Per decenni Hollywood ha avuto un sistema abbastanza semplice per capire quanto valesse una star: si prendeva il nome scritto più grande sulla locandina, si guardava quanto aveva incassato il suo ultimo film e, se il pubblico continuava a comprare il biglietto indipendentemente dal titolo, dal regista e perfino dalla qualità dell’opera, quel nome diventava una garanzia bancaria prima ancora che cinematografica. Julia Roberts, Tom Cruise, Will Smith, Leonardo DiCaprio: il ragionamento era brutale ma comprensibile, perché esistevano attori capaci di trasformare la propria presenza nel principale argomento commerciale di un film. Nel 2026, però, stabilire quanto “valga” davvero una star è diventato molto più complicato, perché il cinema continua a essere il centro di un sistema economico gigantesco, ma intorno alla sala si sono sviluppati fandom digitali, social network, universi narrativi, proprietà intellettuali che attraversano cinema, streaming, videogiochi e merchandising, mentre il confine tra la capacità di un attore di portare pubblico e quella di un franchise di portare con sé l’attore è diventato sempre più difficile da individuare.

È proprio questa ambiguità a rendere interessante la nuova analisi realizzata da PlayersTime sui nomi più “bankable” del cinema contemporaneo, costruita partendo dagli incassi mondiali cumulativi dei film usciti tra il 2025 e il 2026 nei quali ciascun interprete ha avuto un ruolo, anche secondario o di doppiaggio, e affiancando al risultato due indicatori della popolarità digitale, il numero di follower su Instagram e il volume mensile delle ricerche Google rilevato attraverso Ahrefs. Gli stessi autori precisano che la graduatoria degli incassi viene calcolata attribuendo agli interpreti il box office complessivo dei titoli ai quali hanno partecipato, indipendentemente dalla dimensione del ruolo: un dettaglio essenziale, perché trasforma la classifica non tanto nella prova matematica di chi “fa vendere” più biglietti, quanto in una fotografia molto interessante del punto in cui oggi si incontrano attori, blockbuster e grandi franchise.

La fotografia arriva, oltretutto, in un momento particolarmente significativo per le sale. Secondo l’International Union of Cinemas, nel 2025 il box office europeo ha prodotto ricavi vicini ai 6,9 miliardi di euro, con una flessione dell’1,2 per cento rispetto all’anno precedente e 873,2 milioni di ingressi, ma il quadro è cambiato rapidamente all’inizio del 2026: più di quindici Paesi europei hanno registrato crescite a doppia cifra nel primo trimestre e, nel mese di maggio, l’area EMEA si trovava addirittura il 24 per cento sopra il benchmark pre-pandemico utilizzato da Gower Street Analytics. Non significa che ogni mercato europeo abbia definitivamente cancellato le conseguenze del Covid, ma significa che il cinema in sala, periodicamente dato per moribondo, ha ricominciato a produrre numeri che costringono l’industria a riconsiderarne il peso.

Tom Holland e il paradosso della star europea

Guardando soltanto all’Europa, il primo nome è quasi inevitabile. Nel dataset di PlayersTime, aggiornato all’11 agosto, Tom Holland raggiunge 2,77 miliardi di dollari di box office cumulativo, davanti al francese Jean Reno, a quota 1,93 miliardi, e alla spagnola Oona Chaplin, con 1,49 miliardi.

Nel caso di Holland, tuttavia, il dato è già diventato quasi vecchio mentre lo si scrive, ed è proprio questa velocità a spiegare la dimensione del fenomeno. Spider-Man: Brand New Day ha superato i due miliardi di dollari worldwide nel terzo fine settimana di programmazione, mentre The Odyssey di Christopher Nolan, nel quale Holland compare accanto a Matt Damon, Zendaya e Anne Hathaway, ha raggiunto circa 1,29 miliardi di dollari globali. È per questo che i dati diffusi successivamente da PlayersTime attribuiscono ormai all’attore britannico oltre tre miliardi di dollari legati alle sue uscite recenti: quando due dei maggiori eventi cinematografici dell’anno condividono lo stesso interprete, la classifica può cambiare nell’arco di un weekend.

Ma è proprio Holland a rendere evidente il problema nascosto dietro la parola “bankable”. Quanti spettatori hanno comprato un biglietto di Spider-Man: Brand New Day perché volevano vedere Tom Holland, e quanti sarebbero entrati comunque in sala per Spider-Man? Quanto del successo di The Odyssey appartiene ai suoi attori, quanto a Christopher Nolan e quanto alla trasformazione ormai avvenuta dello stesso regista in una sorta di franchise umano, capace di vendere un film sulla forza del proprio nome?

Non esiste un’equazione in grado di separare questi elementi, ma probabilmente è proprio questo il punto: la star contemporanea non sostituisce più necessariamente il franchise, ci vive dentro e ne amplifica la potenza, portando con sé una comunità che esiste prima del film, continua durante la campagna promozionale e sopravvive molto dopo l’uscita nelle sale. Holland ne è forse l’esempio europeo più evidente perché combina Spider-Man, uno dei personaggi più riconoscibili della cultura pop mondiale, con un pubblico personale enorme: nel database conta circa 65 milioni di follower Instagram e 2,4 milioni di ricerche Google mensili.

Jean Reno, Oona Chaplin e il peso dei franchise

Dietro Holland arriva un risultato molto meno prevedibile, quello di Jean Reno, che a 78 anni raggiunge quasi 1,94 miliardi di dollari e diventa il francese con il maggiore box office cumulativo della graduatoria. La spiegazione, ancora una volta, è più interessante del numero stesso: una parte sostanziale deriva dal doppiaggio di Zootopia 2, il colosso animato Disney che ha superato 1,8 miliardi di dollari nel mondo, oltre che dalle altre uscite considerate nel periodo. PlayersTime sottolinea esplicitamente quanto l’animazione abbia alterato la parte superiore della classifica, perché anche una partecipazione vocale relativamente contenuta permette a un interprete di essere associato all’intero incasso di un blockbuster globale.

Lo stesso vale, con dinamiche differenti, per Oona Chaplin, terza europea con 1,486 miliardi. Qui entra in gioco la macchina di Avatar, un universo nel quale il valore commerciale della proprietà intellettuale precede qualsiasi singolo interprete e dove partecipare al franchise significa automaticamente entrare in una dimensione di pubblico globale difficilmente raggiungibile dal cinema indipendente.

Ed è forse questa la vera fotografia dell’Europa consegnata dai dati: il continente continua a produrre alcuni degli interpreti più riconoscibili e ricercati del cinema mondiale, ma una quota enorme della loro forza economica viene liberata quando quei talenti entrano nelle infrastrutture produttive e distributive americane, nei franchise Disney, Marvel e Avatar, oppure nei grandi eventi cinematografici costruiti intorno a registi come Nolan.

Sandra Hüller, una delle attrici europee più rispettate della sua generazione, arriva per esempio a 684,8 milioni di dollari, mentre la norvegese Renate Reinsve raggiunge 413,6 milioni. Più in basso, però, troviamo nomi la cui notorietà e il cui prestigio internazionale sono enormemente superiori al box office registrato durante la finestra considerata: Rebecca Ferguson è a 86,9 milioni, Mads Mikkelsen a 6,4 milioni, Isabelle Huppert a poco più di 11 milioni.
Non significa, naturalmente, che Huppert “valga” meno di un interprete coinvolto in un blockbuster da un miliardo di dollari, ma semmai il contrario: dimostra quanto una misurazione basata sugli incassi finisca inevitabilmente per misurare anche le scelte di carriera, la scala delle produzioni e soprattutto l’appartenenza o meno ai grandi universi globali.

Michele Morrone è il primo italiano

È interessante, da questo punto di vista, anche il capitolo italiano. A guidare nettamente la graduatoria nazionale è Michele Morrone, con 400,8 milioni di dollari di box office cumulativo, accompagnati da circa un milione di ricerche Google mensili e 15,9 milioni di follower Instagram.

Il distacco rispetto agli altri italiani è enorme. Matilda De Angelis raggiunge 46,3 milioni di dollari, Miriam Leone 8,26 milioni, Alessandro Borghi 6,5 milioni e Pierfrancesco Favino 4,39 milioni; seguono Greta Scarano con poco meno di un milione, Simone Susinna con circa 156 mila dollari e Lorenzo Zurzolo con poco meno di 58 mila.
Anche qui la tentazione di leggere questi valori come una graduatoria assoluta del talento o perfino della capacità di richiamare pubblico sarebbe fuorviante. Morrone possiede una proiezione internazionale e digitale molto diversa da quella di molti colleghi italiani, costruita a partire dal successo globale di 365 Days e poi trasformata in una riconoscibilità che supera il mercato nazionale; Favino, Borghi o Leone lavorano invece anche in un ecosistema nel quale gli incassi potenziali delle produzioni sono incomparabilmente inferiori a quelli di Hollywood. Il risultato non dice quindi chi sia il “migliore”, ma mostra con sorprendente chiarezza quanto la geografia produttiva nella quale un attore riesce a entrare determini ormai il suo peso economico internazionale.

Instagram non vende necessariamente biglietti

C’è poi un altro mito che i numeri contribuiscono almeno in parte a ridimensionare, quello secondo cui la popolarità digitale possa essere convertita automaticamente in pubblico pagante.

Sydney Sweeney è il caso più clamoroso: nel database viene associata a 12 milioni di ricerche Google mensili, più di qualsiasi altro nome analizzato, e conta circa 26 milioni di follower su Instagram, ma il box office cumulativo delle sue uscite considerate si ferma a circa 402,9 milioni di dollari. Dwayne Johnson, dall’altra parte, dispone di una macchina social da circa 382 milioni di follower, mentre Zendaya arriva a oltre 176 milioni; Tom Holland, pur essendo il principale interprete europeo per incassi, ne ha circa 65 milioni.
Le tre grandezze raccontano quindi fenomeni differenti: il box office indica la scala commerciale dei film nei quali un interprete si trova, Instagram misura la dimensione della sua relazione diretta con una comunità digitale, Google intercetta invece la curiosità del momento, che può dipendere da un film ma anche da una relazione sentimentale, un red carpet, una polemica o semplicemente dall’essere diventati il volto del discorso culturale di una determinata settimana. PlayersTime utilizza proprio questa combinazione per descrivere una star system nel quale la celebrità non ha più un unico centro di gravità.

E forse la parte più significativa della classifica è proprio quella che sembra, a prima vista, un difetto metodologico. Se John Leguizamo può risultare il primo nome mondiale grazie agli incassi cumulativi di film come The Odyssey e Zootopia 2, pur senza essere necessariamente l’elemento che ha convinto centinaia di milioni di spettatori a comprare il biglietto, significa che la vecchia idea della star autosufficiente non basta più a descrivere l’economia dell’intrattenimento.

Il potere si è spostato verso un sistema nel quale personaggi, franchise, registi, piattaforme e interpreti si prestano pubblico a vicenda, costruendo enormi ecosistemi nei quali è sempre più difficile stabilire chi abbia davvero portato chi al cinema. Non è un caso che i vertici della classifica siano popolati da persone che si trovano dentro Spider-Man, Zootopia, Avatar, The Odyssey o altri titoli-evento: la star del 2026 non deve soltanto avere un volto riconoscibile, ma deve riuscire a diventare parte di proprietà intellettuali capaci di vivere simultaneamente nelle sale, sui social e nella conversazione globale.

Per l’Europa il paradosso è ancora più evidente. Gli attori ci sono, il prestigio anche, e persino il mercato cinematografico sta mostrando segnali di nuova vitalità; l’UNIC ricorda inoltre che nel 2025 la quota dei film europei nell’Unione europea ha raggiunto il 31,4 per cento e che in Italia le produzioni nazionali sono arrivate al 32,7 per cento del box office, il dato più alto dal 2016. Eppure, quando si passa dalla forza culturale alla scala economica globale, sono ancora soprattutto i grandi sistemi industriali hollywoodiani a moltiplicare il valore delle star europee.

Tom Holland, in questo senso, non è soltanto il vincitore europeo di una classifica. È il simbolo di un cambiamento molto più grande: oggi il volto più redditizio del cinema europeo può essere britannico, ma il suo valore diventa miliardario quando attraversa Spider-Man, Nolan e la macchina distributiva globale americana. E forse la vera domanda non è più quanto valga una star, ma quanto valga l’universo nel quale quella star riesce a entrare.


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 Mariella Baroli

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