Le opere di Antonello da Messina rubate nei giorni scorsi al Museo Regionale possiedono una sorta di vera e propria “impronta scientifica”, costruita attraverso analisi diagnostiche avanzate e potenzialmente in grado di permettere agli esperti di verificarne l’autenticità qualora venissero recuperate. A renderlo noto è il Consiglio nazionale delle ricerche, che ha ricostruito il lavoro scientifico effettuato nel 2018 sulle due opere trafugate. In quell’occasione i dipinti furono sottoposti a una campagna di documentazione diagnostica completa curata dall’Istituto per i processi chimico fisici del Cnr di Messina, Cnr-Ipcf, insieme al Dipartimento Stebicef dell’Università degli Studi di Palermo. Un patrimonio di informazioni che oggi, dopo il furto, assume un valore ancora maggiore. Le tecnologie utilizzate hanno infatti permesso di registrare caratteristiche materiali, strutturali e conservative estremamente dettagliate, creando un insieme di dati utilizzabile come elemento di confronto nel caso in cui le tavole dovessero essere individuate e recuperate.

Opere rubate a Messina, il Cnr: esiste una documentazione scientifica identificativa

La notizia più rilevante riguarda dunque la possibilità di disporre di elementi scientifici indipendenti dall’osservazione visiva e dalla tradizionale attribuzione storico-artistica. Nel 2018, spiega il Cnr, le due opere sottratte al Museo Regionale di Messina erano state analizzate insieme a numerosi altri lavori attraverso una serie coordinata di metodologie diagnostiche. L’obiettivo della campagna era approfondire sia le caratteristiche materiali delle opere sia il loro stato di conservazione, senza intervenire fisicamente sui dipinti e senza provocare alcun danno. Le indagini sono state infatti condotte utilizzando esclusivamente metodologie non invasive e non distruttive, una caratteristica fondamentale quando si opera su beni di eccezionale valore storico e artistico. Il risultato di quella campagna è oggi particolarmente significativo: le analisi hanno consentito di realizzare una documentazione scientifica identificativa delle opere, capace di descriverne elementi non immediatamente visibili e difficilmente riproducibili in maniera identica.

Radiografie e infrarossi per leggere ciò che si trova sotto la superficie

Tra le metodologie utilizzate figura la radiografia digitale diretta, tecnica che consente di analizzare la struttura interna di un’opera e di individuare caratteristiche che non possono essere osservate semplicemente guardando la superficie pittorica. A questa si è affiancato l’impiego della luce infrarossa, utilizzata per studiare i diversi strati superficiali delle tavole e raccogliere ulteriori informazioni sulla loro composizione e sulle caratteristiche del manufatto. La combinazione di più tecniche permette infatti di costruire una sorta di mappa scientifica dell’opera. Ogni metodologia restituisce informazioni differenti e, una volta messe in relazione tra loro, può contribuire a definire un profilo estremamente dettagliato del dipinto. È proprio questo elemento a rendere oggi preziosa la campagna effettuata prima del furto. Il confronto tra una tavola eventualmente ritrovata e la documentazione conservata potrebbe fornire agli specialisti elementi oggettivi per verificare se l’opera recuperata corrisponda effettivamente a quella analizzata nel 2018.

Fluorescenza UV e X, spettroscopia Raman e imaging diagnostico

Il lavoro svolto dal Cnr-Ipcf di Messina e dal Dipartimento Stebicef dell’Università di Palermo non si è limitato a radiografie e infrarossi. Le tavole sono state esaminate anche attraverso tecniche di fluorescenza UV e X, strumenti utilizzati nell’ambito della diagnostica dei beni culturali per ottenere informazioni sui materiali presenti nelle opere e sulle loro caratteristiche. Alla campagna è stata inoltre applicata la spettroscopia Raman, insieme a differenti tecniche di imaging diagnostico. Il valore scientifico deriva proprio dalla combinazione di tutte queste informazioni. Nessuna singola analisi, considerata isolatamente, costituisce l’intero profilo dell’opera; è invece l’insieme coordinato dei risultati a creare una documentazione particolarmente approfondita. Questa stratificazione di dati consente di leggere le tavole da diversi punti di vista, andando oltre ciò che può essere rilevato attraverso una semplice fotografia o un esame visivo.

L’“impronta diagnostica” potrebbe essere decisiva in caso di ritrovamento

Il Cnr sottolinea che la combinazione delle tecniche impiegate può fornire una vera e propria “impronta diagnostica” delle tavole. È questo l’aspetto che può assumere un’importanza decisiva dopo il furto. In caso di ritrovamento, infatti, gli specialisti potrebbero mettere a confronto l’opera recuperata con il set di dati acquisito nel 2018, verificandone la corrispondenza. La possibilità di effettuare questo confronto rappresenta un ulteriore strumento scientifico a disposizione degli esperti chiamati a esaminare eventuali opere recuperate. Non si tratta soltanto di riconoscere un dipinto attraverso le sue caratteristiche esteriori: le analisi effettuate prima del furto hanno registrato elementi materiali e strutturali che compongono una sorta di identità scientifica delle tavole. È proprio questa documentazione, maturata anni prima che le opere venissero trafugate, a poter oggi diventare un elemento particolarmente prezioso.

Il lavoro del Cnr di Messina e dell’Università di Palermo nel 2018

La campagna diagnostica risale al 2018 e fu realizzata dall’Istituto per i processi chimico fisici del Consiglio nazionale delle ricerche di Messina insieme al Dipartimento Stebicef dell’Università degli Studi di Palermo. Le due opere oggi rubate non furono analizzate isolatamente, ma nell’ambito di un’attività più ampia che interessò anche molte altre opere. Il progetto aveva una finalità essenzialmente scientifica e conservativa: approfondire la conoscenza dei manufatti attraverso strumenti capaci di esaminarli senza alterarne la materia. A distanza di otto anni, però, quei dati assumono una funzione ulteriore. La documentazione ottenuta all’epoca potrebbe infatti rivelarsi utile per identificare con maggiore sicurezza le opere trafugate nel caso in cui dovessero riemergere.

 


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 Danilo Loria

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