Cento gigawatt di carta minacciano la rete elettrica italiana. La corsa ai data center trainata sì dall’intelligenza artificiale, ma anche da una spirale speculativa in piena regola, mette sotto assedio l’infrastruttura energetica nazionale. Una valanga di richieste amministrative rischia di paralizzare l’intero sistema, gestito da Terna. «Il grande problema è che per legge si deve dare una soluzione minima di connessione a chiunque – spiegano fonti vicine al dossier -. Anche se poi non realizzerai mai l’impianto o se non lo venderai mai, come fanno molti fondi immobiliari. Così si crea la bolla».
I dati
I numeri danno l’immagine di un comparto preda di spregiudicate manovre finanziarie. Al 31 luglio le domande di allaccio pervenute al gestore della rete di trasmissione è di 95,86 GW per 529 pratiche. Un dato fuori scala rispetto alla potenza installata attuale, pari a circa 0,6 GW (quasi tutti collegati alla rete dei distributori locali e non in alta tensione), e alle stime di fabbisogno al 2035 comprese tra 2,3 e 4,6 GW. Il meccanismo speculativo si nutre di una falla nel sistema che impedisce di respingere in via preventiva le istanze. In sostanza, operatori e società veicolo prenotano la potenza grazie al versamento di cauzioni di poche migliaia di euro. E poi rivendendo le autorizzazioni sul mercato secondario, generando i cosiddetti “paper projects”.
La geografia
L’80% di questa massa si concentra nel Nord Ovest. Lombardia e, a ruota, Piemonte diventano epicentro di uno scontro istituzionale. Il governo ha provato a forzare la mano con l’articolo 8 del dl 21/2026, convertito nel decreto Bollette. La norma introduce un procedimento unico gestito dal ministero dell’Ambiente che unifica valutazione di impatto ambientale (Via), autorizzazione integrata ambientale (Aia) e autorizzazione paesaggistica in un iter perentorio di 10 mesi, equiparando i data center a infrastrutture strategiche di interesse nazionale per aggirare i veti locali. Per arginare la deregulation statale, la Regione Lombardia ha risposto con una legge regionale, la n. 11 del 3 giugno 2026, vincolando gli impianti sopra i 5 MW a rigidi standard urbanistici e innescando un conflitto di attribuzione.
L’intervista
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I cambiamenti
La pressione sull’infrastruttura di trasmissione richiede un potenziamento radicale per evitare il collasso. Fino a quando la parte finale del decreto Energia dedicata alle connessioni non verrà licenziata – dal Mase fanno sapere che «è in dirittura d’arrivo», dato che il 6 agosto è arrivato l’ok dell’Arera – la situazione resta critica. «Stando così le cose, bisognerebbe fare una stazione elettrica ogni 10 km, cosa ovviamente non sostenibile», aggiungono le fonti vicine al dossier, anticipando un imminente ingresso delle banche nel business. Anche fonti del Mase riferiscono come «sia evidente che l’aumentare della capacità di calcolo richiederà l’integrazione di altre infrastrutture di produzione di energia, che garantiscano maggiore stabilità». E aggiungono che è in fase di valutazione «una soluzione tecnica specifica per gli impianti produttivi, da applicare alle istanze di connessione dei data center, coinvolgendo Arera per definire i criteri» nel quadro del decreto Bollette.
Nell’Ue
Il paradosso italiano nasce dalle difficoltà incontrate dalle multinazionali nei mercati nordeuropei. Dieci anni fa, l’Irlanda ha pianificato lo sviluppo dell’alta tensione senza valutare l’impatto reale e tutti gli sviluppatori se ne sono andati. Ora i grandi player globali puntano l’Italia, attratti da una pianificazione di rete logica e accogliente, sebbene gli effetti di questa migrazione richiederanno almeno 10 anni per palesarsi. Nel frattempo, il governo ha blindato 7 progetti dichiarandoli di interesse strategico per un investimento di circa 25 miliardi. Tra questi spiccano il campus da 400 MW a Zibido San Giacomo curato da K2 per 5,3 miliardi, gli hub di Amazon e le operazioni di Vantage, oltre alla riconversione sotterranea da 1,5 miliardi nell’ex miniera sarda di Monte Sinni curata da Energy Vault.
Il caso limite
Per capire l’impatto della bolla sui territori, basta avventurarsi nella provincia di Brescia. Un perimetro dove sono in corso 11 richieste di allacciamento per una potenza record di 3,2 GW, sufficiente a mandare in crisi l’intera architettura di rete. Le multinazionali hanno depositato progetti coinvolgendo Comuni come Ospitaletto per 800 MW e Flero per 560 MW. Oppure Travagliato, dove la società immobiliare East Gate ha fatto richiesta di una linea in grado di reggere fino a 300 MW (su una carta da 950 MW) per alimentare un impianto reale da 120 MW.
Ma il no della Conferenza dei servizi della Provincia e del sindaco del comune, Renato Pasinetti, hanno innescato un braccio di ferro. «Siamo contrari a operazioni dove non sappiamo chi è l’operatore finale, le dimensioni effettive del data center, come avverrà il raffrescamento e quanta acqua sarà utilizzata», dice Pasinetti. Ieri è scaduto il termine per l’invio del piano attuativo da parte di East Gate.
Il primo cittadino è chiaro: «Per noi l’operazione è morta, a meno che il governo nomini un commissario». Peraltro, il cortocircuito in Lombardia lo esplicita l’assessore regionale alle Risorse energetiche Massimo Sertori: «Quelli di cui abbiamo certezza che saranno costruiti sul territorio avranno una richiesta di circa 3 GW, ma le domande depositate a Terna ammontano a 30 GW. Dietro molte domande, non ci sono operatori intenzionati a investire, ma a rivendere la richiesta». Un fenomeno da scongiurare? «Sì, perché non ci mette nelle condizioni di fare una programmazione vera».
Lo scenario
Le trincee locali si basano anche su criticità ambientali ben documentate. Il consumo elettrico smisurato imporrebbe la costruzione di elettrodotti in alta tensione. A questo si somma l’effetto idrovoro dei sistemi di raffreddamento, costretti a lavorare ininterrottamente. I 3,2 GW teorici bresciani consumerebbero oltre 64 milioni di litri di acqua al giorno, un volume pari al fabbisogno quotidiano di 300 mila persone. Un prelievo insostenibile in aree già provate da stress idrico, a cui si aggiunge il disturbo acustico generato dalle ventole di climatizzazione industriale a ridosso delle zone residenziali. Problemi che, anche in Italia, dovranno prima o poi essere affrontati come già accade negli Usa.
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Giovanni Turi, Fabrizio Goria
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