Università
24 Agosto 2026
Il futuro rettore dell’Università di Genova interviene sul progetto di apertura di una sede della Link Campus al Santa Corona di Pietra Ligure
Il futuro rettore dell’Università di Genova interviene sul progetto di apertura di una sede della Link Campus al Santa Corona di Pietra Ligure. Secondo Antonio Uccelli, la priorità non è aumentare il numero degli atenei che formano medici, ma rendere più attrattivo il lavoro nel Servizio sanitario nazionale
L’intervento arriva nel dibattito sull’apertura in Liguria di una sede della Link Campus University, con un corso di Medicina e Chirurgia previsto all’interno dell’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure. Uccelli non contesta in linea generale la presenza degli atenei privati, ma ritiene che, nel contesto ligure, non rappresentino una risposta a una necessità del Servizio sanitario pubblico.
«In questo momento la Liguria non ha bisogno di un’università privata. L’Ateneo sta rispondendo a tutte le richieste ed è pronto a migliorare l’offerta formativa con il sostegno delle istituzioni».
Il ragionamento di Uccelli parte da una distinzione tra il numero complessivo dei medici e quello dei professionisti effettivamente disponibili per il Servizio sanitario nazionale.
«Bisogna fare chiarezza: è un argomento molto delicato su cui demagogia, superficialità e interessi di parte non aiutano le persone a capire».
Secondo i dati richiamati dal futuro rettore, il rapporto tra medici e popolazione in Liguria sarebbe superiore alla media nazionale: 8,23 medici ogni mille abitanti contro 7,03 a livello italiano, pur con differenze tra le diverse province. A livello nazionale, inoltre, Uccelli cita proiezioni secondo cui già dal 2027 il numero dei laureati in Medicina potrebbe superare del 40% quello dei medici destinati al pensionamento.
Nel frattempo, il sistema universitario continua ad aumentare la capacità formativa. Uccelli ricorda la richiesta della ministra dell’Università e della ricerca Anna Maria Bernini di incrementare del 10% i posti disponibili a Medicina e del 5% quelli per Scienze infermieristiche. L’Università di Genova ha aderito, pur dovendo affrontare nell’immediato anche problemi organizzativi legati all’aumento degli studenti, a partire dagli spazi necessari per la formazione durante il semestre filtro.
Il punto critico, quindi, sarebbe quello che avviene dopo la laurea. Per Uccelli, infatti, aumentare i posti a Medicina non significa automaticamente aumentare nel breve periodo il numero di specialisti disponibili per il Ssn.
«L’Italia è seconda solo alla Svezia per numero di iscritti all’Albo, ma solo meno della metà lavora per il Servizio sanitario nazionale».
A pesare è anche la difficoltà di coprire alcune Scuole di specializzazione. «A livello nazionale molte Scuole di specializzazione non riescono a coprire tutti i posti assegnati. Per esempio, il 50% delle borse di studio di Medicina di Emergenza-Urgenza non viene assegnato e lo stesso vale per altre discipline».
Il fenomeno evidenzia una possibile discrepanza tra la capacità del sistema universitario di formare nuovi medici e la capacità del sistema sanitario di attrarli nelle aree dove sono maggiormente necessari.
I tempi, inoltre, sono lunghi. «Voglio sottolineare che si omette di dire che i nuovi laureati e specialisti non potranno che essere disponibile prima di dieci anni e forse di più».
Secondo Uccelli, uno dei nodi principali della discussione sulla carenza di personale. Se i professionisti formati non scelgono il Ssn o decidono successivamente di lasciarlo, l’aumento dei posti universitari rischia di non produrre da solo gli effetti attesi sulla disponibilità di personale.
«Il problema è la scarsa attrattiva di posizioni lavorative, basti pensare ai medici di pronto soccorso, tra burnout, turni massacranti e burocratizzazione della professione; senza considerare l’aspetto economico che spinge molti colleghi di andare a lavorare all’estero, ma non solo, dove le condizioni economiche sono più vantaggiose».
La questione riguarda quindi anche la programmazione del personale. Formare più medici richiede diversi anni, mentre migliorare le condizioni che determinano la scelta del luogo e del settore in cui lavorare può incidere direttamente sulla capacità del Ssn di utilizzare le risorse professionali già disponibili.
In quest’ottica, la discussione sull’università privata si intreccia con quella più ampia sulla sostenibilità del sistema sanitario: la disponibilità di nuovi laureati non garantisce infatti che questi scelgano le specialità più carenti né che, una volta formati, rimangano nel servizio pubblico.
Uccelli non assume una posizione contraria all’ingresso dei privati nell’istruzione universitaria. «Non ho nulla contro l’ingresso di atenei privati, considerando che l’apertura al confronto e alla sana competizione è alla base dell’offerta di qualità».
La valutazione sul progetto ligure è però più critica. Secondo il futuro rettore, l’apertura di un nuovo corso non sarebbe giustificata da una specifica necessità del sistema sanitario regionale e solleva inoltre una questione relativa all’accessibilità economica.
«Devo però sottolineare che questo arrivo in Liguria risponde soprattutto a un legittimo interesse economico, ma non si può parlare di una reale necessità per il Sistema sanitario pubblico, nè tanto meno di supporto al diritto allo studio, a fronte di rette annuali fino a 20 mila euro».
Uccelli pone inoltre l’accento sulla necessità di verificare attentamente gli standard dei nuovi corsi.
«Credo che sarà necessaria un’attenta valutazione della qualità dell’offerta formativa, anche il relazione ai docenti che verranno utilizzati per i corsi proposti».
Per un sistema che sta aumentando rapidamente il numero dei posti disponibili a Medicina, la questione non riguarda dunque soltanto quanti studenti possano essere ammessi, ma anche le condizioni in cui vengono formati e la qualità dei percorsi didattici e professionalizzanti.
La partita, secondo Uccelli, non riguarda però esclusivamente Medicina. L’arrivo di un nuovo ateneo in una regione caratterizzata da un progressivo invecchiamento demografico potrebbe incidere anche sull’equilibrio dell’unico ateneo pubblico regionale.
«Penso che pochi sappiano come funziona il finanziamento dell’Università pubblica, che si regge su molti parametri, quali la qualità della ricerca, ma soprattutto sul numero degli studenti iscritti: oggi in Liguria sono 33 mila».
Il problema prospettato è legato alla demografia. «Tenuto conto dell’inverno demografico che coinvolge tutta l’Italia e, in particolare la nostra Liguria, si prevede che nei prossimi anni ci sarà una riduzione fino al 30% del numero di giovani potenzialmente in grado di accedere agli studi universitari, ovviamente, molto diverso da quello di regioni come la Lombardia o il Lazio».
Per Uccelli, una riduzione degli iscritti potrebbe avere conseguenze sulla sostenibilità economica e sulla capacità dell’Università di Genova di mantenere il proprio ruolo nella ricerca, nella formazione e nell’innovazione regionale.
«Credo che sia necessario adottare politiche concertate con le istituzioni per difendere e supportare l’unico ateneo pubblico regionale per il quale una significativa riduzione degli iscritti avrebbe effetti drammatici sul bilancio e, conseguentemente, sulle capacità di essere il riferimento culturale e di innovazione del territorio».
E il ragionamento non riguarda soltanto la facoltà di Medicina. «L’Università, è utile ribadirlo, è ad oggi l’istituzione che forma la maggior parte del capitale umano della Liguria. Questo, ovviamente, non è un problema di Medicina ma di tutta l’Università».
La risposta indicata da Uccelli è un rafforzamento dell’ateneo pubblico attraverso una collaborazione tra istituzioni, imprese e società civile.
«Auspico un patto di rilancio dell’Università di Genova, insieme alle istituzione cittadine e regionali, indipendentemente dall’orientamento politico, anche il collaborazione con il mondo imprenditoriale e la società civile, in grado di rendere accogliente Genova e il territorio ligure, per attrarre giovani che restino o che vengano a studiare qui, per dare nuova linfa ad una società e ad una economia che garantisca un futuro alla Liguria».
Un obiettivo che, nella prospettiva del futuro rettore, dovrebbe accompagnarsi al rafforzamento dell’offerta formativa dell’ateneo.
«Sono sicuro che l’Ateneo che mi appresto a guidare per i prossimi sei anni, garantirà il massimo sforzo per migliorare l’offerta formativa. Va ricordato che Unige è stabilmente nella top ten o comunque nelle prime posizioni italiane, a seconda dei criterio di valutazione».
La conclusione torna quindi al rapporto tra formazione universitaria e programmazione sanitaria regionale.
«Non c’è bisogno dei privati. L’Università non vuol dire solo Genova ma anche Savona, Imperia e La Spezia. Dobbiamo subito lavorare tutti assieme per la nostra Liguria e per i nostri giovani».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Source link











