Non è così rilevante sapere chi vincerà le prossime elezioni. Se Giorgia Meloni perderà dopo aver guidato il governo più longevo della Repubblica o se il campo largo si trasformerà in un terreno molle al primo voto sulla politica estera. Certo, sarà curioso scoprire quanto prenderà Futuro Nazionale, il nuovo partito di Roberto Vannacci, il destino politico della Lega di Matteo Salvini e se Forza Italia uscirà dal centrodestra, spostando gli equilibri del prossimo Parlamento. Tutto molto interessante, ma qualsiasi governo nascerà dalle urne e dalle consultazioni di Sergio Mattarella, sarà in realtà governato da un presidente del Consiglio ombra. Il convitato di pietra di Palazzo Chigi. Determina ogni legge di Bilancio, è più forte dei partiti e meno disponibile al compromesso. Parliamo del debito pubblico: un moloch di 3.207,2 miliardi di euro, per ora.

Una cifra alla Zio Paperone, talmente grande da diventare astratta e quindi facile da dimenticare. È quasi una volta e mezza la ricchezza prodotta dal nostro Paese in un anno, circa 54.400 euro di debito per ogni italiano. Il rapporto con il Prodotto interno lordo viaggia ormai attorno al 138,9 per cento e resta, ancora per poco, il secondo più alto dell’Unione europea, dopo la Grecia. Ma il debito pubblico greco dovrebbe scendere dal 140,7 per cento di quest’anno al 134,4 per cento nel 2027. Mentre il costo del debito italiano sta risalendo perché i vecchi titoli emessi a tassi bassi vengono progressivamente sostituiti da titoli a tassi più alti. La Commissione europea stima il debito al 139,2 per cento nel 2027.

La traiettoria, ormai, conta più della fotografia: Atene scende, Roma sale e presto potrebbe sorpassarla nella classifica meno desiderabile d’Europa. Negli ultimi 26 anni l’Italia ha aggiunto quasi 1.910 miliardi di debito: più di quanto ne avesse accumulato dal 1861 fino al 2000. Un peso che determina qualsiasi scelta, restringendo sempre di più lo strettissimo perimetro entro cui potrà muoversi il prossimo governo, di qualsiasi colore politico. Il debito pubblico trasforma ogni misura costosa in una serie di domande scomode che il ministro dell’Economia deve fare ai suoi colleghi, verso fine anno: dove si trovano le risorse? Cosa tagliamo? Quali imposte aumentiamo?

Se non si risolve questo nodo dell’economia italiana, apparentemente inestricabile, nessun presidente del Consiglio governerà davvero: amministrerà ciò che resta dell’esistente, distraendo l’opinione pubblica italiana con decreti ideologici, spesso senza portafoglio. Lo abbiamo visto negli oltre tre anni e mezzo del governo Meloni: una battaglia identitaria dopo l’altra. Il decreto anti-rave, la Legge Roccella sulla violenza domestica, Caivano, il reato universale di maternità surrogata, il decreto Sicurezza, il nuovo codice della strada, le riforme dell’esame di Stato e dell’accesso alla Facoltà di Medicina, fino al continuo rinvio della direttiva Bolkestein pur di non toccare le rendite di chi gestisce le spiagge italiane.

Ma se guardiamo alle prime tre leggi di bilancio del governo Meloni, il piatto piange miseria. Lasciamo stare la Finanziaria per il 2023, scritta di corsa dopo la vittoria del centrodestra alle elezioni del settembre 2022, quando il nuovo governo aveva margini politici e tecnici molto ridotti. Nel 2024 il governo Meloni ha confermato il taglio del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti fino a trentacinquemila euro e ha avviato la prima riduzione dell’Irpef da quattro a tre aliquote. Soldi messi in busta paga, dunque. Misura utile, politicamente fortissima, ma anche costosa. Nel 2025 il governo ha fatto il passo successivo: ha reso strutturale quel taglio, insieme all’Irpef a tre aliquote. Gran parte dello spazio di bilancio è finito lì. Poche risorse, concentrate su misure facili da raccontare e immediatamente visibili. Il dipendente vede qualcosa nel netto. Il contribuente sente parlare di meno tasse e la coalizione può dire di aver mantenuto una promessa. Ma non è così. Dal 2022 al 2025 la pressione fiscale è aumentata di circa 1,4 punti di Pil, passando dal 41,7 per cento del 2022 al 43,1 per cento del 2025.

Il resto è servito a finanziare alcune bandiere politiche, come i molto costosi e poco efficaci centri per migranti in Albania, per cui lo Stato ha messo in conto circa seicentosettanta milioni fino al 2028. Dopo il no della Corte dei conti alla delibera che aveva approvato il progetto definitivo del Ponte sullo Stretto, il 6 agosto il Consiglio superiore dei lavori pubblici ha espresso parere favorevole al passaggio alla progettazione esecutiva. Restano però necessari un nuovo passaggio al Cipess e un nuovo controllo della Corte; la copertura da 13,5 miliardi di euro rimane stanziata, ma i cantieri non sono ancora partiti. Una somma che avrebbe ipotecato i conti nei prossimi anni.

Il governo Meloni ha risparmiato soprattutto dove i risultati arrivano lentamente o dove il consenso elettorale è meno immediato. Il reddito di cittadinanza è stato prima ristretto e poi cancellato, sostituito dall’Assegno di inclusione e dal Supporto per la formazione e il lavoro. Due strumenti selettivi e meno costosi per le casse pubbliche. La legge di Bilancio 2025 ha previsto una riduzione di 5.660 posti docenti dall’anno scolastico 2025-2026 e di 2.174 posti del personale Ata dal 2026- 2027. In pratica il governo ha usato il calo demografico degli studenti per ridurre gli organici, invece che per abbassare il numero di alunni per classe o rafforzare il tempo a scuola.

Ci sono quattro modi per abbassare davvero il debito pubblico. Il primo è crescere di più: se il PIL aumenta, il peso del debito sul reddito nazionale scende. Il secondo è vendere patrimonio pubblico o partecipazioni statali, ma sono entrate una tantum, non una cura strutturale. Il terzo è l’inflazione, che può ridurre il valore reale del debito, ma impoverisce famiglie e imprese se salari e redditi non tengono il passo. Il quarto è spendere meno di quanto si incassa, al netto degli interessi: è il famoso avanzo primario. In teoria, al netto degli interessi, lo Stato incassa più di quanto spende. Secondo il documento di finanza pubblica quest’anno dovrebbe salire all’1,2 per cento e all’1,5 per cento nel 2027. Una buona notizia, ma non basta purtroppo a risolvere il problema. L’Italia riesce a generare un avanzo prima di pagare gli interessi sul debito, ma poi deve usare molto più di quel margine per pagare chi ha comprato Btp e altri titoli pubblici per finanziare le spese correnti.

L’Ufficio parlamentare di bilancio, l’organismo indipendente che controlla i conti per il Parlamento, stima che la spesa per interessi salirà al 4,1 per cento del Pil quest’anno e al 4,5 per cento nel 2029. Tradotto: quest’anno lo Stato spenderà circa novantasei miliardi di euro solo per pagare gli interessi sul debito. Vale oltre tre volte la legge di bilancio. Soldi che non finanziano nuovi ospedali, assunzioni nella scuola o tagli fiscali, ma servono a pagare il conto del debito accumulato negli anni. Sul prossimo governo, qualunque esso sia, peserà il rendimento inferiore alle attese del Piano nazionale di ripresa e resilienza, finanziato con fondi dell’Unione europea. Il Pnrr vale 194,4 miliardi. Di questi 71,8 miliardi non dovranno essere restituiti, ma 122,6 miliardi sì. Quei prestiti avranno scadenze lunghe e a condizioni vantaggiose, ma restano debito e generano interessi.

Il problema è che gli investimenti del Pnrr non hanno fatto volare l’economia. Secondo la Commissione europea, l’Italia crescerà solo dello 0,5 per cento quest’anno e dello 0,6 per cento l’anno prossimo, nonostante abbia già incassato nove rate e 166 miliardi di euro. Nei prossimi anni dovremo completare le opere esistenti sperando aumentino la produttività, ma soprattutto trovare ogni anno le risorse per gestirle, perché molte misure del Piano generano costi permanenti dopo l’investimento iniziale, dal personale degli asili nido alle dotazioni informatiche della pubblica amministrazione.

Ricordiamocene quando sentiremo le promesse durante la campagna elettorale. Il prossimo governo avrà ancora meno spazio per riforme costose senza spiegare dove prenderà i soldi. Le grandi voci del bilancio sono già occupate da spese tabù che nessun partito ha intenzione di tagliare: dalle pensioni agli stipendi pubblici. La futura maggioranza di governo potrà cambiare le priorità politiche, ma non potrà inventare spazio fiscale dal nulla. E questo solo prevedendo un contesto internazionale stabile. Se si acuirà la crisi energetica, il governo non avrà spazio per aiutare i cittadini più fragili con sussidi e bonus. La situazione è fosca.

Che fare? Sicuramente non aspettare il solito salvatore, o la solita salvatrice, della patria. Il problema italiano non si risolve con una mente geniale al comando, e tantomeno con una figura popolare tra gli italiani solo perché spiega meglio di tutti i problemi di questo Paese. L’Italia non ha bisogno di una maggioranza polarizzata sui temi identitari o di un governo che ogni anno prometta una svolta epocale. Ha bisogno di una classe politica capace di amministrare l’esistente: tenere i conti in ordine, scegliere poche priorità, tagliare spese inutili, proteggere quelle essenziali e lavorare sui dettagli meno clamorosi, ma decisivi per aumentare la produttività. Sembra una parolaccia da economisti, ma significa una cosa semplice: fare in modo che, con le stesse ore di lavoro, gli stessi soldi e le stesse persone, l’Italia riesca a produrre più valore.

È la solita lista della spesa che ripetiamo da anni perché nessuna maggioranza ha il coraggio di toccare l’esistente: una giustizia civile più rapida, una pubblica amministrazione più efficiente, norme meno complicate per chi vuole investire, trasporti che funzionano, energia a costi sostenibili, più concorrenza dove oggi rendite e corporazioni proteggono pochi a danno di molti. Molte di queste riforme non richiedono necessariamente decine di miliardi: richiedono leggi migliori, controlli più intelligenti, tempi certi e la capacità politica di scontentare qualche interesse organizzato per aumentare il benessere generale. L’impresa è titanica perché, come diceva Leo Longanesi, «alla manutenzione, l’Italia preferisce l’inaugurazione ».

C’è una strada stretta da percorrere con cautela senza trasformare ogni intervento in una guerra ideologica. Piccole riforme, decisive, da approvare senza clamore. Come l’unica riforma economica del governo Meloni destinata forse a lasciare un segno, quella di cui quasi nessuno parlerà: l’obbligo di collegare i pagamenti elettronici agli scontrini fiscali. L’ha presentata alla Camera il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti il 23 ottobre 2024, decidendo saggiamente di renderla operativa per gli incassi dal 1° gennaio di quest’anno. La norma impone a negozi, bar, ristoranti e attività commerciali di associare POS, SoftPOS, app, wallet digitali e altri sistemi simili al registratore telematico che memorizza e trasmette gli scontrini elettronici all’Agenzia delle Entrate.

Non dovete immaginare un cavo attaccato alla cassa: il collegamento è digitale e amministrativo. Prima, un’attività poteva incassare con carta, bancomat o smartphone da una parte, e trasmettere i corrispettivi fiscali dall’altra. Ora questi due flussi sono confrontabili. Se un esercente riceve parecchi pagamenti elettronici, ma dichiara vendite per importi più bassi, la differenza diventa visibile. E il sommerso fiscale comincia a emergere. Così, con una norma che non è stata urlata nei comunicati di Palazzo Chigi né vivisezionata nei talk show, il governo ha reso più difficile incassare in nero senza registrare correttamente la vendita.

Ai prossimi governi, di qualsiasi colore politico, probabilmente non resterà che questo: fare rivoluzioni in silenzio, mentre il dibattito pubblico continua a consumarsi sulle tifoserie identitarie. C’è solo da sperare che emergano altre riforme strutturali di cui, finora, il Paese non è stato davvero informato.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 03/26 – “Inciviltà delle macchine”, ordinabile qui.


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 Andrea Fioravanti

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