacci dobbiamo ignorarlo o cosa? Non so, per quanto pensiamo di andare avanti con le recensioni dell’Odissea?

Quando giornali, sinceri democratici e più che sinceri antifascisti capiranno che le persone votano per reazione, e che quello che dicono, e soprattutto come lo dicono, fa solo accumulare voti al patriarcato mediterraneo, sarà un grande momento di rivelazione per tutti. Purtroppo per noi, la rivelazione arriverà quando il corso della storia sarà ormai irreversibile.

Passiamo adesso alla cantera liberale con Antonio Civita.

Intanto, bisogna dire che il candidato Civita ha esaurito le riserve idriche per i prossimi cento anni a causa della sua insana passione per le immagini realizzate con l’intelligenza artificiale. Su di lui potrei scrivere solo due parole: è romano, e a questo punto la quantità di candidati che arrivano dalla regione Lazio è quantomeno sospetta.

A questa accusa infamante, Civita risponde molto bene con un video sul suo profilo Instagram, dicendo che alla fine non c’è niente di più milanese di un uomo che Milano la sceglie per lavorare e costruire una famiglia. Ero rimasta che per essere milanese uno doveva nascere in Mangiagalli, ma immagino ci siano delle eccezioni.

Civita è il titolare della catena Panino Giusto, ha una società sportiva di padel, nel suo programma scrive cose come «la circle line esterna verso il ring delle Tangenziali»: bel tentativo di sembrare milanese, sembra quasi un dono di Atena mandato dai romani.

Sul profilo Instagram della sua Associazione TU – dove immagino che il “TU” sia il punto di rottura con la giunta del “MI” dove è tutto PrendiMI, ScegliMI, AmaMI – c’è questo format dove le persone devono indicare qual è “l’elefante bianco”, cioè quella cosa che tutti vedono, ma di cui nessuno parla.

Le domande sono molte, ma la prima è: la gente l’elefante nella stanza lo nota solo se è bianco? Se è un elefante normale le persone non lo vedono? Oppure si è confuso col cinghiale perché, appunto, è romano?

Spero sia chiaro a tutti che quando uno dice «adesso dirò qualcosa di scomodo» non dice mai qualcosa di davvero scomodo, e infatti le risposte sull’elefante sono: la casa, l’aperitivo, la sicurezza. Le risposte sono quello che sono anche perché a rispondere sono tipo ex consiglieri e simili, cosa dovranno mai dire di trascendentale non lo so.

Il gimmick dell’elefante, che a questo punto fa sembrare l’anguria di Pacini un piccolo dettaglio nascosto, continua con “L’elefante: the movie”, un Jurassic Park ambientato nel Bosco Verticale in cui la parola “tu” viene ripetuta ossessivamente almeno due volte al secondo.

La trama è questa: «Un bestione ciondola per le strade di Milano e tutti fanno finta di non vederlo: un po’ rassegnati, un po’ sonnambuli. Noi un nome gliel’abbiamo dato, anzi tre: insicurezza, invivibilità, infelicità. In una parola: mancanza di BEN-ESSERE. E TU, che nome gli dai?».

Non so perché Civita è convinto che facciamo finta di non vedere l’elefante, forse pensa che siamo sotto ricatto dell’amministrazione Sala. A bilanciare l’ossessione per il safari, c’è un apprezzabile box domande analogico.

Il candidato ha inviato centinaia di cartoline per chiedere ai milanesi proposte “per la Milano del futuro”: non c’è bisogno di dirvi che l’iniziativa si chiama “C’è posta per TU”.

Ma arriviamo al programma: essendo Civita di centrodestra è uno abituato a lavorare,  quindi perlomeno il programma non lo fa scrivere a noi. Dalle cento e fischia pagine possiamo dedurre che il candidato ha due punti a cui tiene: gli asili e far lavorare i pensionati.

«Milano in prospettiva generazionale, dalla culla alla RSA» scrive lui, un po’ l’asilo dalle finestre che ridono, un po’ la mano sulla culla è quella del nonno.

Se da un lato la base paciniana vuole tassare gli anziani con il trilocale e/o occupargli casa, Civita gli anziani vuole farli lavorare. Lui la chiama “pensione attiva”, che suona meglio di “anziani che lavorano gratis”.

«Il tempo della pensione: da 10 a 30 anni. L’aspettativa di vita si è allungata. Il tempo medio trascorso in pensione è triplicato in due generazioni. Questo pone una sfida culturale, non solo di welfare: cosa facciamo noi, come città, perché quel tempo sia tempo buono? O ti impegni, o non ti lamenti, slogan schietto per un’operazione di cittadinanza attiva degli over 65». Quindi, cari nonni, se pensate che dopo aver passato la vita a lavorare per pagare il mutuo di 50 metri quadrati potrete finalmente andare in crociera, fate attenzione, perché il sindaco potrebbe citofonarvi e dirvi «eh no campione, non è ancora finita, daje». Al “daje”, il nonno si fa occupare casa dagli elettori di Pacini.

Elly Schlein, in piena fase mistica, ha recentemente detto che bisogna concentrarsi sulle cose importanti come il congedo paritario, mica sulla guerra, e noi questa cosa la dobbiamo accettare perché ognuno ha le sue priorità, la mia ad esempio è non crepare sotto una delle ben otto tende ombreggianti di Milano.

Civita scrive sugli asili una cosa che purtroppo rimarrà lì, perché “asilo aziendale” non suona bene come «essere pagati per stare a casa, con l’illusione di essere genitori migliori».

«Asili nido: prenotazione prima della nascita. Non è un’iperbole, è la realtà: molte famiglie milanesi mettono in lista il figlio prima che nasca, sperando di entrare al nido. Gli asili pubblici non coprono la domanda, i privati costano quanto uno stipendio intero, le convenzioni sono frammentarie. Il risultato: uno dei figli (spesso la madre) rinuncia a lavorare, oppure si fatica enormemente. È un ostacolo oggettivo alla natalità e alla parità».

Anche per me i bambini dovrebbero lavorare, con quelle mani piccoline potrebbero pulire benissimo i tombini, ad esempio, a Milano ce ne sarebbe un gran bisogno. Come nota personale, fatemi dire che il fatto che nessuno dei candidati abbia ancora copiato il format dell’hot take in metropolitana è per me grande motivo di delusione.

Spero solo che non lo faccia Burgio, che potrebbe diventare una puntata di “Law and Order”.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Assia Neumann Dayan

Source link

Di