23.21 – domenica 16 agosto 2026
Nella pausa di Ferragosto mi sono divertito a scrivere un articolo su Travaglio come lo scriverebbe Travaglio. Un character assassination, insomma, nel suo stile che non è inimitabile.
MASSAGGI IN CODICE
Dunque Travaglio il Raglio ha fatto sentire la sua voce in difesa di Sigfrido Ranucci. È comprensibile. Per uno che ha creduto a una sconosciuta massaggiatrice uruguaiana (sconosciuta in senso letterale: pare che non l’abbiano mai incontrata) deve sembrare un peccato veniale aver creduto a Valter Lavitola, un tipo certamente più informato.
Pur atteggiandosi ad “apostolo della verità”, Travaglio è infatti un grande esperto di bufale. Quei pochi che non ci cascarono, ricordano ancora la sua analisi di politica internazionale da Guinness dei primati. Il 23 febbraio del 2022 irrideva su “Il Fatto”, nome omen, “l’ennesima fake news americana dell’invasione russa dell’Ucraina (ancora rinviata causa bel tempo)”. Mal gliene incolse. All’alba del giorno dopo una poderosa armata di Putin invase l’Ucraina per prendere Kiev. Travaglio trovò subito il modo di riparare alla figuraccia: avendo ‘bucato’ l’inizio della guerra dei russi, la dichiarò immediatamente finita perché vinta dai russi. I quali però, dopo quattro anni e mezzo, e nonostante le profezie del loro “best friend” italiano, stanno ancora lì a morire e combattere.
Travaglio ha un problema con le fonti, soprattutto quanto tenta la fortuna all’estero. Dopo l’Ucraina, ci ha provato con l’Uruguay. Su input di una manina sconosciuta (fossi in lui, mi farei qualche domanda) ha tentato addirittura di mettere sotto impeachment il Presidente Sergio Mattarella (estremamente inviso a Mosca, guarda un po’), accusandolo di aver concesso la grazia a Nicole Minetti senza sapere che aveva strappato un bambino alla madre ed esercitava in Sud America il mestiere di maîtresse. Il tutto con l’inoppugnabile testimonianza di una donna senza volto e di un tassista senza nome. Con il suo verdetto finale, la Procura Generale di Milano ha sepolto nel ridicolo la cosiddetta “inchiesta”.
Ma Travaglio sa fare anche di meglio. Nel pieno della campagna referendaria sulla giustizia, per esempio, riuscì addirittura a far parlare i morti, due eroi italiani che meriterebbero più rispetto. Inventò infatti letteralmente dal nulla, sempre però con l’aria fattuale del Fatto, due vecchie interviste di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino contrarie alla separazione delle carriere. A Borsellino ne fu addebitata una all’interno del programma Samarcanda del 23 maggio 1991, in cui avrebbe affermato categorico: “Separare le carriere significa spezzare l’unità della magistratura.
Il magistrato requirente deve poter svolgere la sua funzione senza dover rendere conto al potere politico”. Fu però rapidamente accertato che a) il magistrato non aveva mai pronunciato queste parole; e b) che non era mai stato presente nella puntata di quel giorno né in altre. Ma le bugie di Travaglio hanno le gambe lunghe. E infatti il non-fatto rivelato dal Fatto (la menzogna, insomma), venne riproposta in varie salse da giornalisti e politici. A Otto e mezzo, il 3 novembre scorso, l’aveva ripetuta in diretta tv lo stesso Travaglio il Raglio, aggiungendo il commento perentorio: “Borsellino era radicalmente contrario alla separazione delle carriere”.
Ma prima che con Borsellino, Travaglio ci aveva provato con Falcone. Il suo giornale ha scritto che il magistrato ucciso dalla mafia a Capaci aveva rilasciato un’intervista a Repubblica, il 25 gennaio ’92, in cui dichiarava: “Temo che si voglia, attraverso questa separazione, subordinare la magistratura inquirente all’esecutivo. Questo è inaccettabile”. Una bufala anche questa: l’intervista non esiste. È una fake news che è stata ripetuta in tv da Gratteri, che si era fidato di Travaglio e l’ha presa per oro colato. Esiste invece, quella sì, un’intervista su Repubblica del 3 ottobre ’91 nella quale Falcone diceva: “Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero … che nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice… Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il pm sotto il controllo dell’Esecutivo”. D’altra parte il “giornalismo d’inchiesta”, di cui Travaglio è maestro, ha il vizietto dell’uso politico dei defunti: commentando la sua triste storia con Lavitola, Sigfrido Ranucci ha stabilito di recente un parallelo alquanto blasfemo con il sacrificio di Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Falcone e Borsellino. Che Dio lo perdoni.
Avere un’influenza in politica è un’altra ossessione che accomuna il Raglio a Ranucci. Ma mentre il secondo ha trovato sulla sua strada (per nostra fortuna) un Lavitola a fargli da press agent, Travaglio ha preferito fare lui da press agent per numerose e improbabili avventure politiche. Nel 2013, per esempio sostenne con vigore la candidatura del suo amico ex pm Antonio Ingroia (facevano persino le vacanze insieme) e del suo partito, modestamente chiamato Rivoluzione Civile: prese il 2,25% alla Camera e l’1,79% al Senato. Nessun seggio. Non pago, nel 2022 simpatizzò per l’Unione Popolare di Luigi De Magistris (un altro ex pm, Travaglio non frequenta altro che inquirenti, già un gip gli sta sulle palle): prese l’1,43% alla Camera e l’1,36% al Senato. Nessun seggio.
Fu però miracolato da Grillo, l’unico vincente che abbia mai incrociato, e che lo prese in simpatia; lui lo ripagò con la ormai celebre intervista genuflessa del 13 luglio 2012, fatta di domande senza interrogativo. Esempi: “Il rischio è che tra qualche mese scavalchiate il Pd”; “Poi vi tocca governare”; “Berlusconi ti sta studiando”.
A essere onesti c’erano anche domande con il punto interrogativo. Esempi: “Come immagini il prossimo Parlamento?”, “Vedi mai i dibattiti politici in tv?, “Non temi qualche polpetta avvelenata?”. Quando però capì che Grillo non lo rispettava neppure come zerbino, lo tradì per Conte un attimo prima che questi fosse cacciato da Palazzo Chigi. Pochi giorni prima che Mattarella conferisse il mandato a Draghi, lui annunciò sul suo giornale con la solita aria saputa che Draghi non avrebbe mai accettato. Il suo governo rimase in carica 616 giorni. Insomma, in politica non ne ha mai azzeccata una.
Il pregiudicato Travaglio (così definisce coloro che sono stati condannati, e lui lo è stato numerose volte, in sede civile e penale, per diffamazione) manderebbe in galera chiunque tranne Putin, che è accusato solo di crimini contro l’umanità. Il suo metodo di sputtanamento è sempre lo stesso: usare contro il nemico di turno una mezza verità, ma non dicendo tutta la verità e nient’altro che la verità. È riuscito così a farsi condannare a ricchi risarcimenti, da Previti al padre di Renzi, perdendo cause per allusioni e insinuazioni non provate
. Ora è stato citato in un tribunale americano (lì niente Anm, ahi lui) per 250 milioni di dollari da Giuseppe Cipriani, il marito di Nicole Minetti, che si ritiene diffamato per le accuse rivoltegli a nome e per conto della massaggiatrice uruguaiana. Stavolta Travaglio ha molto ragliato (ha persino minacciato di querelare la procuratrice generale di Milano che ha smontato il castello di accuse, querela che non risulta però mai partita). E ha protestato perché la grande stampa non lo difende abbastanza da questa causa, che può costargli la chiusura del giornale. Sta chiedendo solidarietà a colleghi che il suo giornale ha definito “feccia”: “Una informazione prona al potere, perché tenuta per le palle grazie a quelle elemosine (i contributi pubblici all’editoria, ndr). Non spenderò neppure una virgola per la feccia dattilografa”, firmato Antonio Padellaro.
Noi però la solidarietà gliela diamo lo stesso. Il Fatto non deve chiudere. Come potremmo vivere senza la dose di divertimento quotidiano regalatoci dai suoi editoriali? D’altra parte cominciò la sua carriera con il Premio Satira Politica di Forte dei Marmi. Il suo talento comico è indubbio. Peccato che l’abbia sprecato pretendendo di occuparsi di cose serie.
Naturalmente ho scherzato. Non scenderei mai così in basso. Non pubblicherei mai un articolo scritto in travagliese sul giornale su cui pubblico i miei, il Corriere della Sera. Anche perché non è abitudine dei “giornaloni” (così ci chiama lui) replicare ai giornaletti.
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