L’ultima opera prodigio di James Turrell, la più monumentate delle sue celebri installazioni denominate Skyspace, si guarda a testa in su, come durante la recente eclisse di sole che ha movimentato migliaia di appassionati tra i vari paesi coinvolti.
Si visita all’ARos (scritto proprio così con le due maiuscole), rinomato museo d’arte contemporanea di Aarhus, la seconda città della Danimarca nello Jutland centrale. L’opera di Turrell, dal titolo “As Seen Below”, una sintesi tra luce, suono e architettura, prevede infatti che si rimanga a fissare un’apertura circolare sul soffitto, da cui traspaiono i colori e i movimenti naturali del cielo, finché il cerchio non si richiude lentamente per lasciare posto a un sole artificiale che cambia continuamente colore, insieme alle pareti in cui è immerso.
Suoni metallici, brusii indistinti, suggeriscono quasi un’ambiente spaziale, o quel calpestio leggero che si ascolta entrando in silenzio in una grande cattedrale. Un’esperienza che lascia ammutoliti, in religioso silenzio, come l’artista quacchero voleva e il cui senso è stato pienamente realizzato con questo suo ultimo Skyspace, un luogo fuori dal tempo e dalla realtà, sospeso in un’atmosfera rarefatta.
Per questa opera l’ARos, tra i più importanti musei del Nord Europa, ha creato il grande contenitore che doveva ospitarla, un’enorme cupola semi interrata di sedici metri d’altezza, quaranta di diametro e quattromila metri quadrati, ricoperta all’esterno di vegetazione, mentre all’interno scalinate di cemento e granito sono poste circolarmente, come in un grande anfiteatro greco romano. In realtà la cupola ricalca all’esterno più quei tumuli dove nel medioevo nordico venivano sepolti capitribù di un territorio ancora frammentato.
L’ARos, inaugurato nel 2004, ha vissuto la sua prima euforica uscita nel 2011 con l’installazione permanente di “Your Rainbow Panorama” una passerella circolare sul tetto dell’edificio, firmata dall’artista danese Olafur Eliasson, che permette di guardare la città dall’alto in un mutevole cambio di colori e luci attraverso pareti trasparenti. Un’opera che è diventata una firma della città, visibile ovunque nel suo centro storico, e che ha fatto di questa istituzione cittadina un’attrazione internazionale, il che non è poco per una metropoli di media grandezza, circa cinquecentomila abitanti, che deve competere con la grande capitale Copenhagen.
Puntare su una fascia di visitatori che volentieri si muovono attraverso l’Europa, ma anche da Oltreoceano, attirati da opere artistiche e architettoniche di grande impatto, è una strategia efficace, come si è visto in altre esperienze europee, basti pensare a Bilbao con il suo Guggenheim che ha profondamente cambiato l’economia della cittadina basca. La danese Aarhus, a solida amministrazione socialdemocratica, ha però mantenuto intatti anche i suoi fondamentali, ti accoglie con un suo ritmo frenetico di metropoli attivissima, con un porto funzionante e un’università che è seconda nella Scandinavia e tra le cento nel mondo, una calamita per le migliaia di studenti Erasmus.
E la loro presenza si sente in ogni angolo della città, soprattutto tra le stradine medievali del centro storico, il cosiddetto Quartiere Latino che di latino non ha niente, ma che pullula di bar e locali aperti fino a tardi, varie cucine etniche, e l’immancabile bio e vegan. A loro e non solo, aperta a tutti, famiglie e visitatori, la città offre quella che è di fatto tra le più grandi biblioteche pubbliche del Nord Europa, il Dokk1 Cultural Centre, un enorme edificio che si staglia sul porto, un’ideale appendice tra il centro storico e il mare aperto.
Nell’intervento che ha visto negli ultimi anni la gigantesca trasformazione dell’area portuale, dove gli edifici avveniristici sono sorti come funghi, il maestoso Dokk1 segna il posto speciale cui la città ha affidato la sua vocazione culturale. Un polo contemporaneo che guarda al futuro, e fa da contrappunto all’altra attrazione popolare di Aarhus, indicata nella segnaletica stradale alla pari del municipio, con la sua torre dell’orologio disegnata dal pioniere del funzionalismo, il danese Arne Jacobsen. Si tratta del museo all’aperto Den Gamle By, in cima alla lista delle più apprezzate attrazioni culturali europee (Museum of the Year Award 2026), un vero e proprio villaggio che contiene la ricostruzione fedele di strade ed edifici di tre epoche diverse della vita quotidiana danese.
Si inizia con palazzi risalenti al periodo tra il 1600 e il 1900, la loro tipica struttura a graticcio di legno, con i montanti verticali e orizzontali a inquadrare zone di colore ocra acceso, le loro chiara distinzione nella piramide sociale. Con un balzo si passa al blocco del periodo industriale, tra il 1927 e il 1974, anno quest’ultimo dell’arrivo dei primi immigrati, con la ricostruzione minuziosa di un appartamento condiviso da diversi lavoratori, e dei primi studenti dalla Groenlandia, quando da colonia la grande isola artica si avviava ad ottenere nel 1979 l’autogoverno. Qui come in un set cinematografico, viene proposto un piccolo appartamento di una reale studentessa groenlandese di scienze dell’educazione, la terza persona ad arrivare in Danimarca per ragioni di studio. Caotico e divertente il modesto appartamento di una coppia hippy, due operai con figlia piccola, riempito con tutti gli oggetti, libri e dischi che richiamano ai Seventies.
Si arriva infine al 2014, in cui la scelta cade su una giovane donna single, con la sua ricerca di partner attraverso internet, i viaggi low cost, e il cui appartamento è arredato con tutto il meglio che il design danese può offrire a questa fascia di gioventù contemporanea. Un viaggio non privo di stereotipi, dove si specchia una certa preoccupazione per la propria identità, ma che stupisce per l’ingegno di certe ricostruzioni, i loro dettagli e la volontà di fissare, attraverso i diversi habitat, concretamente disegnati, la propria storia di Paese.
Mancano gli anni più bui di Aarhus, quelli della seconda guerra mondiale, tra il 1940 e ’45, che la città ha affidato però a un museo speciale nel centro storico, il Museo dell’Occupazione. Qui, nella ex sede della stazione di polizia che fu quartiere generale della Gestapo, vi si trova tutta la tragedia del nazismo, ma anche i gesti clamorosi e le diverse operazioni di sabotaggio di una forte resistenza locale che si è fatta poi sentire in tutto lo Jutland. Fino su ad Aalborg, la cittadina adagiata su un lungo fiordo, a un centinaio di chilometri dalla punta estrema di questa regione, che termina in un lembo di sabbia dove si incontrano, ma senza confondersi, i due mari: il Baltico e il Mare del Nord.
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Valentina Agostinis
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