GUGLIONESI. Ci sono persone che, anche quando non ci sono più, continuano a essere raccontate attraverso le tracce che hanno lasciato. Adamo Pollice è una di queste. Dopo il ricordo affidato alle parole del figlio Luigi, arriva oggi quello della figlia Marilena, che sceglie di raccontare suo padre partendo dalla parte più intima della sua storia: quella vissuta ogni giorno dentro la famiglia.

Un racconto lungo, personale, nel quale non c’è soltanto l’uomo del lavoro e della calzatura, il professionista conosciuto e stimato nel mondo della scarpa, ma anche il padre che entrava nella stanza mentre la figlia suonava il pianoforte, l’uomo che amava la musica, il bello, l’eleganza e che fino agli ultimi giorni continuava a parlare del proprio lavoro con la curiosità di chi avrebbe ancora voglia di imparare e fare.

«Mio padre è stato un uomo profondamente legato alla sua famiglia, al lavoro, alla sua terra e a Firenze, la città che amava e nella quale aveva costruito la sua casa», racconta la figlia.

Guglionesi e Firenze, due luoghi apparentemente lontani, ma entrambi fondamentali nella vita di Adamo. Era nato a Guglionesi e quel paese, racconta la figlia, «è rimasto sempre nel suo cuore». Firenze, invece, era diventata la città della sua vita adulta, quella nella quale aveva costruito la sua casa e trascorso gran parte della propria esistenza.

Negli ultimi anni, la figlia e la madre Maria Camilla Di Pardo gli sono state quotidianamente accanto. Ed è proprio da quel periodo che nasce la necessità di aggiungere un altro tassello al racconto: «Per questo sento il dovere, per fedeltà e completezza, di raccontare anche ciò che ho vissuto direttamente».

Una vita cominciata in bottega

Adamo aveva conosciuto il lavoro prestissimo. Negli ultimi giorni della sua vita, raccontò alla moglie che già a otto anni era entrato in bottega per imparare e lavorare. «Scuola e bottega», ricordava.

Quello che era iniziato come una necessità sarebbe diventato, negli anni, una vera passione. La calzatura avrebbe accompagnato tutta la sua vita professionale, diventando il terreno nel quale far incontrare esperienza, tecnica, conoscenza e creatività.

E quella conoscenza non rimase soltanto sua. Adamo la trasmise a moltissime persone, insegnando con naturalezza ciò che aveva imparato. Tra i colleghi era stato soprannominato “l’enciclopedia della scarpa”, un appellativo che, secondo la figlia, raccontava bene la vastità del suo sapere.

Ma forse il riconoscimento che più lo rendeva orgoglioso arrivava da chi aveva imparato da lui: «Era particolarmente orgoglioso quando lo chiamavano “il mio maestro”».

Anche negli ultimi anni continuava a parlare dei suoi lavori, a guardarli e a ricordare le esperienze professionali vissute. Aveva ancora voglia di fare, di ricominciare, di rimettersi in gioco.

Pochi mesi prima della morte aveva inoltre avuto modo di parlare dei suoi lavori con Giovanna Ferragamo e i suoi ospiti, un incontro che lo aveva coinvolto profondamente.

La musica, il pianoforte e quei momenti tra padre e figlia

Accanto alla calzatura c’era un’altra grande passione: la musica.

Adamo conosceva le opere e amava ascoltare la banda dei suonatori durante le feste del paese. Una passione che aveva trasmesso anche alla figlia, che dopo le scuole superiori ha frequentato il Conservatorio, conseguendo due lauree, in Pianoforte e Didattica della musica.

Di quel percorso il padre era profondamente orgoglioso.

E nel racconto della figlia emergono soprattutto immagini semplici, familiari. «Ricordo mio padre che, dopo il lavoro, veniva nella mia stanza mentre suonavo. Ricordo anche quando andavamo insieme ai concerti».

Sono proprio quei momenti apparentemente ordinari a diventare, dopo la sua morte, alcuni dei ricordi più preziosi.

La musica, del resto, era una passione condivisa anche con la sorella di Adamo, Nancy, pianista. Un altro filo che attraversava la famiglia.

Il bello, l’eleganza e quelle scarpine cucite a mano

Adamo aveva anche un forte senso estetico. «Gli piaceva il bello e aveva un gusto particolare per l’eleganza», racconta la figlia, convinta di aver ricevuto da lui anche questa sensibilità.

Fino agli ultimi tempi, quando la vedeva prepararsi per uscire, le faceva notare il suo gusto e le chiedeva dove avesse comprato ciò che indossava.

Poi c’è un ricordo ancora più personale, custodito come qualcosa di prezioso: un paio di scarpine da casa cucite a mano dal padre per un suo compleanno.

«Le conservo ancora oggi e rappresentano per me uno dei ricordi più preziosi del rapporto con lui».

Forse è proprio in una frase così che il grande professionista lascia spazio semplicemente al padre.

Il legame con Ferragamo mai dimenticato

Anche dopo aver lasciato il lavoro, Adamo non aveva mai smesso di seguire con interesse la storia della Maison Ferragamo, alla quale era stato professionalmente legato.

La figlia e la madre lo avevano accompagnato anche a vedere il docufilm di Luca Guadagnino dedicato alla vita di Salvatore Ferragamo. Continuava inoltre a visitare il Museo e lo fece fino agli ultimi anni.

Nel 2024, durante l’ultima mostra visitata, portò con sé anche un prezioso libro dedicato alla scarpa, che ebbe poi modo di mostrare a Giovanna Ferragamo. Durante una delle visite al Museo aveva incontrato anche Leonardo Ferragamo.

Quel mondo professionale, insomma, non era mai diventato soltanto un capitolo chiuso della sua vita. Continuava a sentirlo profondamente suo.

66 anni insieme

E poi c’è la parte del racconto alla quale la figlia tiene particolarmente: Adamo e Maria Camilla.

Con la moglie, Maria Camilla Di Pardo, originaria di Petacciato, Adamo aveva condiviso 66 anni di matrimonio. Si erano conosciuti proprio a Guglionesi, dove lei, durante l’infanzia e la giovinezza, soggiornava dai nonni materni.

Da quell’incontro era cominciata una storia destinata a durare per oltre sei decenni.

Nel 2020 avevano festeggiato i 60 anni di matrimonio a Palazzo Vecchio, su invito dell’allora sindaco di Firenze Dario Nardella.

Per la figlia, però, ricordare Adamo significa necessariamente ricordare anche la donna che gli è stata accanto per tutta quella vita.

«Mia madre è stata una presenza fondamentale nella sua vita: la donna accanto all’uomo di successo, che lo ha accompagnato per 66 anni, condividendone la vita familiare, il lavoro, le difficoltà e le soddisfazioni».

E su questo punto il suo pensiero è netto: «Non si può raccontare un uomo che ha vissuto 66 anni di matrimonio senza ricordare la donna che gli è stata accanto per tutto quel percorso».

È forse questo il senso più profondo del suo ricordo. Non raccontare soltanto chi era Adamo Pollice agli occhi degli altri, ma chi era dentro casa, dentro la famiglia, dentro quei piccoli gesti che il tempo non cancella.

Un uomo legato a due terre, alla calzatura, alla musica, alla bellezza e soprattutto alle persone che hanno attraversato la sua vita. Un padre che ha insegnato un mestiere a tanti, ma che alla figlia ha lasciato qualcosa che nessun mestiere può insegnare: la memoria di una vita condivisa.

AZ




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