GUGLIONESI. Domenica 9 agosto la mostra dedicata a Nicoletta Ciarciaglino ha chiuso le sue porte. Le luci si sono spente, le opere hanno lasciato le sale e quell’andirivieni di persone che per giorni ha animato gli spazi dell’esposizione si è lentamente fermato.
Eppure, mentre le ultime persone lasciavano gli spazi della mostra e le opere iniziavano a prendere altre strade, la sensazione è stata quella di un finale solo apparente: ciò che è accaduto in quei giorni ha superato i confini di una semplice esposizione, trasformandosi in un incontro fatto di memoria, arte, affetto e, soprattutto, di tante persone che hanno scelto di fermarsi davanti al lavoro di Nicoletta.
Sono state davvero tante le persone che hanno visitato la mostra, alcune perché conoscevano Nicoletta e hanno voluto ritrovarla attraverso ciò che aveva creato, altre perché ne avevano sentito parlare e hanno deciso di scoprirne il mondo, altre ancora semplicemente perché si sono lasciate incuriosire da quelle opere e, una volta entrate, hanno scelto di concedersi il tempo necessario per guardarle.
Ed è forse proprio qui che si trova il senso più bello di questa esperienza: Nicoletta è riuscita a incontrare ancora la sua gente attraverso la sua arte, attraverso quelle ceramiche nelle quali non c’erano soltanto forme e colori, ma una parte profonda del suo modo di essere, della sua sensibilità e della sua capacità di trasformare la materia in qualcosa capace di suscitare emozioni.
Per Guglionesi è stato un dono prezioso, perché non si è trattato soltanto di mettere in mostra delle ceramiche, ma di aprire una porta su un mondo fatto di materia, colore, spiritualità e femminilità, permettendo di riscoprire la donna che c’era dietro quelle opere e il modo in cui, attraverso le sue mani, Nicoletta riusciva a dare forma alle emozioni, trasformando la creta in un linguaggio personale, riconoscibile e profondamente suo.
E c’è un aspetto della sua storia che merita di essere raccontato proprio così, senza semplificazioni. Nicoletta era una persona con disabilità, ma la sua vita e la sua arte non possono essere racchiuse dentro questa sola dimensione. La sua forza è stata quella di non permettere mai che un limite diventasse un confine. La creatività, la passione e la determinazione hanno trovato la loro strada oltre ogni barriera, restituendo alla comunità non una storia definita dalla difficoltà, ma una storia di talento, coraggio e bellezza.
Ogni visitatore ha portato con sé qualcosa di diverso, perché davanti a un’opera non esiste un’unica maniera di guardare e non esiste una sola emozione possibile: per qualcuno sarà tornato un ricordo, per qualcun altro sarà nata una curiosità, per altri ancora sarà stato semplicemente il piacere di scoprire la delicatezza e la forza di un’artista che attraverso il proprio lavoro ha saputo lasciare un segno.
Nelle sue opere emerge una ricerca continua dell’armonia. Dai lavori più grandi ai piccoli oggetti, ogni dettaglio racconta la cura di una mano attenta e innamorata della materia. Persino i minuscoli mestolini portano quel tratto inconfondibile che li rende immediatamente riconoscibili, quasi una firma silenziosa lasciata sulla ceramica.
Le sue opere non sono semplici manufatti. Sono frammenti di un universo interiore. Lo smalto, il colore e il decoro diventano strumenti per raccontare sentimenti, immagini e visioni. Nicoletta non si limita a riprodurre una forma: la interpreta, la trasforma, la rende sua.
E poi c’è la femminilità, una presenza forte nella sua produzione. Nei volti, nelle figure, negli sguardi delle sue donne c’è una forza elegante e contemporanea. Alcune immagini sembrano uscite dalle pagine delle grandi riviste di moda, con volti capaci di racchiudere carattere, mistero e bellezza. Ma quella femminilità non è mai soltanto estetica: è memoria, identità, profondità.
Anche nelle opere di ispirazione religiosa Nicoletta ha saputo lasciare la propria impronta. Il suo sguardo artistico attraversa il sacro con una sensibilità particolare, come nel Cristo sulla Croce custodito nella cripta di Sant’Adamo, dove la dimensione spirituale incontra quella umana e personale dell’artista.
La sua arte è arrivata anche fuori dai confini della comunità, come testimonia il set di ceramiche donato a monsignor Domenico D’Ambrosio, segno di come le sue opere possano diventare messaggi, incontri, testimonianze e legami capaci di andare oltre il luogo in cui sono nate.
Dietro ogni creazione c’è una donna capace di costruire relazioni, di guardare alla bellezza come a una forma di vita, di lasciare un segno attraverso il lavoro delle proprie mani. Nicoletta ha amato profondamente la vita e le persone che hanno attraversato il suo cammino.
La sua casa era un luogo sempre abitato, non soltanto dagli affetti familiari, ma dalle amicizie, dagli incontri, dalle storie condivise. Uno spazio aperto, dove la presenza degli altri diventava ricchezza e dove il senso della comunità prendeva forma ogni giorno.
Era una donna capace di accogliere, di generare legami, di trasformare ogni incontro in un’occasione di crescita. Una forza silenziosa e potente del femminile, quella di chi costruisce, cura e lascia una traccia profonda nella vita degli altri.
In questo percorso merita una parola speciale Antonio Scardocchia, che ha curato la mostra con una sensibilità capace di andare oltre l’aspetto puramente espositivo. Raccontare Nicoletta significa infatti assumersi la responsabilità di custodire una storia, scegliere come presentarla, quali opere mettere in dialogo e quale spazio lasciare al visitatore perché possa avvicinarsi a quel mondo senza sentirsi accompagnato per mano, ma libero di trovare il proprio significato.
Ed è proprio questo che Scardocchia ha saputo fare, costruendo un percorso nel quale le opere non sembrano semplicemente esposte, ma messe nelle condizioni di raccontarsi, lasciando che siano la materia, i colori e le forme a condurre chi entra verso Nicoletta e verso ciò che ha voluto lasciare.
La risposta del pubblico ha dato ancora più valore a questo lavoro, perché vedere quelle sale attraversate da così tante persone significa capire che la memoria, quando viene proposta con rispetto e con autenticità, non è qualcosa di fermo, ma può tornare a vivere, a generare domande, conversazioni, emozioni e nuovi incontri.
A conclusione della mostra, Pietro e Sandro, fratello e marito di Nicoletta, hanno voluto rivolgere un sentito ringraziamento ad Antonio Scardocchia per aver ideato, organizzato e gestito l’esposizione, e ai responsabili dell’ex convento per aver ospitato la mostra proprio nel periodo estivo. Un messaggio che diventa anche un modo per raccontare ancora una volta Nicoletta attraverso gli occhi di chi le è stato più vicino.
«Caro Antonio, io e Sandro desideriamo ringraziarti di cuore per aver ideato, organizzato e gestito la mostra sulle opere di Nicoletta. Sei riuscito a far conoscere a tutti la sua sensibilità più profonda grazie ad un allestimento completo e intelligente. Non solo hai fatto emergere la sua straordinaria abilità nel riprodurre disegni minuti con una precisione meticolosa, ma esponendo anche le opere con soggetti religiosi e con figure di donna e bambini, tutti hanno potuto apprezzare le sue qualità umane, da lei espresse attraverso la pittura. Nicoletta è stata per me una sorella ma anche una madre, per Sandro è stata una moglie ma anche un’amica. È stata una donna fantastica e ti ringraziamo per aver fatto sì che anche quelli che non l’hanno conosciuta abbiano potuto apprezzare le sue qualità, visibili e nascoste.
Un sincero ringraziamento anche ai responsabili dell’ex convento che hanno ospitato la mostra proprio nel periodo estivo, in cui a Guglionesi sono presenti più persone e quindi è stato possibile dare maggiore visibilità all’evento».
Ed è questo, forse, il regalo più grande che una mostra possa lasciare: non soltanto la possibilità di vedere delle opere, ma quella di riaprire un dialogo con una persona attraverso ciò che ha creato, permettendo a chi l’ha conosciuta di ritrovarne un frammento e a chi non l’aveva mai incontrata di scoprirla.
Le porte si sono chiuse, le luci si sono spente e gli spazi hanno lentamente ritrovato il loro silenzio, ma quel silenzio non cancella ciò che è accaduto, perché le emozioni non seguono gli orari di apertura di una mostra e i ricordi non hanno bisogno di un allestimento per continuare a vivere.
Le opere torneranno nei loro luoghi, saranno nuovamente custodite, osservate e magari incontreranno altri occhi, ma ciò che questi giorni hanno lasciato nella comunità non può essere smontato insieme a una parete espositiva.
Resta il ricordo di una mostra che ha saputo riportare Nicoletta vicino alla sua gente, resta il lavoro di chi ha creduto nella possibilità di raccontarla e resta soprattutto la sua arte, che continua a fare quello che l’arte autentica sa fare meglio: attraversare il tempo e parlare a persone che non conosce ancora.
E forse è proprio per questo che non viene voglia di salutare Nicoletta, ma di dirle semplicemente arrivederci, perché finché ci sarà qualcuno disposto a fermarsi davanti a una sua opera, a chiedersi chi fosse quella donna, a lasciarsi emozionare da un colore o da una forma, una parte di lei continuerà a essere presente.
La mostra è terminata, ma la storia che ha raccontato no.
E adesso spetta a tutti noi fare in modo che quella storia continui a camminare, perché custodire l’arte di Nicoletta significa anche custodire una parte della memoria e della sensibilità della nostra comunità.
Alberta Zulli



#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Redazione
Source link





