Sono trascorsi diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi. Il delitto ha una data; il suo processo mediatico sembra non conoscere né conclusione né giudicato. Televisione e social chiedono continuamente al pubblico di scegliere: Alberto Stasi o Andrea Sempio, innocente o colpevole. Ma la cronaca giudiziaria non è un referendum e la verità non si misura con lo share. Stasi è stato condannato in via definitiva a sedici anni. L’affidamento in prova ai servizi sociali è una modalità di esecuzione della pena, non un’assoluzione e neppure l’effetto della nuova indagine. Sempio è indagato nell’inchiesta della Procura di Pavia, che lo considera il presunto autore dell’omicidio. Al momento in cui scrivo, non è imputato, non è stato rinviato a giudizio, si dichiara innocente e gli accertamenti proseguono. La difesa di Stasi prepara una richiesta di revisione, ma una revisione annunciata non è una revisione ammessa e non cancella automaticamente una sentenza.
Criticare un giudicato è legittimo. Gli errori giudiziari esistono e il giornalismo deve controllare anche la magistratura. Ma la giustizia non si corregge sostituendo un colpevole giudiziario con un colpevole televisivo. Per capire il cortocircuito, basta osservare come cambiano le parole. Una compatibilità diventa un’identificazione; una traccia diventa una prova; una lettura accusatoria diventa una confessione. Frammenti autentici possono così produrre un racconto complessivamente deformato.
La perizia genetica ha riesaminato i dati ottenuti nel 2014 dai margini ungueali di Chiara, perché il materiale originario era stato consumato dalle precedenti analisi. Sono emersi aplotipi maschili del cromosoma Y, misti e parziali, compatibili con Sempio o con altri uomini della sua linea paterna. È un dato importante, ma non identifica una persona. Non permette neppure di stabilire con rigore quando e come quel materiale sia stato depositato, né se derivi da contatto diretto, trasferimento secondario o contaminazione. Sminuirlo sarebbe scorretto; presentarlo come «il Dna dell’assassino» lo è altrettanto.
Lo stesso metodo vale per l’impronta 33. I consulenti della Procura e quelli di Stasi la attribuiscono a Sempio; i tecnici della sua difesa e quelli della famiglia Poggi contestano, con argomenti differenti, l’attribuzione o il collegamento con la dinamica dell’omicidio. Il test specifico eseguito nel 2007 per la ricerca di sangue umano diede esito negativo, mentre la difesa di Stasi ha proposto una diversa ricostruzione. L’impronta non è databile. Attribuzione, datazione e significato criminologico sono tre problemi distinti. Comprimerli nella parola «prova» non semplifica: altera. Anche alcune frasi intercettate nell’automobile di Sempio sono interpretate in senso accusatorio dalla Procura e ritenute prive di natura confessoria dalla difesa. Riferire entrambe le letture è cronaca. Chiamarle direttamente «confessione» significa promuovere la tesi di una parte a verità accertata.
Qui entra in gioco la deontologia. Non è un freno alla libertà di stampa né un espediente per evitare querele: è la struttura professionale della notizia. Il Codice deontologico impone accuratezza, completezza, verifica delle fonti e rispetto della presunzione di non colpevolezza. Prescrive inoltre di distinguere tra cronaca e commento; accusa e difesa; pubblico ministero e giudice; indagato, imputato e condannato; provvedimenti definitivi e non definitivi.
Non sono sottigliezze. Scrivere «secondo la Procura» chiarisce chi sostiene una ricostruzione. Precisare «consulenza di parte» ne indica origine e valore. Il condizionale non indebolisce una notizia: comunica onestamente il grado di certezza raggiunto. Essere super partes non significa assegnare lo stesso peso a ogni voce, ma dichiarare origine, limiti e forza dimostrativa di ciascun elemento.
È esattamente contro le scorciatoie della suggestione che ho scritto “Cento tecniche segrete del giornalista investigativo. Domande, strategie e consigli pratici per arrivare alla verità”. Il titolo parla di segreti, ma quello più importante è forse il meno cinematografico: non innamorarsi mai della propria tesi. Il manuale traduce in strumenti concreti il metodo già sviluppato in “Giornalismo investigativo e d’inchiesta”, pubblicato nel 2025 dall’Ordine nazionale dei giornalisti e dalla Fondazione sul giornalismo italiano Paolo Murialdi. Il principio è semplice: separare sempre il dato, la fonte, l’interpretazione e ciò che quel dato consente realmente di concludere.
Tra le cento tecniche c’è quella dei Tre Perché, che obbliga il giornalista a superare la spiegazione più comoda. Applichiamola a una frase diventata un classico di molte pseudo-inchieste: «Qui nessuno parla: hanno paura». Perché il silenzio dovrebbe dimostrare la paura? Perché escludere pudore, diffidenza, stanchezza, tutela legale o semplice indisponibilità? Perché una supposizione del cronista dovrebbe diventare la conclusione del servizio?
Se a queste domande non seguono fatti verificabili, non è stata scoperta l’omertà: è stato attribuito arbitrariamente un significato al silenzio. «Nessuno parla perché tutti hanno paura» è una suggestione a buon mercato venduta come inchiesta. È anti-giornalismo, perché trasforma l’assenza di risposte nella conferma della tesi che non si è riusciti a dimostrare. Il giornalismo investigativo non riempie i vuoti con l’immaginazione: li rende visibili e, quando non può superarli, ha l’onestà di dichiararli.
Il processo mediatico premia invece la certezza immediata. Una stessa fonte, rilanciata da programmi, siti e profili social, sembra diventare un coro di conferme indipendenti. Nascono tifoserie che non esaminano più gli elementi, ma difendono una narrazione. Non serve un complotto per deformare un caso: basta un sistema che remunera le certezze e considera il dubbio una debolezza.
Al centro dovrebbe tornare Chiara Poggi. Tutelare la presunzione di non colpevolezza di Sempio non significa assolvere Stasi; ricordare la condanna definitiva di Stasi non impedisce di analizzarla criticamente; rispettare la famiglia Poggi non autorizza a indicare un nuovo colpevole prima del giudice. Il pubblico non ha bisogno di un magistrato senza toga, di un detective da salotto o di un cronista che scambi i punti esclamativi per prove. Ha bisogno di professionisti capaci di spiegare che cosa è accertato, che cosa è contestato, chi sostiene ogni tesi e che cosa ancora non sappiamo. Il bravo giornalista non è quello che arriva per primo a un colpevole. È quello che, per arrivare alla verità, non sacrifica nessuno lungo la strada.
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Alessandro Politi
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