La Pennsylvania avrebbe un territorio perfetto per ospitare i data center: ha abbondante gas naturale, ha le infrastrutture energetiche e non è poi così lontana dai principali centri abitati della costa orientale degli Stati Uniti. Per mesi il governatore Josh Shapiro è stato uno dei più entusiasti nell’accogliere investimenti e posti di lavoro. In settimana ha spiegato perché adesso ha cambiato idea. «Ho ascoltato forte e chiaro le brave persone della Pennsylvania durante i miei viaggi nel nostro Stato, e oggi sono qui per dire che non ci faremo intimidire da questi costruttori», ha detto annunciando la firma di un ordine esecutivo restrittivo sui progetti di nuovi data center. Nel suo discorso ha definito «predatori» i finanziatori del settore e parlato di «proposte inadeguate che infettano il nostro Commonwealth».
Shapiro non è l’unico ad aver colto questa preoccupazione negli elettori. In Texas, il governatore repubblicano Greg Abbott, anche lui in passato favorevole alla costruzione dei data center, ha avuto la stessa conversione di Shapiro. In Arizona, la governatrice Katie Hobbs ha sostenuto una moratoria di tre anni sulle agevolazioni fiscali per i data center. A New York, Kathy Hochul ha imposto una sospensione temporanea dei nuovi grandi progetti. In Ohio, i candidati di entrambi i partiti alla carica di governatore hanno presentato, quasi contemporaneamente, politiche più restrittive.
È difficile trovare un esempio più chiaro di una tecnologia che entra nella politica dalla porta di servizio e si prende il centro della sala in poco tempo. Jill Lepore, storica di Harvard, sul Financial Times l’ha definita la prima elezione guidata dall’intelligenza artificiale. «In assenza di una regolazione complessiva dell’IA da parte dei governi, gli elettori stanno cercando di regolamentare l’industria da soli: alle urne». È l’anno in cui gli elettori chiedono ai chatbot come dovrebbero votare, le campagne elettorali e gli attivisti usano ogni genere di app per analizzare l’elettorato, e le infrastrutture necessarie a far funzionare quegli strumenti – i data center, appunto – sono diventate un grande argomento elettorale.
La presenza ingombrante dell’intelligenza artificiale nel dibattito pubblico si deve al suo impatto sui territori, quindi sulla quotidianità delle persone. Lo abbiamo raccontato più volte a Linkiesta: i data center sono enormi casermoni costruiti alle porte delle città, hanno bisogno di montagne di cemento, acciaio, trasformatori, cavi e generatori diesel, consumano enormi quantità d’acqua e di energia e fanno molto rumore.
In tutto il mondo i cittadini stanno scendendo in strada per fermare la costruzione di questi impianti nei pressi di casa loro, con un approccio Nimby (Not in my backyard) che però non è neanche la lente migliore per leggere questa storia. I data center sono ben più di un problema urbanistico o ambientale. Finalmente sono diventati uno dei pochi punti in cui la rivoluzione dell’intelligenza artificiale è negoziabile – e non si può relegare sullo sfondo la minaccia democratica che nascondono certe tecnologie e l’oligarchia che le controlla.
Negli Stati Uniti, secondo un sondaggio citato dal Financial Times, oltre il settanta per cento degli americani è contrario alla costruzione di un data center vicino casa. In alcuni Stati la questione ha già prodotto conseguenze reali. Nello Utah, il presidente del Senato statale ha perso il suo seggio contro un candidato che aveva costruito la propria campagna sull’opposizione al data center. In Michigan alcuni amministratori locali sono stati sottoposti a recall dopo essersi rifiutati di prorogare una moratoria.
È anche un fenomeno trasversale: i sondaggi mostrano che democratici e repubblicani sono entrambi diffidenti verso i nuovi impianti, anche se per motivi differenti. A destra, Steve Bannon ha trasformato l’intelligenza artificiale in un tema di difesa del lavoro e di opposizione al potere delle Big Tech; a sinistra, Bernie Sanders ha chiesto una moratoria nazionale sulla costruzione dei data center. Nelle comunità in cui le proteste sono più forti capita così che ambientalisti, conservatori, libertari, attivisti anti-corporate e semplici proprietari di case si ritrovino dalla stessa parte della barricata.
Per il momento grandi compagnie come Google, Microsoft, Meta, Oracle, OpenAI e Amazon dicono di volersi impegnare a coprire i costi di generazione e potenziamento della rete necessari ai loro progetti. Hanno capito che l’opposizione locale può diventare un problema industriale. «I grandi operatori dell’IA e le società dei data center sono sulla difensiva. I loro team di comunicazione non sanno come combattere questa battaglia», ha detto ad Axios una fonte repubblicana.


La stessa tensione sta arrivando in anche Europa. Un sondaggio condotto in cinque Paesi mostra che il settantadue per cento degli intervistati vuole che i nuovi data center siano accompagnati da nuova capacità rinnovabile e il settantatré per cento chiede criteri pubblici per decidere come distribuire l’elettricità tra i diversi settori. In Italia il conflitto è già visibile nelle proteste di Lacchiarella, a sud di Milano, che abbiamo raccontato a luglio. I timori riguardano gli stessi problemi già citati per gli Stati americani: l’acqua, l’energia, i generatori, il territorio e tutto il resto.
Una parte crescente dell’opinione pubblica non accetta più che l’espansione dell’IA sia considerata una decisione già presa e calata dall’alto. È un piccolo passo nella direzione auspicata da Asma Mhalla in chiusura del suo saggio “Resistere ai tempi oscuri”, quando dice che i cittadini hanno ancora il coltello dalla parte del manico e dovrebbero far valere le loro istanze finché ne hanno la possibilità.
La protesta però non può ridursi a una specie di rivolta luddista. L’obiettivo dovrebbe essere dettare le condizioni dello sviluppo: valutare l’impatto sulla vita delle persone e sul territorio, stabilire chi paga l’elettricità, dove finisce l’acqua, chi può decidere dove e quando costruire. Non si può fermare tutto e subito, a ogni costo, perché la corsa alla capacità di calcolo riguarda anche la competizione strategica tra grandi potenze – soprattutto Stati Uniti e Cina, con l’Europa più defilata. Washington considera la supremazia nell’intelligenza artificiale una questione di sicurezza nazionale. Un’IA più avanzata nelle mani di un’autocrazia potrebbe aumentare la capacità di sorveglianza e repressione del potere.
Jill Lepore scrive che il dibattito sui data center è una buona rappresentazione di come le democrazie costituzionali liberali vengano progressivamente assorbite da quello che chiama Stato artificiale: «All’interno dello Stato artificiale, quella che un tempo era la sfera pubblica è stata sostituita da arene online automatizzate, di proprietà di società private e alimentate dall’intelligenza artificiale e dominate non dagli esseri umani, ma dai robot».
Ci sono milioni di bot al servizio di Stati, partiti, miliardari, aziende, lobby e candidati, e per un elettore diventa sempre più difficile sapere chi ci sia dietro un contenuto automatizzato. Ma questi temi apparentemente più alti, legati alla sfera della democrazia, non sono scollegati da quello più terreno dei data center: i grandi hangar pieni di server sono il luogo fisico in cui quel potere digitale viene costruito. La stessa tecnologia che modifica lo spazio pubblico ha bisogno di un’infrastruttura materiale sempre più grande, costosa, difficile da rendere invisibile.
Tutte queste frizioni sembrano insistere su piani diversi – le proteste locali, l’accelerazione tecnologica, la competizione geopolitica – ma in realtà sono pezzi dello stesso problema: capire chi governa l’intelligenza artificiale, attraverso quali infrastrutture e a quali condizioni. È una partita che sta entrando adesso, per la prima volta, in tutte le elezioni. Dai risultati delle urne conosceremo anche il margine di controllo che la politica riuscirà a conservare mentre l’intelligenza artificiale cambia il mondo.
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Alessandro Cappelli
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