Make America Great Again è nato come protesta contro i costi sostenuti dagli Stati Uniti fuori dai propri confini. Donald Trump è arrivato due volte alla Casa Bianca promettendo America First, ma continua a impicciarsi degli affari del mondo. Il secondo mandato è stato assorbito dalla guerra ormai senza fine con l’Iran e dal cambio di regime imposto in Venezuela. Trump ha cercato di ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente, ha rivendicato la Groenlandia, territorio di un alleato e scaricato la Corea del Sud per tornare a parlare con Kim Jong Un. L’isolazionismo MAGA si è rivelato selettivo: i sovranisti americani vogliono scrollarsi di dosso gli obblighi verso gli alleati, pur conservando il potere di condizionarne le scelte. E il ministro della Guerra (finora mai vinta) Pete Hegseth ha addirittura inviato ai trentuno Paesi della NATO un questionario che chiede se abbiano sostenuto pubblicamente la politica estera di Trump, imposto restrizioni all’uso delle basi americane o appoggiato regole che favoriscono l’acquisto di armi europee rispetto a quelle statunitensi. Le risposte potrebbero pesare sulla revisione della presenza militare americana nel continente.
Il Financial Times ha indagato sul perché l’Europa occupi tanto spazio nell’agenda di un movimento che continua a professarsi isolazionista. Washington non si limita più a criticare l’orientamento dell’Europa: sceglie interlocutori, finanzia organizzazioni affini e interviene sulle decisioni politiche e giudiziarie degli alleati. Il vice presidente degli Stati Uniti JD Vance ha cercato, senza successo, di far vincere le elezioni in Ungheria a Viktor Orbán e in Romania ha accusato le autorità di avere annullato le elezioni presidenziali sulla base di prove insufficienti sulle interferenze russe. Il Dipartimento di Stato ha aperto un programma di finanziamenti da uno a tre milioni di dollari per organizzazioni europee impegnate contro quella che Washington definisce censura, qualsiasi cosa voglia dire. Nel Regno Unito ha inoltre previsto dodici milioni di dollari per organizzazioni legate a Jacob Rees-Mogg, ex ministro conservatore e volto di primo piano della Brexit, e a Toby Young, giornalista vicino alla destra e fondatore della Free Speech Union.
Nella Strategia di sicurezza nazionale gli Stati Uniti promettono di rafforzare le nazioni considerate «sane» dell’Europa centrale, orientale e meridionale per ridurre l’influenza politica dell’Unione europea, facendo leva sul governo di Giorgia Meloni, sulla destra polacca vicina al presidente Karol Nawrocki e sul peso della FPÖ austriaca. Sarah Rogers, sottosegretaria di Stato per la diplomazia pubblica, ha portato a Dublino e Varsavia la campagna contro le norme europee sui contenuti digitali. Negli incontri con funzionari e associazioni locali ha presentato il Digital Services Act come uno strumento che limita la libertà di parola, soprattutto quando vengono espresse posizioni contrarie all’immigrazione, e penalizza le piattaforme tecnologiche americane. Durante la stessa missione ha annunciato che il suo ufficio avrebbe finanziato organizzazioni europee disposte a contrastare queste restrizioni.
Dietro tutte queste iniziative c’è un cambiamento nel significato dell’alleanza atlantica. Per decenni gli Stati Uniti hanno collaborato con governi europei di orientamento diverso, purché restassero dentro il sistema di sicurezza occidentale. Potevano discutere su tasse o diritti civili. Potevano avere politiche migratorie distanti da quelle americane. La loro affidabilità dipendeva soprattutto dal rapporto con Mosca e dal contributo alla difesa comune. La nuova destra americana chiede qualcosa in più: pretende una convergenza sul tipo di società che l’Occidente dovrebbe essere.
Per capire questa pretesa bisogna partire dall’idea di nazione diffusa dalla propaganda MAGA. Ovvero una popolazione che condivide una storia e riconosce una cultura dominante. La cittadinanza giuridica da sola non basta a garantire quella continuità. Se l’arrivo di nuovi gruppi cambia rapidamente la composizione della società, secondo loro, anche il Paese finisce per diventare diverso. Per i sovranisti americani, una società di origine immigrata può restare coesa soltanto se chi arriva assume come propria l’identità nazionale del Paese che lo accoglie. Il melting pot viene inteso esattamente in questo senso: le differenze private possono sopravvivere, ma devono confluire in una cultura pubblica comune. Il modello europeo appare loro più debole perché tende a chiedere agli immigrati il rispetto delle leggi senza pretendere lo stesso grado di assimilazione culturale. La possibilità di conservare lingua, religione e consuetudini viene letta come il riconoscimento di comunità separate, capaci nel tempo di formare società parallele. L’allarme diventa più forte quando l’immigrazione proviene da Paesi a maggioranza musulmana. Nell’immaginario MAGA, l’Islam è descritto come un sistema di valori che regola anche la vita pubblica e che, proprio per questo, sarebbe difficilmente conciliabile con le radici cristiane attribuite all’Occidente.
Insomma, secondo gli ideologi MAGA l’Europa starebbe andando verso un «suicidio culturale» perché avrebbe permesso all’immigrazione di modificare in profondità l’identità delle sue nazioni, restringendo al tempo stesso lo spazio politico nel quale quella trasformazione può essere contestata. Le norme contro l’incitamento all’odio renderebbero più difficile criticare le politiche migratorie, mentre il diritto dell’Unione sottrarrebbe ai governi nazionali parte degli strumenti necessari per cambiarle. L’Europa avrebbe così costruito un sistema che rende sempre più difficile correggere la direzione intrapresa. Una lettura in parte superata dai fatti visto che il Patto su migrazione e asilo, entrato in vigore il 12 giugno, ha introdotto controlli più rapidi alle frontiere, procedure accelerate per i richiedenti provenienti da Paesi con bassi tassi di riconoscimento e strumenti più severi per i rimpatri. Ma la questione di Ceuta ha riaperto la discussione anche oltreoceano.
Nel libro “The Rise and Fall of American Europe”, il politologo Glyn Morgan descrive la fine dell’Europa costruita sotto la guida americana. Il modello del dopoguerra si basava sull’idea che gli Stati Uniti avessero interesse a proteggere un continente stabile e integrato. La nuova America di MAGA si considera la custode di una civiltà tradita dalle sue classi dirigenti. Bruxelles diventa allora il corrispettivo europeo della burocrazia federale che Trump combatte a Washington: un centro di potere popolato da funzionari, lontano dagli elettori e convinto di sapere che cosa sia meglio per loro.
Il progetto della destra sovranista americana incontra un limite politico: in buona parte d’Europa Trump è diventato un alleato troppo ingombrante da esibire. Il Rassemblement National condivide con MAGA la linea sull’immigrazione e, dopo la condanna di Marine Le Pen, ne ha ripreso gli attacchi contro i giudici. Un allineamento esplicito con Washington avrebbe però costi elevati. Trump resta impopolare in Francia, i suoi dazi colpiscono le imprese che il partito promette di difendere e la guerra in Iran ha rincarato l’energia. Jordan Bardella adotta quindi il linguaggio trumpiano contro le élite, ma rivendica l’autonomia strategica francese e mantiene viva la tradizionale diffidenza nazionale verso gli Stati Uniti.
Giorgia Meloni conduce lo stesso equilibrio da una posizione di governo. Il rapporto con MAGA le garantisce un accesso privilegiato alla Casa Bianca, mentre la dipendenza italiana dai fondi europei rende impraticabile una rottura con Bruxelles. Ha scelto perciò di aumentare il proprio peso dentro l’Unione. Sull’Ucraina è rimasta ancorata alla linea atlantista, prendendo le distanze dai partiti nazionalisti più vicini a Mosca.
In Danimarca il rapporto con Trump si è spezzato sulla Groenlandia. Alcuni esponenti della destra nazionalista avevano celebrato la sua vittoria e cercato rapporti con il mondo MAGA. Hanno cambiato tono quando il presidente ha rivendicato il controllo dell’isola. Un partito costruito sulla difesa della sovranità danese non poteva accettare la pretesa americana senza perdere credibilità. Nel giro di poche settimane, la vicinanza alla Casa Bianca è diventata un costo elettorale
La Germania mostra con maggiore nettezza la contraddizione. Vance ha incontrato la leader dell’AfD Alice Weidel ed Elon Musk ha sostenuto pubblicamente il partito. Le affinità riguardano l’immigrazione e l’ostilità verso le regole europee. L’AfD vuole però riavvicinarsi alla Russia e contesta l’aumento della spesa militare richiesto da Washington. Per la Casa Bianca è un alleato utile contro Bruxelles, molto meno quando entrano in gioco gli interessi strategici americani. Il prossimo test arriverà il 6 settembre in Sassonia Anhalt. Alla fine di luglio l’AfD era accreditata del 41 per cento. Berlino ha già chiesto a Washington di tenersi fuori dalla campagna. Il rapporto con gli Stati Uniti entrerà comunque nel voto tedesco come parte del conflitto interno sul futuro dell’estrema destra.
Per questo al movimento MAGA conviene battere il ferro sull’unico tema inossidabile tra le due sponde dell’Atlantico: la politica migratoria. L’idea di remigration è nata negli ambienti identitari europei e indica un programma di espulsioni su larga scala. La destra americana l’ha fatta propria. Ora le deportazioni attuate da Trump vengono presentate agli europei come la prova che quel progetto possa essere applicato da un governo occidentale.
Nel maggio 2026 circa cinquecento attivisti si sono riuniti a Porto per il Remigration Summit. Tra i relatori figurava un ex dirigente della Border Patrol. Il suo messaggio era concreto: gli Stati Uniti disponevano già degli strumenti amministrativi necessari e l’Europa poteva seguirne l’esempio. In quella lezione, con Washington nel ruolo del modello e gli europei in quello degli allievi, si concentra il paternalismo descritto dal Financial Times. La destra americana considera il continente la culla della civiltà alla quale appartengono gli stessi Stati Uniti e vive le sue trasformazioni come una «ferita morale», quasi fossero il ripudio di un’eredità comune. MAGA si presenta così come l’erede più fedele di una tradizione che gli europei avrebbero smesso di difendere e si attribuisce il compito di ricordare loro le autentiche radici dell’Occidente. Questa pretesa incontra però un limite nelle destre europee. Possono condividere la diagnosi americana sull’immigrazione e sulla perdita di sovranità, ma sono assai meno disposte ad accettare la tutela politica di Washington.
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Pietro Maggi
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