Dal 4 al 7 marzo del 2025, a New York, la Commissione statistica delle Nazioni Unite ha approvato il nuovo Sistema dei conti nazionali: la grammatica con cui ogni Paese calcola il proprio prodotto, il proprio deficit e la propria ricchezza. Tra le novità, una casella diversa dalle altre. I dati e le banche dati diventano attivo patrimoniale, accanto al software e alla ricerca e sviluppo. La formazione delle persone no. Il denaro speso per istruire un ventenne, riqualificare un cinquantenne, trasmettere un mestiere resta quello che era: spesa corrente. Consumo. Una cosa che esce e non torna. Qualche conto separato prova a misurarlo, ma quei numeri non entrano nel prodotto interno lordo e nessuno li guarda mentre si scrive una legge di bilancio.

Non è una disputa classificatoria. È il punto in cui una convenzione statistica diventa una gerarchia politica: ciò che chiami investimento entra nel patrimonio, ciò che chiami spesa deve giustificarsi ogni anno. E chi passa la vita a leggere bilanci sa che non esiste decisione più politica della classificazione di una voce.

Su queste pagine, l’altro ieri, Danilo Broggi ha recensito “Magnificamente umani” di Jamie Metzl e ha chiuso riprendendo una formula ormai celebre: tecnologie divine, istituzioni medievali, emozioni paleolitiche. Le tecnologie corrono da sole. Le emozioni non si riformano per decreto. Restano le istituzioni, l’unica delle tre cose su cui un legislatore possa davvero intervenire. Nella nostra architettura istituzionale manca una funzione, e per nominarla basta una parola: committente.

Il Rinascimento viene raccontato come una concentrazione miracolosa di geni. È una versione comoda della storia, perché consente di celebrarlo senza riprodurne le condizioni. I talenti nascono ovunque. La differenza è che allora qualcuno affidava loro una porta, una cupola, una fortificazione, una città da ridisegnare: un problema, risorse, una bottega e un’opera attraverso cui essere giudicati. La differenza decisiva non fu la disponibilità di genio. Fu l’istituzione che ordinava il lavoro e ne rispondeva.

Oggi facciamo il contrario, e conviene partire dal dato più favorevole. Ad aprile del 2026 l’Italia ha toccato il proprio massimo storico: 24 milioni 337mila occupati, tasso di occupazione al 63,1 per cento, il livello più alto dall’inizio delle serie mensili confrontabili, che l’Istat ricostruisce a partire dal gennaio del 2004. È un record vero e va riconosciuto. A giugno gli occupati sono 24 milioni 310mila. Eppure, nello stesso mese, il tasso di inattività tra i quindici e i sessantaquattro anni resta al 33,2 per cento: un terzo delle persone in età da lavoro non lavora e non cerca lavoro. La disoccupazione giovanile è al 18,4 per cento, in crescita di 1,5 punti in un solo mese. Sono due fatti veri insieme, e la contraddizione è esattamente il punto.

Nel frattempo, il programma Gol ha mobilitato 4,4 miliardi del Pnrr, poi aumentati di un altro miliardo, e ha centrato il proprio obiettivo europeo: oltre 3,1 milioni di persone prese in carico entro dicembre del 2024, di cui ottocentomila avviate ad attività formative. Prese in carico: è la formula perfetta, perché descrive il sistema dal lato dell’amministrazione e non da quello dell’opera. Il target misura quante persone sono entrate nel processo, non quante capacità qualcuno aveva domandato in uscita. Quale impresa, quale ospedale, quale comune aveva chiesto quelle ottocentomila competenze, e per costruire che cosa?

Non è un difetto del mercato del lavoro. È un fallimento di progettazione istituzionale. Mancano i traduttori tra una biografia e un compito, tra una capacità e un bisogno, tra una persona e l’opera alla quale potrebbe contribuire. Poi chiamiamo disallineamento il fatto che le imprese non trovino le persone mentre milioni di persone non trovano un posto in cui ciò che sanno fare serva davvero.

La regola che manca è di una semplicità quasi sgradevole: nessun corso finanziato con denaro pubblico senza un committente identificato. Prima di aprire un percorso, un’impresa, un comune, un ospedale, un museo o un’università dovrebbe dichiarare quale problema intende risolvere, quali competenze userà e quale esperienza retribuita offrirà a chi conclude. Prima la missione. Poi le competenze. Infine, una persona messa nelle condizioni di usarle.

È una regola che costa, ed è giusto dirlo. Renderebbe non finanziabile una parte consistente dell’industria formativa italiana, quella che vive di cataloghi e rendicontazione, e sposterebbe il rischio su chi la commessa deve firmarla e poi risponderne. Ma è l’unico modo per distinguere, a consuntivo, una spesa da un investimento. Oggi spendiamo senza sapere quale attivo abbiamo costruito.

Quella voce di spesa ha sempre un nome e un cognome. Davide ha trentacinque anni, tre attestati regionali conseguiti in cinque anni e nessuna commessa attaccata a nessuno dei tre. Non gli è mancata la formazione. Gli è mancato qualcuno che avesse deciso, prima, che quelle competenze gli servivano. Tre attestati in cinque anni e nessuna commessa non sono capitale umano. Sono inventario.

La dignità è un diritto, l’utilità è una relazione. L’obiezione è evidente e va presa nella sua versione forte: chi decide che cosa è utile, e che ne è di chi non può contribuire? La risposta dev’essere altrettanto netta. Non è il cittadino a dover dimostrare di meritare un posto nella società; è la società a dover dimostrare di non sprecare sistematicamente ciò che i suoi cittadini sanno fare. E si contribuisce lavorando, ma anche curando, educando, assistendo, trasmettendo un mestiere, tenendo insieme un quartiere.

Ho scritto su queste pagine, a proposito di un collegio dell’Essex, che il mercato politico vende oggi due forme di riconoscimento. L’appartenenza: sei dei nostri. La protezione: ti difendo io. Manca la terza, il contributo. Sei necessario. Ora possiamo aggiungere perché manca. Le prime due forme si consegnano nell’istante in cui vengono pronunciate. La terza richiede una controparte che firmi una commessa, stanzi risorse e risponda del risultato. Il riconoscimento come contributo è l’unico che genera un’obbligazione per chi lo promette, ed è esattamente per questo che nessuno lo offre più. Committente è il nome tecnico di quell’obbligo, e ha il vantaggio di essere scrivibile in un bando.

L’intelligenza artificiale rende la questione più urgente, non più filosofica. Più le macchine diventano capaci di produrre testi, previsioni e soluzioni standard, meno senso ha preparare gli esseri umani a competere sull’esecuzione ripetibile. Il vantaggio umano si sposta verso contesto, responsabilità, giudizio, cura. Ma queste qualità non diventano crescita perché le celebriamo. Senza istituzioni che le richiedano restano virtù private. Una macchina può generare mille progetti; qualcuno deve scegliere quale costruire e risponderne. L’umanesimo senza un committente è un corso motivazionale.

Separare crescita economica e crescita culturale è già una resa. La cultura non è ciò che un paese finanzia dopo avere prodotto ricchezza: è uno dei modi in cui impara a produrla. È linguaggio condiviso, qualità degli oggetti, reputazione, capacità di interpretare il cambiamento, fiducia tra sconosciuti. Mettere in opera una restauratrice, un tecnico, un’infermiera, un artigiano o una ricercatrice non produce soltanto reddito: aumenta la quantità di mondo che il paese sa comprendere e trasformare. Tutto si tiene, o niente regge. E la contabilità è il posto in cui questa frase smette di essere retorica e diventa una riga di bilancio.

Per la stessa ragione l’Europa dovrebbe smettere di comportarsi come un ufficio che distribuisce fondi e diventare il committente delle grandi opere del continente: energia, ricerca, salute, intelligenza artificiale, difesa, adattamento climatico. I rendimenti del capitale umano maturano su orizzonti lunghi, mentre i bilanci nazionali sono costretti a ragionare su tempi brevi: il bilancio europeo è il luogo in cui scala e durata possono finalmente coincidere. Un investimento non è completo quando è stato speso l’ultimo euro. È completo quando qualcuno ha acquisito una capacità, l’ha usata e sa quale parte dell’opera porta la sua firma.

Il riformismo non deve promettere che tutti diventeranno eccezionali. Deve costruire un paese in cui non sia necessario esserlo per contribuire. Non cercare il prossimo Leonardo, ma moltiplicare le botteghe, i laboratori, le imprese e le scuole dentro cui milioni di persone normali possano produrre insieme qualcosa di straordinario. Comincerà da lì, e non da un’altra celebrazione dell’eccellenza nazionale: quando a ogni politica pubblica chiederemo non quanto denaro distribuisce, ma quante capacità mette in opera. Una società non vive un Rinascimento perché genera più geni delle altre: lo vive quando non riserva una commessa soltanto ai geni. Finché la formazione di una persona resterà una voce di consumo, continueremo a iscrivere tra i costi l’unica cosa che può ancora diventare capitale.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Paolo Costanzo

Source link

Di