Che molti tra gli adepti dei movimenti rivoluzionari emergenti siano attratti dalla prospettiva di un cambiamento improvviso e spettacolare delle loro condizioni di vita è un’ovvietà. Tali movimenti rappresentano infatti motori di cambiamento poderosi. Meno ovvio è constatare che i movimenti religiosi e nazionalisti possono essere a loro volta veicoli di cambiamento. È evidente che un qualche tipo di entusiasmo o fervore diffuso sia necessario alla realizzazione di un cambiamento rapido e di ampia portata, e sembra non faccia differenza che la concitazione derivi dall’attesa di ricchezze indicibili o sia generata da un movimento di massa attivo. Negli Stati Uniti i cambiamenti spettacolari verificatisi a partire dalla Guerra Civile sono stati azionati in un’atmosfera carica dell’entusiasmo dovuto alle straordinarie opportunità di miglioramento della propria condizione. Laddove una simile prospettiva non può fungere da spinta, oppure le viene impedito di farlo, occorre trovare altre fonti di entusiasmo se s’intende realizzare e perpetuare cambiamenti epocali che portino, ad esempio, al risveglio e al rinnovamento di una società stagnante, oppure a riforme radicali che incidano sul carattere e sull’assetto di una comunità. I movimenti religiosi, rivoluzionari e nazionalisti sono, in questo senso, fabbriche di entusiasmo generale. In passato erano i movimenti religiosi i principali motori del cambiamento. Il conservatorismo di una religione (la sua ortodossia) è il coagulo inerte di una linfa che in origine era molto reattiva. Ogni movimento religioso emergente è teatro di cambiamento e sperimentazione, è aperto a nuove prospettive e tecniche di ogni provenienza.

L’islam ai suoi albori rappresentò un mezzo di organizzazione e modernizzazione; il cristianesimo esercitò un influsso civilizzatore e modernizzatore sulle tribù selvagge d’Europa; le Crociate e la Riforma protestante ebbero un ruolo cruciale nel risvegliare l’Occidente dalla stagnazione medievale.

In tempi moderni i movimenti di massa coinvolti nella realizzazione di cambiamenti repentini e di ampia portata sono stati rivoluzionari, nazionalisti o entrambe le cose insieme. Pietro il Grande è forse l’equivalente, in termini di dedizione, potere e spregiudicatezza, di molti tra i leader rivoluzionari o nazionalisti di maggiore successo. Egli fallì, tuttavia, nel suo obiettivo primario: trasformare la Russia in una nazione di stampo occidentale. Non ebbe fortuna perché non infuse nelle masse russe un entusiasmo che le scuotesse nell’anima. È possibile che non lo reputasse necessario o che non sapesse come volgere il proprio fine in una causa sacra. Non c’è da meravigliarsi se i rivoluzionari bolscevichi responsabili del rovesciamento dell’ultimo zar e dell’ultimo Romanov avvertirono un senso d’affinità con Pietro – zar e Romanov a sua volta: il suo obiettivo era diventato il loro, ed essi speravano di riuscire laddove lui aveva fallito. La Rivoluzione bolscevica potrebbe figurare nei libri di Storia tanto come un tentativo di modernizzazione di un sesto della superficie terrestre quanto come un tentativo di costruire un’economia comunista.

Il fatto che sia la Rivoluzione francese sia quella russa si siano trasformate in movimenti nazionalisti sembra indicare che nell’era moderna il nazionalismo sia la fonte di entusiasmo di massa più generosa e durevole, e che si debba intercettare il fervore nazionalista se si vogliono portare a pieno compimento i cambiamenti drastici progettati e avviati dall’entusiasmo rivoluzionario. Viene da chiedersi se le difficoltà incontrate dal governo britannico del laburista Clement Attlee non siano in parte dovute al fatto che si è avviato un tentativo di modifica dell’economia del Paese e dello stile di vita di quarantanove milioni di persone in un’atmosfera singolarmente priva di fervore, esaltazione e speranze sfrenate. La repulsione sviluppata dalla gran parte dei movimenti di massa contemporanei verso gli orridi assetti vigenti ha fatto sì che i distinti e posati leader del Partito Laburista rimanessero sprovvisti di entusiasmo rivoluzionario. Resta aperta la possibilità che gli eventi possano costringerli a ricorrere a una qualche forma attenuata di sciovinismo affinché anche in Gran Bretagna «la socializzazione della nazione ha come suo corollario naturale la nazionalizzazione del socialismo».

Probabilmente la fenomenale modernizzazione del Giappone non sarebbe stata possibile senza lo spirito revivalistico del nazionalismo giapponese, ed è anche vero, forse, che la modernizzazione repentina di alcuni Stati europei (la Germania in particolare) è stata agevolata in qualche misura dall’emersione e dalla diffusione capillare del fervore nazionalista. A giudicare dalle circostanze attuali, il risveglio dell’Asia avverrà mediante lo strumento dei movimenti nazionalisti più che attraverso altri mezzi. È stata l’ascesa di un vero e proprio movimento nazionalista a consentire a Kemal Atatürk di modernizzare la Turchia quasi da un giorno all’altro. L’Egitto, che non è stato toccato dai movimenti di massa, attraversa un processo di modernizzazione lento e contraddittorio, nonostante i leader della regione abbiano abbracciato le idee occidentali sin dai tempi di Mehmet Ali e i contatti tra il Paese e l’Occidente siano stati intimi e numerosi. Il sionismo è uno strumento volto al rinnovamento di un Paese arretrato e alla trasformazione di bottegai e lavoratori intellettuali in agricoltori, braccianti e soldati. Se Chiang Kai-shek fosse stato in grado di mettere in moto un autentico movimento di massa, o almeno di dare man forte al fermento generato dall’invasione giapponese, forse oggi vestirebbe i panni del rinnovatore della Cina. Dal momento che non è stato capace di farlo, tuttavia, non c’è voluto molto perché fosse relegato in un angolo dai maestri della «religificazione», ovvero l’arte di trasformare obiettivi concreti in cause sacre. Non è difficile intuire perché l’America e la Gran Bretagna (o qualunque altra democrazia di stampo occidentale) non abbiano potuto rivestire un ruolo diretto e di primo piano nel risollevare i Paesi asiatici dalla loro arretratezza e stagnazione: le democrazie non sono inclini né, forse, capaci di innescare uno spirito revivalistico nelle masse dell’Asia. Il contributo delle democrazie occidentali al risveglio dell’Oriente è stato indiretto e senz’altro involontario; esse hanno destato un vivace risentimento nei confronti dell’Occidente, ed è questo fervore anti-occidentale ad animare oggi i Paesi orientali dopo secoli di stagnazione.

Sebbene il desiderio di cambiamento sia non di rado una motivazione superficiale, vale la pena di scoprire se una disamina di questo concetto non possa gettare un po’ di luce sui meccanismi interni dei movimenti di massa. Indagheremo pertanto la natura del desiderio di cambiamento.

Il vero credenteIl vero credente

Tratto da “Il vero credente. Sulla natura del fanatismo di massa” di Eric Hoffer, Castelvecchi editore, 192 pagine, 19 euro.

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 Eric Hoffer

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