La mia amica geniale telefona di domenica mattina, che è anche il giorno dopo Ferragosto: i giornali non sono usciti. Ma i siti sono aggiornati, e lei diversamente da me li ha già guardati: su quello del Corriere intervistano l’ennesimo giornalista che brigava con Lavitola per fare di Ranucci il leader politico che ci avrebbe potuto far rivalutare Beppe Grillo.

Non è l’ex direttore del Corriere, Paolo Mieli, che già sul suo ruolo di spin doctor alle vongole (sgusciate) aveva dato un’intervista sabato, aprendo una frattura ideologica come non se ne vedevano dall’amnistia di Togliatti, tra chi è per le vongole coi gusci e chi pretende che dei gusci si preoccupino in cucina; non è il direttore di Repubblica, Stefano Cappellini, che del suo essere stato fatto girar da Lavitola come fosse una bambola aveva già scritto venerdì.

Questa volta è uno che né io né la mia amica geniale abbiamo mai sentito nominare: Alessandro D’Amato lavora per Open e per tutta l’intervista, quando cita le proprie conversazioni con Lavitola, riferisce le proprie frasi col vocativo «Valterino»; l’intervistatrice del Corriere non chiarisce mai se il diminutivo sia da intendersi come sussiegoso o confidenziale. (Nel pezzo che aveva scritto per Open, D’Amato aveva svelato anche il soprannome infantile di Lavitola, Ciòciò: la classe dirigente che fa le vocette, cosa potrà mai andar storto).

La mia amica geniale telefona di domenica mattina e dice: il ristorante di Lavitola è la nuova chat del 25 aprile. Mi sento investita da un camion di rimosso. La chat del 25 aprile. Sembrano passati sette secoli. I soldi nel puff di Poggiolini mi parrebbero un riferimento più fresco. Non molti giorni prima un’altra amica mi aveva segnalato un’altra intervista sul Corriere. A Roberto D’Antonio, che per un periodo è stato il mio parrucchiere, e al quale il Corriere fa il tipo d’intervista più in voga in questi anni in cui la riconoscibilità è valuta da clic e funziona come i featuring di Spotify: parlami dell’amico tuo famoso. Le domande sono una lista di nomi famosi, e per ognuno Roberto D’Antonio ha un aneddoto, un complimento, un ricordo.

La mia amica me l’aveva segnalata con un certo sprezzo, come lei fosse superiore, come non fosse una che vive a Roma, in mezzo alla materia di cui sono fatti i saloni di D’Antonio e i ristoranti di Lavitola. Ma non è per questo che mi torna in mente, bensì per alcune chiacchiere d’inizio maggio.

L’inizio di maggio era stato l’unico momento, prima di queste settimane di delirio collettivo, in cui nelle conversazioni cui prendo parte si fosse parlato di Ranucci. Era tutto cominciato un mese prima.

Forse ve ne ricordate: all’inizio della primavera una tal Claudia Conte era andata in un podcast (e dove sennò) a dire che era l’amante del ministro Piantedosi. Era una di quelle storie che ci erano sembrate appassionantissime per dodici ore, e poi erano state assorbite dal rumore di fondo.

Un mese dopo, gira voce che stia per scoppiare un altro scandalo. Un ministro in carica, una signorina vistosa. Ma a questo embrione di pettegolezzo qualcuno aggiunge un dettaglio: lei, la signorina che rovinerà il ministro e farà cadere il governo (a Roma pensano d’ogni sciocchezza che farà cadere i governi: per essere gente che ha visto duemila anni di storia, sono proprio nati ieri), lei sarebbe l’ex di Ranucci.

Io sono una ragazza semplice, non sono mai stata al ristorante di Lavitola, vengo da una provincia consociativa ma sono rimasta pura di cuore: penso che un giornalista col piglio barricadero e un ministro di destra non abbiano nulla in comune – non trovate adorabile la mia ingenuità? – e quindi m’incuriosisco. Non sono l’unica.

Nelle settimane successive m’accade di passare da Roma, e ogni volta qualcuno aggiunge un nuovo dettaglio. Il mio preferito, un pettegolezzo sicuramente infondato, è quello secondo il quale, a un premio per il suo coraggiosissimo giornalismo schienadrittista, Ranucci si sarebbe presentato con una signorina, la riferisco come mi fu detta allora, «vestita con una specie di rete da pesca, senza reggiseno, avrà avuto una sesta di tette». (Sono solidale: detengo anch’io una latteria, e anch’io trovo i reggiseni scomodissimi).

Finché, nell’ultimo posto in cui ci si potrebbe aspettare avvenisse una conversazione del genere, a una cena all’interno della Scuola Holden durante il Salone del libro di Torino, ci mettiamo a confrontare le foto trovate su Google. Questa qui è quella in comune tra l’investigatopo televisivo e il ministro, ma mica ha la sesta, no, forse non è la stessa con cui era andato al premio.

Non fate quelle facce, non è che voi a cena parliate di Heidegger. E vi dirò, nessuna delle pagine di giornale di queste settimane in cui tutti parlano di Ranucci, tutti hanno un aneddoto su Ranucci, tutti sono stati a mangiare le vongole con Ranucci, nessuna delle storie recenti mi è parsa interessante quanto lo era la ben più autentica curiosità sulle signorine di suo gusto (nessuno tra quelli con cui avevo parlato aveva letto il suo libro, quindi non sapevamo della sua vita sentimentale da mélo).

Ma il dettaglio migliore di questo pettegolezzo a metà (e certamente infondato e fantasioso e macchina del fango) è un altro. È che, appena questa voce inizia a girare, chiamo una persona che le cose romane le sa tutte. Chiamo per chiedere il nome della signorina, e ricevo in cambio uno sbuffo.

Non perché sia noiosa la mia domanda, o almeno non esplicitamente; perché, subito prima di me, il mio interlocutore ha ricevuto la telefonata d’un direttore di giornale romano che voleva sapere la stessa cosa. La persona che ho chiamato dice a quel punto la frase più romana che abbia mai sentito, e quella frase è: non so come faccia a non averlo saputo finora, da Roberto D’Antonio non si parla d’altro.

Quindi certo, c’è una tradizione di ristoranti romani e destini del paese che vengono colà decisi, e persino di vongole sgusciate. Appena arrivata a Roma andavo a mangiare da Piperno perché lì gli spaghetti li facevano con le vongole sgusciate. Solo qualche anno dopo mi raccontarono che Piperno era anche il ristorante da cui, quando la sua futura seconda moglie abitava in un appartamento con affaccio su quella piazzetta, Eugenio Scalfari si faceva riempire di carciofi alla giudìa un cestino calato dalla finestra.

C’è una tradizione di ristoranti ma anche di saloni di parrucchieri, d’altra parte da dove altro dovrebbero passare le decisioni che riguardano il paese, se non dai posti dove si sta seduti a chiacchierare: i custodi delle istituzioni sono quelli che ti sgusciano le vongole, e quelli che ti fanno i colpi di sole. Che per i pettegolezzi politici si vada da Roberto D’Antonio può meravigliare solo chi è abbastanza ingenua da stravolgersi scoprendo che giornalisti di sinistra e ministri di destra hanno gli stessi gusti in fatto di carne.

Dal cestino fatto riempire di carciofi alla giudìa a oggi, mi pare che l’unica costante qualitativa sia Roberto D’Antonio. Per il resto è tutto declino delle élite: dall’Espresso alla chat del 25 aprile, da Scalfari a Ranucci, da Piperno al Cefalù Bistrot. Roma come principale prova che l’evoluzione della specie è una teoria fallibile.


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