Eravamo stravolti dal caldo e dalla corsa per riaprire, anche se la piena stagione per noi è mezza piena mezza vuota. D’agosto c’è chi torna e chi parte, chi va lontano o nella casa a mare, e da lì telefona ordinando le letture raccomandate, i libri di testo, salgo la settimana prossima e poi si presenta a settembre. Turisti se ne vedono però in transito, una tappa minore, un giretto per l’antichissima città di porto nel tempo avanzato prima di imbarcarsi, già altrove: i fortunati in Grecia, gli altri ovunque termini il volo di ritorno.
Il giorno preciso potrei ricostruirlo guardando gli scontrini ma non importa, non dobbiamo rendere testimonianza a nessuno. Può bastare dire che entrarono un pomeriggio a ridosso dell’inaugurazione con le Birkenstock e dei “very nice” e “really big” all’indirizzo dell’unica del gruppo poco abbronzata, una donna giovane o, meglio, della mia età, dove i cinquanta sembrano sempre più lontani dei trentacinque. Non mi pareva di averla mai vista, nostra cliente non lo era di sicuro, ma era stata lei a portare i suoi amici. Venne da me, io ero in cassa, e chiese dei libri in francese, inglese o tedesco di autori nostri, libri veri, non guide turistiche o tomi di trulli masserie e paesaggi.
Inquadrandola con la parola vincitrice dello Strega, dissi alla “spatriata” che quel romanzo non era ancora uscito all’estero e di altri libri tradotti dell’autore non ne avevamo. Aggiunsi quanto fosse difficile tenere un buon assortimento di titoli stranieri, in particolare di “libri veri” quando non vanno per maggiore. Chi li legge se li procura con due clic, mentre per noi librai è tutto più complicato e oneroso. Queste spiegazioni le faccio anche se servono a poco o nulla, però è giusto che si sappia cosa significa difendere una piazza fisica contro un monopolio planetario. Invece questa sconosciuta che conosceva la nostra libreria un tempo storica, cioè monopolista nel suo piccolo raggio, questa coetanea dai capelli corti e dal vestito semplice mi ascoltava con interesse.
«Però l’avete resa un posto dove viene voglia di tornare», disse guardando dalla nuova zona bistrot i due bambini biondissimi di sole tutti presi a esplorare i libri, e poi i colori per disegnare, i memory, i puzzle, i giochi da tavola. «Francesco, mio marito, vi trova subito quello che abbiamo e, se volete, vi consiglia». «Perfetto». Il resto della storia, se merita di essere chiamata tale, l’abbiamo messa insieme dopo e con alcuni buchi, non essendo ubiqui come Amazon.
Era a me che la donna domandò se i bambini potessero finire un gelato preso fuori mentre i grandi facevano l’aperitivo e lei accompagnava quello che doveva rendere l’auto a noleggio.
Era Francesco che, dopo aver tirato fuori gli scrittori pugliesi usciti all’estero, si sorprese quando, preferendo la non-fiction per avvicinare il mondo narrato in La féroce, fecero il nome di Alessandro Leogrande. Non era mai stato tradotto, dovette dire a malincuore, indicando i famosi noir, letture accattivanti e, al contempo, basate sull’esperienza di chi era stato magistrato dalle nostre parti. «Magistrate or magister, like a professor…?».
La memoria delle serie tv guardate in lingua originale gli restituì la parola “prosecutor”. L’uomo scosse la testa, secco, senza una parola che rendesse comprensibile la reazione contrariata. Alla fine comprarono il romanzo di una scrittrice barese e alcuni tascabili ben scelti ma privi di attinenza con la nostra regione. I bambini, felici degli album da colorare, uscirono a cercare i gelati.
La coppia rimasta da noi occupò un tavolo grande e, dopo aver chiesto dell’acqua, per cominciare, prese a parlare nella propria lingua: liberamente, convinta che nessuno la capisse. Era già capitato a Francesco di sentir parlare del paesaggio salentino, questa distesa sconfinata di ulivi morti, come dopo una guerra, un’apocalisse, persino peggio: qualcosa che grida al cielo, das schreit zum Himmel. L’espressione corrente in tedesco era perfetta per quello che cercavamo di far scorrere via, prosciugati dall’abitudine, mai abbastanza. Quelle carcasse pietrificate, quei rami neri come braccia distorte, braccia dalle mani mozzate, quelle forme antropomorfe o zoomorfe, comunque parenti di ogni vita animale ci somigli, gridavano di essere state vive. E ogni volta, per schivare un poco l’onda di orrore e compatimento e scandalo che quei commenti gli versavano addosso, Francesco pensava al professore di cui, nella sua vita di prima, aveva seguito le orme.
…poi sedettero
Anche i nostri curiosi, sotto l’ulivo.
Ma quando le vesti si toccarono
E nessuno poteva intendere
Le parole dell’altro, sarebbe certo
Nata discordia, se dai rami discesa
Non fosse la frescura,
Che spesso sul volto
Dei contendenti diffonde il sorriso, e per un tratto
Levarono muti lo sguardo, poi si diedero
Le mani con amore. E presto
Si scambiarono le armi e tutti
I cari beni della casa,
E così la parola…
L’ulivo, albero sacro agli antichi. Cantato da Hölderlin che, prima di finire i suoi anni recluso nella torre sul Neckar, non era mai stato in Grecia o in Italia. Francesco ne sapeva ancora molti versi a memoria, ma era questo ulivo dispensatore di pace, di fratellanza e dello scambio di doni più prezioso, la parola, che si mescolava al dolore di aver perduto un maestro. Luigi Reitani, grandissimo studioso di Hölderlin, era morto all’improvviso l’anno prima. Da Berlino lo avevano riportato a Cerignola, nella sua terra dove gli ulivi sono ancora sani e salvi. Questo pensiero ci aveva sempre donato un’ombra di conforto, ma quel pomeriggio sembrò una consolazione illusoria o comunque fragilissima.
Francesco non l’ha mai smussata, l’indole di chi avrebbe voluto stare sui libri anziché commerciarli, anche se la sera chiudiamo presto le nostre letture, rassegnati a una stanchezza che ci porta davanti a uno schermo, come tutti. L’uomo con cui ho messo su famiglia e poi l’attività per mantenerla è un introverso che si porta dentro i suoi mondi, e questo lo rende impressionabile, però era stata l’evocazione di Leogrande a far traboccare il suo turbamento.
Ci conosceva, Alessandro, come conosceva tutti quelli che fanno cultura o attivismo in questa regione. Per sentirlo nostro punto di riferimento bastava averne il numero in rubrica, leggere gli articoli, ascoltare la sua voce alla radio, seguire un incontro quando potevamo ancora muoverci e poi adoperarci come meglio potevamo per far conoscere i suoi libri. E, come a tutti, ci era parso impossibile fosse venuto a mancare, una perdita che richiamava il «Muore giovane chi è caro agli dei», ma solo per trovarlo più insopportabile di certi pretini quando non sanno dire altro che «Ora è in cielo, nostro fratello». Alcuni amici erano andati alle cerimonie funebri, chi a Roma, chi a Taranto, dove è sepolto. E dove gli ulivi, nel 2017, anno della sua morte e della catastrofe compiuta, dovevano essere decimati press’a poco come da noi, nei pressi di Brindisi.
Mentre io, ignara, chiacchieravo in francese con la madre dei bambini, Francesco avrebbe voluto fare due cose opposte: allontanarsi e non sentire più nulla o rivolgersi ai tedeschi chiedendo da dove venissero e se, per caso, avessero sentito nominare un importante germanista ma anche grande promotore della cultura italiana in Germania, com’era stato Reitani. Non fece né l’una né l’altra cosa, catturato da una conversazione che non riusciva a smettere di ascoltare.
Intanto io venni a sapere che il gruppetto frequentava da tempo la valle d’Itria, dove avrebbe trascorso l’ultima settimana di vacanze in una casa affittata non lontano dall’amica. C’era in ballo un traffico di macchine e di parenti che sarebbero venuti a prenderli e che avevano insistito a mettere un’auto a disposizione, casomai la cugina dovesse correre a Bari, come se mezza giornata senza muoversi da una casa con giardino fosse chissà quale disagio.
«Spero nessun problema di salute», dissi pensando che, così a ridosso di ferragosto, non potesse trattarsi di nient’altro. «Solo questioni di lavoro e altre seccature».
Mi chiese di buttare via le salviette igieniche con cui aveva pulito le mani sporche dei suoi bambini e andò a raggiungere la coppia tedesca. Ordinarono dell’acqua frizzante e, indecisi tra il bianco e il rosato, scelsero una bottiglia di Verdeca. Quasi insieme agli stuzzichini arrivarono anche l’amica e il marito della francese o forse belga. La conversazione divenne un miscuglio di lingue confuso con le voci dei tavoli vicini, incomprensibile tranne che esclamazioni dal tono allegro e per richieste di attenzione dei bambini.
Francesco era tornato nella parte dei libri, facendomi cenno di allontanarmi dalla cassa. Il pallore di chi lavora senza un giorno di riposo quando tutti vanno al mare rendeva sin troppo evidente che era scosso. «Pazzesco», disse e che dopo mi avrebbe raccontato. Così mettemmo insieme le nostre parti della storia.
La mia coetanea dai capelli sbarazzini e l’abito a motivi floreali era stata colpita dall’inchiesta sulla Xylella. Proprio lei, la prima ad aver isolato la variante sconosciuta. Perseguitata come untrice. Una ricercatrice stimata dalla comunità scientifica. Rimasta a Bari, però. Se fosse venuta da noi, al Max Planck Institut. No, sarebbe stata perseguibile comunque. Quattro anni di vita. L’archiviazione, finalmente, però facendo ricadere l’accusa di sciatteria e opacità sugli indagati. Una coda di veleno per salvare la faccia della magistratura. E i responsabili continuavano a voler salvare qualcosa del loro teorema, convinti di aver agito per il meglio. Anche gli inquisitori, del resto, erano sorretti dalla fede.
Quando la sera ne parlammo io e Francesco, ci accorgemmo quanto lontani sembravano gli anni in cui “l’emergenza Xylella” apriva il tg regionale, con le proteste dal basso, gli ecologisti nostrani e quelli di fama internazionale, la politica. Avevamo sperato si trovasse una cura per gli alberi appena malaticci, una profilassi per quelli sani, l’avevamo immaginato possibile e avevamo ritenuto l’allarme esagerato. Il decreto di sradicare gli ulivi secolari, la creazione di una striscia di terra bruciata di pesticidi, erano una violenza terribile. Neanche allora avevamo creduto ci fosse dietro solo lo zampino della multinazionale americana, ma ci sembrò plausibile che le misure draconiane fossero state preventivamente imposte dall’Europa. Sacrificare il Salento, fare terra bruciata in Puglia, per salvare tutto l’olio d’oliva comunitario. Era grosso modo questa l’idea che ci eravamo formati, però noi gente di libri veri con quali competenze potevamo stabilire la verità? E l’Italia non era da sempre luogo di trame oscure e loschi traffici reali, e il nostro sud la sua parte più vulnerabile?
Insomma ci eravamo sentiti rassicurati dalla notizia che la procura competente avesse ordinato il sequestro degli alberi destinati all’eradicazione. Avevamo sempre avuto fiducia nella magistratura, nella giustizia, e l’abbiamo ancora. Ma quella sera ci rendemmo conto che, credendo di essere nel giusto, i nostri magistrati avevano condannato a morte i nostri ulivi.
È stata un’anteprima, dissi, ma come potevamo saperlo. Non responder vengono definiti i rarissimi casi, in cui il vaccino non produce protezione e, nonostante il ricovero tempestivo in terapia intensiva, il corpo soccombe. Luigi Reitani non aveva “patologie pregresse”, non fumava, attraversava Berlino in bicicletta.
Fino a quel momento, entrambi concilianti per carattere, ci eravamo barcamenati con il diffondersi nella nostra cerchia di un dissidio più radicale rispetto alle consuete divergenze di opinioni, visioni e persino fedi. Avevamo evitato l’argomento pandemia, anche se spesso l’unico modo per non compromettere i rapporti era l’ascolto di convinzioni vieppiù assolute. Qualcuno era diventato un complottista di quelli sofisticati, gran parte traeva certezze rotonde da fatti evidenti: la manna per le case farmaceutiche, la limitazione dei diritti a vantaggio della sorveglianza. Nessuno riconosceva quanto fossero imprevedibili il contagio e la malattia, del resto pure chi era schierato con la scienza stentava a credere che si fosse portata via un uomo sano e vaccinato. Era la concezione del vero, e del reale, a allontanarci da tante persone care e, a volte, purtroppo, a separarci.
Dopo la morte di Reitani, Francesco si era sentito in dovere di ingaggiare una battaglia contro la sua scarsa capacità di immischiarsi nella vita degli altri. Finì per litigare con tutti quelli che aveva chiamato cercando di convincerli di portare almeno i genitori anziani a vaccinarsi. L’esempio di un sessantenne stroncato dal Covid, e non all’ospedale di Brindisi ma a Berlino, non era persuasivo proprio per niente. Era anzi la prova che il vaccino non servisse a nulla o, peggio, azzerasse le difese immunitarie.
Quando ero riuscita a convincerlo di lasciar perdere, riprese a sfogliare la sua tesi sul tragico in Hölderlin, a partire dall’incompiuto, frammentario Empedocle, scritto a ridosso del precipitare nella follia del poeta. Gettandosi nella bocca dell’Etna, il filosofo antico non cerca tanto la morte, ma la fine di chi domina su tutto ciò che non pensa, e invece se ne trova separato dal pensiero. La rilettura di quei passaggi scombussolava Francesco, mentre c’erano dei versi con il potere di riempirgli gli occhi di un lutto semplice.
Con straordinaria nostalgia, cercando
triste, come chi abbia molto perduto,
guardava ora la terra, ora traverso l’ombra
del boschetto, in alto, quasi la sua vita
fosse scomparsa nell’azzurro lontano.
Erano scomparsi due uomini straordinari e venti milioni di ulivi. Sopportare la mancanza e l’impossibilità di accettarla era l’unico modo per non tradire le loro vite.
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Helena Janeczek
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