Il Tenente Colonnello Medaglia d’Oro denuncia un profilo social: solidarietà da Crosetto, dai vertici militari e dal mondo istituzionale
Il Tenente Colonnello Gianfranco Paglia, Medaglia d’Oro al Valor Militare e consigliere del Ministro della Difesa Guido Crosetto, ha presentato una formale denuncia alle autorità competenti dopo aver ricevuto gravi minacce di morte sui social network.
L’episodio, reso noto il 22 agosto 2026, arriva dopo le recenti prese di posizione pubbliche di Paglia nel dibattito che ha coinvolto l’europarlamentare ed generale Roberto Vannacci. Al centro della vicenda non c’è solo uno scontro di opinioni, ma un tema molto più ampio: il rapporto tra Forze Armate, politica, uso dell’uniforme e rispetto delle istituzioni.
Secondo quanto emerso, il profilo denunciato avrebbe pubblicato messaggi d’odio con espliciti riferimenti all’uso di armi da fuoco. Tra le frasi finite al centro della denuncia compare l’espressione: “Se fosse per me basterebbe un 7,62”, riferimento al calibro di un proiettile. Un contenuto che Paglia ha ritenuto incompatibile con qualunque forma di confronto democratico.
Paglia denuncia: “La rete non è una zona franca”
La reazione del Tenente Colonnello è stata netta. Paglia ha scelto di rivolgersi alla giustizia, ribadendo che il web non può trasformarsi in uno spazio di impunità.
“Nessuna intimidazione, per quanto vile e aggressiva, potrà mai scalfire l’impegno istituzionale, l’onore e la determinazione di chi ha servito e continua a servire lo Stato con totale dedizione”, ha dichiarato.
Parole che confermano la linea scelta dal decorato: non arretrare di fronte all’odio digitale e riaffermare un principio chiave, quello per cui la libertà di espressione non può mai sconfinare nella minaccia personale.
Paglia ha aggiunto che la decisione di presentare denuncia nasce dalla volontà di ribadire che “la rete non è una zona franca” e che il dibattito pubblico non può mai superare il confine del reato. Il Tenente Colonnello ha inoltre espresso piena fiducia nelle Forze dell’Ordine e nella Magistratura, sottolineando che i responsabili dovranno rispondere personalmente nelle sedi opportune.
Il nodo Vannacci e l’uso politico dell’uniforme
Le minacce sono arrivate dopo alcune interviste nelle quali Paglia aveva espresso valutazioni critiche sulla sovrapposizione tra immagine militare e attività politica.
Il punto centrale sollevato dal Tenente Colonnello riguarda la necessità che le Forze Armate restino terze rispetto alla politica. Paglia ha distinto la libertà personale di chi decide di candidarsi dalla rappresentazione pubblica dell’uniforme, sostenendo che chi sceglie la politica compie una scelta precisa e, di fatto, sveste la divisa.
Nel confronto pubblico, Paglia ha evidenziato anche un aspetto comunicativo: continuare a definire Vannacci “generale”, anziché “onorevole”, può generare — a suo giudizio — una percezione fuorviante nei cittadini, come se determinate posizioni politiche potessero essere ricondotte all’intero mondo militare.
“L’importante è che non ci tiri in ballo”, ha affermato Paglia riferendosi alle Forze Armate, chiarendo che il pensiero politico di Vannacci resta personale e non può essere sovrapposto ai valori della Difesa.
“Noi giuriamo fedeltà alla Repubblica”
Nelle sue dichiarazioni, Paglia ha insistito su un concetto: i valori militari non appartengono a una parte politica.
Lealtà, onore, sacrificio, amor di Patria e fedeltà alla Repubblica sono, per il Tenente Colonnello, il patrimonio comune di chi indossa l’uniforme. Non bandiere di partito, ma riferimenti istituzionali.
Paglia ha respinto l’idea che reparti come la Folgore possano essere identificati con una sola area politica. Una lettura, questa, che secondo il decorato rischia di distorcere il senso del servizio militare.
Il soldato — ha spiegato — serve il Paese, non una fazione. E proprio da questa impostazione nasce la sua critica verso ogni tentativo di trascinare l’immagine delle Forze Armate dentro la competizione politica.
La domanda scomoda: perché non ha parlato direttamente la politica?
Resta però una domanda, scomoda e inevitabile: era davvero necessario che a esporsi fosse una Medaglia d’Oro al Valor Militare?
Il punto più delicato della vicenda non riguarda ciò che Paglia ha detto, ma chi è stato lasciato — o ha scelto — di dirlo. In un sistema istituzionale ordinato, le linee politiche spettano al Ministro e ai Sottosegretari: sono loro ad avere il mandato, la responsabilità e anche il dovere di assorbire l’urto della polemica.
Da qui la lettura più critica: mandare avanti un militare decorato, simbolo nazionale prima ancora che consigliere della Difesa, rischia di trasformarlo in uno scudo valoriale dentro una battaglia che resta inevitabilmente politica. Una Medaglia d’Oro appartiene alla Repubblica, non a una stagione di governo, e trascinarla nel fango dei talk, dei social e delle tifoserie significa esporla a una rissa che non fa prigionieri.
C’è però anche la tesi opposta: proprio Paglia, con la sua storia, poteva parlare con un’autorevolezza morale che nessun politico avrebbe avuto, riportando il discorso dal terreno dei partiti a quello dei valori militari, del giuramento e della Costituzione.
Il confine, qui, è sottilissimo. Per alcuni è stata una scelta necessaria; per altri, un precedente rischioso. Di certo resta una lezione amara per la Difesa: quando la comunicazione istituzionale entra nel tritacarne della politica identitaria, anche i simboli più alti possono diventare bersagli di delinquenti che trasformano il dissenso in odio e l’odio in minaccia.
Il passato in Somalia e la Medaglia d’Oro al Valor Militare
Gianfranco Paglia non è una figura qualsiasi nel mondo della Difesa. Nato a Sesto San Giovanni nel 1970, ufficiale paracadutista della Brigata “Folgore”, è legato alla memoria della battaglia del 2 luglio 1993 a Mogadiscio, durante la missione italiana in Somalia.
Quel giorno, nei fatti passati alla storia come la Battaglia del Pastificio, il suo plotone del 183° Reggimento Paracadutisti “Nembo” fu coinvolto in uno scontro durissimo con miliziani somali.
Paglia si espose per proteggere i propri uomini e favorire il soccorso dei soldati rimasti intrappolati. Venne colpito da tre proiettili, riportando ferite gravissime che lo hanno costretto alla sedia a rotelle.
Per quel comportamento gli è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militarie, la massima onorificenza della Repubblica Italiana per atti di eroismo in ambito militare.
Il servizio dopo Mogadiscio: istituzioni, disabilità e sport paralimpico
Dopo la Somalia, Paglia ha continuato a servire lo Stato in ruoli istituzionali e sociali. È stato eletto deputato nella XVI Legislatura con il Popolo della Libertà, aderendo successivamente a Futuro e Libertà per l’Italia.
Negli anni ha affiancato i vertici del Ministero della Difesa sui temi legati ai veterani, alla disabilità e al personale ferito in servizio. Oggi è consigliere del Ministro Guido Crosetto e ricopre anche il ruolo di capitano del Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa, realtà che promuove lo sport come strumento di recupero, inclusione e rinascita.
La sua esperienza personale ha reso Paglia una delle voci più riconoscibili nel rapporto tra mondo militare, disabilità e reinserimento attraverso lo sport.
La condanna del Ministro Crosetto
Le minacce ricevute da Paglia hanno provocato una reazione immediata da parte del Ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha espresso una ferma condanna a nome proprio e delle Forze Armate.
“Condanno con assoluta fermezza, anche a nome di tutte le Forze Armate, le gravissime minacce di morte rivolte al Ten. Col. Gianfranco Paglia, decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare, massima onorificenza concedibile a un militare”, ha dichiarato Crosetto.
Il Ministro ha sottolineato che Paglia merita il massimo rispetto per la sua storia, il suo servizio e il suo esempio. Poi il passaggio politico e civile più netto: quando la dialettica sfocia in violenza, non è più confronto.
“Quando la normale dialettica sfocia in violenza, in qualsiasi forma, non è mai accettabile in un contesto civile, che esige rispetto reciproco, anche tra coloro che hanno opinioni diverse”, ha affermato.
La solidarietà di Portolano e Cavo Dragone
Alla solidarietà del Ministro si è aggiunta quella del vertice militare.
Il Generale Luciano Portolano, Capo di Stato Maggiore della Difesa, ha espresso vicinanza al Tenente Colonnello, condannando con decisione l’episodio.
Parole forti sono arrivate anche dall’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che ha ricordato il sacrificio di Paglia a Mogadiscio e il suo servizio continuato allo Stato.
“Gianfranco ha versato il proprio sangue per l’Italia a Mogadiscio e da oltre trent’anni continua a servire lo Stato”, ha scritto Cavo Dragone.
Poi il messaggio rivolto a chi ha minacciato Paglia: nascondersi dietro un profilo anonimo per augurare la morte a un uomo che ha rischiato la vita per il Paese è, secondo l’Ammiraglio, “un atto di viltà”.
“Non è un’opinione, non è dissenso, non è dibattito: è codardia”, ha aggiunto.
InfoDifesa esprime solidarietà al Tenente Colonnello Paglia
Al Tenente Colonnello Gianfranco Paglia, Medaglia d’Oro al Valor Militare, va la solidarietà della redazione di InfoDifesa.
Le opinioni possono essere discusse, criticate e contestate. Le minacce di morte, invece, non appartengono al confronto democratico. Colpire con parole d’odio un uomo che ha servito l’Italia, pagando sulla propria pelle il prezzo del dovere, significa oltrepassare un limite che non può essere minimizzato.
Il caso Paglia richiama tutti a una responsabilità: difendere il diritto al dissenso senza permettere che il dissenso diventi intimidazione. E ricordare che dietro ogni uniforme c’è una persona, una storia, un servizio reso allo Stato.
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Andrea Valenti
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