«A mano di dintra è», è la mano di dentro. Nonna ne era sicura. Era accaduto il furto del secolo, almeno per la geografia familiare della mia infanzia: a una cugina benestante era sparito l’intero servizio d’argento per dodici persone, custodito nel piano alto della credenza del salone. Furto clamoroso. I ladri erano entrati durante la messa domenicale, praticamente l’unica ora della settimana in cui la vegliarda proprietaria lasciava la casa incustodita. Ed erano andati a colpo sicuro, senza perdere tempo tra cassetti, comodini e armadi: direttamente alla credenza, direttamente al servizio buono.
Se ne discuteva nei dopocena siciliani di una volta, quando stare tutti insieme nel «chiano», il cortile, non era ancora una prova di sopravvivenza contro il caldo umido. Parlavano gli adulti, facevano ipotesi, ricostruivano orari e parentele, noi bambini ascoltavamo.
Mia nonna lasciò dire tutti. Poi sentenziò: «A mano di dintra è». E non aggiunse altro. La frase rimase lì, con quel particolare potere che hanno certe sentenze siciliane di spiegare tutto senza spiegare niente. E soprattutto lasciò noi bambini con una certa inquietudine. Perché significava che il pericolo non era entrato dalla finestra. Era già in casa.
Chissà se davvero c’è una «mano di dintra» anche nel furto del secolo siciliano dell’estate 2026, quello dei capolavori di Antonello da Messina rubati la sera di Ferragosto al Museo regionale interdisciplinare “Maria Accascina” di Messina.
Gli investigatori cercano anche un eventuale basista. È doveroso farlo. Ma, mentre si indaga sulle possibili complicità, il dato più impressionante della vicenda è che per spiegare quello che è accaduto non serve necessariamente immaginare una raffinatissima Spectre del traffico internazionale d’arte. Basta mettere in fila i fatti. Ed è quasi peggio.
La sera del 15 agosto Messina è distratta dalla Vara, il gigantesco carro votivo dell’Assunta che mobilita la città, migliaia di persone e buona parte dell’apparato di sicurezza. Al Museo regionale ci sono quattro custodi nel turno che va dalle 19.30 alle 7.30: due dipendenti regionali e due lavoratori Asu, cioè due precari (due dei ventiquattromila e passa precari in servizio negli enti pubblici in Sicilia).
Almeno due uomini, con caschi integrali, entrano da un accesso laterale. Altri complici sarebbero rimasti fuori. L’azione, secondo le immagini esaminate dagli investigatori, dura pochissimo: circa due minuti. Due minuti però usati bene.
I ladri raggiungono Antonello, staccano le cinque tavole superstiti del Polittico di San Gregorio, uno dei capolavori del Quattrocento italiano, e forzano anche la protezione della piccola e preziosissima tavoletta bifronte con la Madonna col Bambino da un lato e il Cristo in pietà dall’altro. Poi escono. Durante la fuga abbandonano due tavole del Polittico vicino alla recinzione.
Restano nelle loro mani la tavola centrale con la Madonna, le due parti superiori dell’Annunciazione e la tavoletta bifronte. Fin qui sembrerebbe un grande colpo. Poi comincia la commedia.
L’allarme del museo, a quanto è stato ricostruito, funziona. Non è guasto. Non è stato neutralizzato da un genio dell’elettronica arrivato da Anversa con un computer quantistico. Suona. Ed è qui che la storia assume quella qualità inconfondibilmente siciliana per cui la tecnologia fa il suo dovere e gli esseri umani si incaricano di neutralizzarne gli effetti.
Secondo una delle ricostruzioni al vaglio degli accertamenti interni, un custode avrebbe disattivato il segnale ritenendolo un falso allarme.
È una circostanza che dovrà essere definitivamente verificata, ed è giusto ricordare che nessuno dei quattro addetti è stato finora dichiarato responsabile di alcun reato. Ma resta il punto. E giusto per capirlo meglio, i fatti vanno messi in colonna.
L’allarme suona. Dentro un museo. Di notte. Il custode pensa: sarà un errore. C’è una cosa quasi metafisica in tutto questo. Perché uno può comprendere il falso allarme di un’automobile, l’antifurto del negozio che parte per il vento, il sensore di casa impazzito per il gatto. Ma se sei il custode notturno di un museo e l’allarme del museo suona, quella è esattamente la ragione per la quale sei lì.
E infatti ad accorgersi che qualcosa non andava non sono stati i custodi. Sono stati dei cittadini. Alle 21.02 circa l’insegnante messinese Elisabetta Bonfato, che si trovava in zona con il marito, chiama il 112: ha visto due quadri appoggiati a un muretto. «Mi trovo all’Annunziata e in strada ci sono due quadri del museo», dice in sostanza alla polizia. Li aveva riconosciuti quasi immediatamente.
Pensate alla scena. Da una parte un museo regionale con telecamere, allarmi, personale di custodia e procedure amministrative. Dall’altra una signora che passa per strada. A un certo punto la signora vede due Antonello appoggiati a un muro e fa quello che ci si aspetterebbe da chiunque: prende il telefono e chiama la polizia.
Il sofisticato sistema di sicurezza regionale, in quel momento, è lei. La signora Elisabetta. La testimone ha raccontato inoltre che, una volta arrivata la polizia, non sarebbe stato semplice mettersi in contatto con chi si trovava all’interno del museo e che alcuni custodi sarebbero usciti solo successivamente. Anche tempi e dettagli dovranno essere verificati con registri, tabulati e immagini.
Ed è proprio questa la parte più seria della storia. Perché mentre noi possiamo sorridere dell’assurdità, gli investigatori devono ricostruire una catena di sicurezza che sembra essersi spezzata in più punti: chi vide l’allarme, chi lo disattivò, chi avrebbe dovuto controllare i monitor, chi avrebbe dovuto chiamare le forze dell’ordine, che cosa prevedevano i protocolli, dove si trovavano i quattro addetti.
Poi si è scoperta un’altra cosa: il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, ha spiegato che il sistema di allarme del nuovo museo, aperto parzialmente nel 2016 e completamente nel 2017, non è mai stato collegato direttamente alle forze di polizia. Telecamere sì. Allarme sì. Antonello sì. Collegamento diretto con la polizia no.
Schifani ha parlato esplicitamente di una possibile «falla umana». I quattro custodi sono finiti prima in ferie d’ufficio e poi è stato deciso il loro trasferimento in altri siti regionali dei Beni culturali.
L’assessore regionale ai Beni culturali Francesco Paolo Scarpinato ha promesso «tolleranza zero verso chi ha sbagliato» e ha perfino aperto alla possibilità di introdurre la vigilanza armata nei musei. Magari sarà oggetto di uno dei prossimi decreti sicurezza cari al governo Meloni.
Il guaio è che mentre il governo regionale cerca comprensibilmente di contenere l’imbarazzo, il furto di Messina sta facendo venire a galla qualcosa di molto più serio delle eventuali responsabilità di quattro custodi. Sta mostrando lo stato della macchina che dovrebbe proteggere uno dei patrimoni culturali più importanti del mondo.
È emerso, per esempio, che in Sicilia esistono piani di sicurezza dei beni culturali che risalgono anche a venticinque anni fa. Quando vennero scritti alcuni di quei piani non esisteva l’iPhone, Facebook non era ancora stato inventato e per collegarsi a Internet bisognava sopportare quel rumore da esperimento della Nasa prodotto dai modem. E noi dovremmo proteggere oggi Antonello, Caravaggio, mosaici, statue, migliaia di reperti e centinaia di chiese con strutture organizzative datate.
Roberta Schillaci, vice capogruppo del Movimento 5 Stelle all’Assemblea regionale, ha detto una cosa elementare: «Le opere d’arte custodite nei nostri musei sono il nostro oro». Il problema è che spesso la Sicilia tratta il suo oro come se fosse bigiotteria.
Le denunce sono note: personale che va in pensione e non viene sostituito, organici ridotti, turni difficili da coprire, sistemi di videosorveglianza non omogenei, procedure differenti da sito a sito, assenza di una rete stabile di sicurezza.
Archeoclub Sicilia ha chiesto proprio questo: un sistema permanente che metta insieme personale preparato, tecnologie, istituzioni e forze dell’ordine. Occorre investire in tecnologia e e formazione, che sono meno spettacolari di una guardia armata, ma probabilmente più utili.
La cosa ironica è che il museo di Messina ha già conosciuto una storia incredibile di dispersione del proprio patrimonio. Nel 1939, quando aveva sede nell’ex filanda Barbera-Mellinghoff, cominciò uno dei più impressionanti saccheggi della storia museale italiana. Negli anni successivi si scoprì che centinaia di pezzi erano spariti e alcuni originali erano stati addirittura sostituiti da copie.
Una successiva ricognizione stimò in circa seicento gli oggetti mancanti, di cui almeno 260 dipinti di pregio. Ne furono recuperati soltanto una cinquantina. A denunciare la gravità della situazione amministrativa fu proprio Maria Accascina. Oggi il museo porta il suo nome.
Ci sarebbe materia per un grande romanzo siciliano: intitolare un museo alla donna che denunciò le falle nella gestione del suo patrimonio e, settant’anni dopo, scoprire che da quello stesso museo possono uscire degli Antonello mentre l’allarme suona. E naturalmente, a un certo punto, nella storia è arrivata anche la mafia. Il procuratore di Messina Antonio D’Amato ha fatto quello che un procuratore serio deve fare: ha spiegato che non viene esclusa nessuna pista, «compresa quella della mafia».
Corretto. Si deve indagare su tutto. È bastato però pronunciare la parola perché il racconto acquistasse immediatamente una diversa profondità: criminalità organizzata, collezionisti internazionali, furto su commissione, mandanti misteriosi, opere utilizzate come garanzia o merce di scambio.
In Sicilia la parola mafia ha anche questo potere narrativo: riesce a trasformare qualsiasi disastro organizzativo in una trama.
Magari sarà davvero così. Magari dietro il colpo ci sarà un’organizzazione criminale sofisticatissima, una rete internazionale, un collezionista senza scrupoli che aspetta la Madonna di Antonello nel caveau di una villa svizzera. Può essere.
Ma, allo stato delle cose, ci sono almeno altre immagini che meritano la stessa attenzione. Ci sono ladri che entrano in un museo in due minuti. C’è un allarme che funziona e che non produce l’intervento atteso. Ci sono quattro custodi presenti. Ci sono due tavole di Antonello mollate su un muretto. C’è una famiglia che passa per strada, vede i quadri e chiama il 112. C’è persino il dubbio, espresso da chi conosce bene il mercato dell’arte, che chi ha compiuto il furto si sia accorto soltanto dopo di avere rubato qualcosa che è praticamente impossibile vendere.
Vittorio Sgarbi li ha definiti, in sostanza, non professionisti. Più che “Ocean’s Eleven”, insomma, Totò e i soliti ignoti. Con la differenza che qui nessuno ride davvero, perché quattro opere di Antonello da Messina sono ancora scomparse. Il rischio più grave è che, nel tentativo di cercare il grande disegno criminale, si perda di vista il piccolo disastro quotidiano.
La Sicilia non soffre soltanto quando qualcuno le ruba un’opera. Soffre prima. Quando non assume. Quando non aggiorna un piano. Quando non collega un allarme. Quando considera la custodia dei beni culturali una funzione residuale. Quando celebra la «valorizzazione» del patrimonio – parola amatissima dalla politica regionale – e dimentica la più prosaica conservazione.
Siamo bravissimi a illuminare un tempio per un concerto, organizzare una mostra, stampare una brochure nella quale il patrimonio «dialoga con il territorio». Poi magari un allarme suona e nessuno si alza.
***
Tornando alla mia infanzia, per anni non seppi come fosse finita la storia del servizio d’argento. Il furto era progressivamente scivolato fuori dalle conversazioni degli adulti. Come accade spesso nelle famiglie, e forse anche nelle istituzioni, un mistero che non si riesce a risolvere diventa prima un cruccio, poi un fastidio e infine qualcosa di cui è più elegante non parlare.
La vecchia cugina morì. Passò altro tempo. E soltanto dopo si scoprì la verità. Il furto era stato organizzato da uno dei figli. Sapeva quando la madre sarebbe andata a messa. Sapeva dove teneva il servizio. Sapeva che la madre aveva deciso di lasciarlo in eredità a un altro dei figli. Ed era geloso. Il ladro non conosceva la casa. Di più. Era a casa sua. Nonna, naturalmente, aveva avuto ragione. «A mano di dintra è». Più mano di dentro di così.
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Giacomo Di Girolamo
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